Paterson

Paterson

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Jim Jarmusch porta in scena una volta di più la sua poetica, in cui lirismo e terracea quotidianità si fondono. Stavolta racconta la storia di Paterson, un autista di bus (e poeta) a Paterson, nel New Jersey…

Storia e gloria della città di Paterson

Paterson è un conducente di bus nella città di Paterson, New Jersey. Ogni giorno, Paterson segue una semplice routine: guida per il percorso quotidiano che gli è assegnato, osservando la città attraverso il parabrezza e ascoltando frammenti di dialoghi intorno a lui; scrive poemi sul suo quaderno; porta a spasso il cane; si ferma in un bar e beve una birra; torna a casa da sua moglie, Laura. Al contrario, il mondo di Laura è sempre in perenne mutazione. Ogni giorno le porta un nuovo sogno. Paterson ama Laura, ed è riamato da lei. Supporta le ambizioni della sua compagna, che a sua volta loda le sue doti poetiche. [sinossi]

Cosa hanno in comune tra loro un conducente di bus, una ragazza di origine iraniana appassionata del bianco e del nero, un bulldog, Dante e Petrarca, Sam & Dave, il pugile Rubin ‘Hurricane’ Carter, Lou Costello (quello che faceva coppia con Bud Abbott, da noi noti come Gianni e Pinotto), l’anarchico Gaetano Bresci che attentò alla vita di Umberto I di Savoia, e William Carlos Williams? La risposta può essere una, e una sola: la città di Paterson, nel New Jersey. Può un luogo ignoto ai più e di neanche centocinquantamila abitanti riunire al proprio interno accostamenti storici e artisti così diversi tra loro? E se sì, a cosa lo deve?
A tre anni di distanza da Only Lovers Left Alive, che partecipò al concorso tornando a casa a mani vuote, Jim Jarmusch tenta di nuovo la corsa alla Palma d’Oro, fallita più di una volta in passato (per l’esattezza con Daunbailò, Mystery Train, Dead Man, Ghost Dog, Broken Flowers, e per l’appunto Solo gli amanti sopravvivono). A giudicare dall’accoglienza piuttosto fredda alle proiezioni stampa la strada sembrerebbe una volta di più in salita, ma l’impressione è che Paterson sia un film destinato a crescere giorno dopo giorno nella memoria. Inserito spesso a sproposito nel gran calderone dell’indie a stelle e strisce, che per abitudine punta a stordire lo spettatore blandendolo con malizie pseudo-pop e bizzarrie assortite, Jarmusch è un regista che rigetta l’immediato, preferendo lavorare sulla reiterazione e sulla dissolvenza e assolvenza delle immagini in/dal nero.

Bianco e nero dopotutto sono sempre stati due elementi chiave da cui partire per cercare di comprendere il cinema di Jarmusch, vere e proprie radici del discorso poetico affrontato. Una dicotomia che ha preso corpo in produzione – la prima parte della filmografia di Jarmusch si compone per lo più di opere in bianco e nero –, da un punto di vista narrativo (lo scontro tra mondo bianco e nero, in questo caso da intendere come tutto ciò che non è frutto della cultura coloniale europea, è presente in alcuni dei titoli più rappresentativi, come Ghost Dog), e che rifulge in Paterson in più punti, a partire dalla passione sfrenata di Laura, la compagna del protagonista, per i due colori e il loro accostamento. Bianca e nera è la chitarra che la ragazza acquista per corrispondenza, bianchi e neri tutti i suoi abiti, bianche e nere le tende della doccia, e in bianco e nero è perfino il film che la coppia va a vedere al cinema, L’isola delle anime perdute di Erle C. Kenton, classico dell’horror della Paramount in epoca Pre-Code.
Il mondo di Paterson – il personaggio principale si chiama esattamente come la città in cui è nato e cresciuto – non prevede in effetti troppe sfumature: le sue giornate sono tutte uguali, cadenzate da un ritmo perfettamente coerente, in cui nulla sembra poter uscire dai binari. La sveglia alle 6.15, la colazione, il lavoro in giro per le strade della città con il suo bus, le poesie scritte nella pausa pranzo, il ritorno a casa, la passeggiata per portare il cane a fare i bisogni, la birra al pub; un rituale quotidiano che Paterson segue senza porsi mai interrogativi. Quel che gli interessa è avere il tempo per poter scrivere qualche verso in libertà, e annotarlo sul suo diario personale – non ha mai trascritto le sue poesie su un computer.

E per scrivere poesie non c’è bisogno di chissà quale deviazione dalla norma: basta saper osservare il mondo che ci circonda, cogliendo i frammenti di frasi e di dialoghi che escono dalla bocca dei passeggeri dell’autobus, o dei clienti del pub. Tutto può essere poesia.
Per dimostrare questa teoria Jarmusch non fa altro che ribadire la propria estetica: inquadrature essenziali, “semplici”, un montaggio narrativo che non perde però mai l’occasione per fondere le immagini le une nelle altre, in un gioco di sovrimpressioni seducente e onirico. Perché anche in Paterson Jarmusch non perde occasione per indicare la strada, quella di una fusione naturale tra il terraceo quotidiano e il lirismo, tra la banalità e l’aulico. Non è certo un caso che il riferimento poetico di Paterson siano William Carlos Williams e la cosiddetta “scuola newyorchese”, con la materialità dei loro versi, la semplicità quasi popolare di ciò che trova collocazione sul foglio scritto. La stessa potenza espressiva della poesia Water Falls che una ragazzina declama a Paterson, e ancora la stessa che trova compimento nello splendido dialogo finale tra il conducente e il turista giapponese. A Paterson, piccolo centro urbano del New Jersey, apparentemente senza qualità, nacquero o vissero alcuni artisti e pensatori convinti che non fosse nel salotto culturale la chiave per interpretare la realtà, ma lì nella strada, dove la vita si fa sul momento, dove si possono ascoltare due ragazzi discutere di una conquista serale o altri chiacchierare di Bresci e dell’anarchismo. La poesia si fa sull’istante, come il rap improvvisato in lavanderia, ed è in realtà scritta sull’acqua, come conferma Paterson a Laura – che si chiama come l’amore imperituro di Petrarca, a sua volta citato nel film.

Volutamente antimodernista (Paterson non usa il cellulare, non naviga su internet, non ha né IPad né lettore di MP3), caustico e ironico come sempre, Paterson è un film sul linguaggio, sulla necessità di utilizzarlo per decriptare la realtà e raggiungere il punto di contatto con il sogno, quel desiderio/ombra che accompagna l’essere umano, lo culla, lo vezzeggia e lo punisce. Ed è anche l’ennesima riflessione di Jarmusch sul suo Paese, quell’immenso corpo seducente e respingente allo stesso tempo, libero a tal punto da crearsi gabbie e schemi in cui rinchiudersi. Non più viaggio al termine della morte, come potevano essere Dead Man, Ghost Dog e Solo gli amanti sopravvivono, e neanche viaggio alla ricerca di sé, o della fuga da sé, Paterson è un giro in cerchio, percorso prestabilito che però può sembrare sempre uguale solo a chi non ha sguardi da gettare al di là del parabrezza. Dove la vita avviene. Accompagnato da due interpreti in stato di grazia (Adam Driver nelle vesti del conducente – driver, per l’appunto – e la bellissima Golshifteh Farahani), Jarmusch intraprende una volta di più il viaggio. Per tornare sempre a sé, ma mai per recitare una stanca replica.

Info
Una clip da Paterson.
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