Loving

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Presentato in concorso al Festival di Cannes 2016, Loving è una dignitosa pellicola sui diritti civili, un biopic che preferisce la quotidianità di una lunga storia d’amore alla spettacolarità della classica declinazione processuale, lasciando volutamente fuori fuoco la Corte Suprema, la Legge, la Storia. Come sempre, Jeff Nichols si focalizza sulla famiglia, sui legami interpersonali, sulla forza dell’amore. Delle cinque regie di Nichols è probabilmente la meno personale, indubbiamente quella meno interessante. Cameo per l’immancabile Michael Shannon, troppo di sottrazione Joel Edgerton.

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Virginia, 1958. Richard e Mildred Loving si amano e si sposano. Vengono immediatamente arrestati e condannati a un anno di detenzione: lui bianco, lei nera, non possono essere marito e moglie per la retrograda legislazione della Virginia. Costretti ad abbandonare lo Stato, le loro famiglie e il terreno che avevano comprato, lottano per nove anni contro le leggi segregazioniste della Virginia. Il loro caso, Loving v. Virginia, arriverà nel 1967 davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti… [sinossi]

Un po’ come il genere sportivo, i biopic sugli eroi e le eroine dei diritti civili a stelle e strisce hanno una serie di regole, di cliché, di tacita accettazione dell’elevato dosaggio di retorica. Loving e Jeff Nichols cercano di sfuggire a questi schematismi, lasciando sullo sfondo, letteralmente fuori fuoco, la Corte Suprema e tutto l’iter processuale e legislativo. Qualche accenno, delle brevi sequenze, ma sempre filtrate attraverso la lente dei sentimenti, della famiglia, dell’amore, centro gravitazionale di questo dignitoso, prevedibile, dimenticabile lungometraggio.

L’insistenza su Loving – nomen omen – e sulla sua perseveranza dettata da un amore incrollabile, ma anche da una sorta di illuminata ottusità, alla lunga non paga. Nichols e Joel Edgerton lavorano visibilmente di sottrazione, cercando di restituire a un classico personaggio da biopic una dimensione reale, normale, antieroica. Queste interessanti premesse, già minate da un minutaggio eccessivo, vengono però inspiegabilmente tradite dallo stesso Nichols, in primis nella sequenza dell’incidente: un montaggio alternato (Loving su una pericolosa scala in cantiere, il figlio che corre dietro a un pallone mentre arriva una macchina…) che vorrebbe movimentare la pellicola, creando in maniera assai artificiosa una suspense inesistente, ed essere anche un credibile snodo narrativo.

In concorso al Festival di Cannes 2016, Loving è un biopic dalla confezione apprezzabile che purtroppo non riesce ad allargare il proprio sguardo alla comunità, al contesto sociale, ai personaggi secondari. Insomma, a quella vita vera e semplice che vorrebbe tenere sempre in primo piano. A restare fuori fuoco non è solo la Corte Suprema, ma l’amata Virginia e la sua anima rurale, il microcosmo culturale che ha partorito questa coppia di innocenti fuorilegge, gli avvocati, le stereotipate forze di polizia – aleggia su Loving il fantasma di Mississippi Burning, quel coraggio di pescare a piene mani nella retorica, di regalare sequenze emotivamente memorabili, di sussurrare ma anche, quando necessario, di gridare a squarciagola.
La quotidianità cercata da Nichols si trasforma così in una reiterata dichiarazione d’intenti e d’amore, schiava delle caratterizzazione monolitica del personaggio di Loving, delle reiterate dinamiche dei due sfortunati coniugi, dell’impalpabilità delle rispettive famiglie.

Delle cinque regie di Nichols, Loving è la meno personale, indubbiamente quella meno interessante: non un passo indietro, ma più probabilmente un passo in avanti nei meccanismi produttivi, un film che potrebbe portare a una alimentare alternanza tra film su commissione e progetti migliori, più autoriali, vicini a Take Shelter o Midnight Special, a un cinema capace di rischiare. Magari anche sbagliando, ma rischiare.

Info
La scheda di Loving sul sito del Festival di Cannes.
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