Aquarius

In Aquarius Kleber Mendonça Filho mette in scena la lotta di una donna per il diritto di continuare a vivere nell’appartamento in cui è cresciuta, e narra allo stesso tempo il Brasile degli ultimi trent’anni.

L’appartamento

La sessantenne Clara, critica musicale, è nata a Recife, in Brasile, in un ambiente borghese. Vive in un palazzo singolare, l’Aquarius, costruito negli anni Quaranta sulla famosa Avenida Boa Viagem, che corre lungo l’oceano. Un importante gruppo immobiliare ha acquistato tutti gli appartamenti ma Clara si rifiuta di vendere il suo. Inizia dunque una guerra con la società immobiliare che la molesta. Sempre più turbata da questa tensione, ripensa alla sua vita, al suo passato e a coloro che ama. [sinossi]

All’interno di un concorso di Cannes abbastanza schizofrenico, Aquarius appariva agli occhi di buona parte del popolo degli accreditati come un oggetto oscuro, esotico, da maneggiare con cura perché possibile foriero sia di sorpresa che di delusione. Il nome del regista, il brasiliano Kleber Mendonça Filho, non presentava appigli particolari: il precedente O Som ao Redor, suo esordio al lungometraggio, aveva ricevuto anteprime in Europa solo a Rotterdam e Londra e nonostante il plauso critico pressoché unanime è rimasto in gran parte sconosciuto ai più.
Inizia nel migliore dei modi, Aquarius. Nel 1980, a Recife, un gruppo di giovani (Clara, suo fratello Antonio e la fidanzata di quest’ultimo Ana Paula) sono in macchina sul lungomare; a pochi passi dall’oceano chiacchierano, bevono una birra, amoreggiano, ascoltano il singolo di Another One Bites the Dust dei Queen, appena pubblicato e consigliato da Clara, che è appassionata cultrice di musica. Poi rientrano a casa, dove li attende la festa per i settant’anni della zia Lucia. I bambini – anche i figli di Clara – leggono lettere elogiative verso l’anziana donna (che è anche stata in prigione per essersi opposta al regime militare), ma la mente di quest’ultima si fissa su un mobile, sul quale ricorda di aver fatto l’amore con un uomo, in gioventù. Quando poi tocca a lei prendere la parola per ringraziare coloro che la stanno festeggiando, il suo pensiero va solo alla “rivoluzione sessuale” e all’uomo della sua vita, morto pochi anni prima. In questi venti minuti, che fungono da corpo estraneo (il resto della narrazione è concentrato esclusivamente sul contemporaneo), si riesce a rintracciare forse il volto più sincero di Aquarius, la sua spinta cinematografica più forte e duratura.

Per il resto, infatti, Mendonça Filho si perde in un discorso narrativo che sembra anche affascinante ma si dimostra con il passare dei minuti a grave rischio sterilità: l’ossessione di Clara nel resistere alla richiesta di vendere l’appartamento apre sì il fianco a un thriller dell’anima, ma lo fa con una stanchezza di fondo, quasi che lo stesso regista fatichi a credere fino in fondo a ciò che sta mettendo in scena. Indeciso se assegnare alla storia canoni kafkiani, scivolare deliberatamente nel genere (la sequenza con Clara che immagina una figura minacciosa che entra in casa di notte mentre lei dorme sul divano è una delle più efficaci di Aquarius) o muoversi nel ritratto di una borghesia benestante ma di sinistra, incapace di accettare il capitalismo sfrenato ma allo stesso tempo anche di rinunciare al benessere cui è abituata, Mendonça Filho si muove in maniera ondivaga, slabbrando la narrazione e sfilacciandola.
Non è certo la secchezza narrativa, infatti, a rifulgere in Aquarius, che si perde al contrario in una lunga serie di aneddoti non sempre interessanti. Anche il tema della menomazione (affettiva, visto che la donna è vedova, ma anche fisica, con quel seno asportato a causa di un tumore che allontana gli uomini) e della mancanza si disperde a tratti in un magma affabulatorio che funziona a intermittenza.

Resta allora la presenza in scena della splendida Sonia Braga, che anche nell’approssimarsi ai settant’anni mostra una fisicità che centralizza lo sguardo, lo monopolizza, rubando aria alla macchian da presa. Mendonça Filho si incolla a lei, al suo corpo, al suo carattere fiero e altezzoso, alla sua capacità di dominare il dialogo. Aquarius perde con il passare dei minuti qualsiasi connotazione documentaria (il film si era aperto su un passaggio in rassegna di foto d’epoca) e diventa poema visivo per un’icona del cinema brasiliano. Non è da escludere che il fascino della Braga conquisti anche la giuria presieduta da George Miller, consegnando all’attrice la Palma per la migliore interpretazione femminile. Le scommesse sono aperte.

Info
Aquarius, una clip.

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