Personal Shopper

Personal Shopper

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Con Personal Shopper Olivier Assayas porta in concorso a Cannes una ghost-story che è riflessione sul desiderio, sul proibito e sull’immateriale. Con una splendida Kristen Stewart.

Se ci sei batti un colpo

Maureen, ventisettenne, ha un lavoro che detesta: è una personal shopper, si occupa del guardaroba di una celebrità dei media. Non ha trovato nulla di meglio per potersi permettere un affitto a Parigi. E aspetta. Aspetta un segno dallo spirito del fratello gemello, Lewis, morto pochi mesi prima. Fino a quel momento, la sua vita resterà sospesa. [sinossi]

C’è un’immagine materiale che prende vita sullo schermo all’inizio di Personal Shopper, ed è quella della giovane e bella Maureen, medium che per riuscire a permettersi l’onerosa Parigi accetta di lavorare come personal shopper per una celebrità; l’immagine è quella di Maureen che, rimasta sola nella grande magione oramai disabitata in cui viveva il fratello gemello morto per crisi cardiaca pochi mesi prima, si aggira per le stanze. L’intero set sembra svanire nel buio e nell’ombra, solo Maureen resta sempre al centro dell’inquadratura, unico elemento vivo della scena, unico elemento mobile a parte la macchina da presa, che la segue con la steadycam. Basta la prima sequenza ad Assayas per informare lo spettatore: in una storia in cui si cerca disperatamente un contatto con l’immateriale e l’ectoplasmatico, Kristen Stewart è il punto di riferimento dello spettatore. Rimarrà l’unico: Parigi appare come un guscio di lumaca, vuoto ma ancora rumoroso, quasi fastidioso; il treno che la porterà a Londra (per fare shopping, ovviamente) non è da meno, così come sono privi di anima gli alberghi in cui uno sconosciuto che la tampina al cellulare – dimostrando di saper non poche cose su di lei – la invita a raggiungerlo. Maureen cerca il “suo” fantasma, quello di un gemello morto per uno scompenso cardiovascolare che minaccia anche la qualità della vita della ragazza; lui gli aveva promesso che se ci fosse stato un qualcosa dopo la morte sarebbe tornato indietro per darle un segno della sua presenza.
Alla ricerca di questo segno Maureen si imbatte in spiriti privi di pace e violenti, e in persone fisiche forse altrettanto prive di pace. Chi è che la perseguita al telefono?

Le uniche forme tangibili che Assayas mette a disposizione della sua protagonista sono gli abiti, le borse e le scarpe che deve quotidianamente andare ad acquistare nelle più rinomate boutique per assecondare il “vizio” della sua datrice di lavoro. Non c’è relazione umana “reale” nella vita di Maureen: via skype quella con il fidanzato – forse – Gary, che si trova per lavoro in Oman, attraverso whatsup quella con colui (o colei) che le manda messaggi, e che è l’unico a riuscire a cogliere l’aspetto dominante della ragazza. Ha paura dei fantasmi, Maureen, e li teme perché in realtà li desidera; e li desidera perché sono proibiti (inatti alla vita). Lo stesso motivo per cui la ragazza continua a lavorare per Kyra: non per una soddisfazione economica – che potrebbe probabilmente trovare anche altrove –, ma per la paura di poter desiderare qualcosa che le è proibito, come gli abiti dei grandi stilisti che, da principio riluttante e poi senza più troppe remore, prova prima di avallarne l’acquisto.
È il suo essere ancora carne e sangue a rappresentare lo scarto rispetto al mondo che la circonda. Lei è tangibile, è ancora davvero un medium: Kyra, che è parte dei media, è ancora sola apparenza, immagine sfuggente di un desiderio inappagabile, e inappagato. Quello di apparire ed essere a una volta sola. Con Personal Shopper Olivier Assayas propone un passaggio ulteriore al proprio cinema, trasportando la questione del campo/fuori campo e della “sparizione” in territori direttamente collegabili al genere. Tra il thriller e l’horror, Personal Shopper prosegue lo studio del cinema come ultima arma possibile per trovare un punto di contatto tra l’umano e ciò che non è visibile agli occhi – fossero acnhe solo quelli degli spettatori.

Ma, soprattutto, Assayas compone un poema oscuro e a tratti barbarico per il corpo della Stewart, in moto(rino) e immobile, nudo e vestito, centro di quell’inquadratura che non teme l’horror vacui ma si aggrappa in ogni caso all’unico elemento vivo, inseguendolo e a volte superandolo. Lo sguardo della camera brama Maureen così come lei brama quei vestiti che non le appartengono; lo sguardo della camera teme Maureen così come lei teme quegli antri dalle grandi stanze in cui si agitano spettri reali e immaginari; lo sguardo della camera spia Maureen così come lei cerca di trovare una verità in quei messaggi che arrivano, sempre più personali e inquietanti.
Accolto da bordate di fischi alle proiezioni stampa di Cannes (i fantasmi sulla Croisette portano con loro sempre fastidiosi risolini autocompiaciuti; basti pensare al bellissimo La frontière de l’aube di Philippe Garrel), Personal Shopper è un’opera teorica eppur carnale, umana e fantasmatica. Insieme a Paterson di Jim Jarmusch, fino a questo momento il titolo migliore del concorso del 2016.

Info
Una clip di Personal Shopper.
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