Un padre, una figlia

Un padre, una figlia

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Cristian Mungiu è un regista indispensabile per capire l’Europa contemporanea, le sue derive, il suo tentativo di “ripulirsi” dalla corruzione del tempo. Un padre, una figlia lo conferma ancora una volta.

Gli esami non finiscono mai

Romeo, medico in una piccola città della Transilvania, ha organizzato tutto perché sua figlia, Eliza, sia accettata in una università inglese. Alla ragazza, molto istruita, non resta che una formalità che non dovrebbe creare alcun problema: ottenere il diploma. Ma Eliza subisce un’aggressione, e il prezioso esame sembra di colpo fuori portata. Romeo, costretto a mettere in dubbio tutti i principi morali con i quali ha cresciuta sua figlia, deve rimettere tutto in discussione… [sinossi]

Occident, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Oltre le colline, Bacalaureat (questo il titolo originale di Un padre, una figlia). Passare in rassegna la breve filmografia di Cristian Mungiu permette di rendersi conto dell’importanza cruciale di questo regista all’interno del panorama europeo e mondiale. Se la cinematografia rumena degli ultimi quindici anni rappresenta la punta di diamante dell’autorialità europea, come testimoniano le opere di Cristi Puiu, Corneliu Porumboiu, Radu Muntean, Cătălin Mitulescu, Cristian Nemescu, Călin Peter Netzer, Radu Jude e Adrian Sitaru, Mungiu può permettersi di sedere sulla punta della piramide.
Solo vagamente apparentabile ad altri cineasti a lui coevi o appena precedenti – e chi si lanciasse con leggerezza in un accostamento con i fratelli Dardenne, che hanno contribuito alla produzione di Un padre, una figlia farebbe bene ad assicurarsi un paracadute – Mungiu è un regista severo, rigoroso, mai prono di fronte alle esigenze del “reale” e allo stesso tempo deciso a indagare la società che lo circonda e a portarne alla luce idiosincrasie e dissonanze. Un cinema scorbutico, che non lancia troppi appigli allo spettatore ma non viene mai meno al dovere di raccontare. Per quanto a uno sguardo estremamente disattento i suoi film possano apparire come il frutto di una persistenza dello sguardo – anche per l’utilizzo del piano sequenza, uno dei tratti distintivi della cosiddetta new wave rumena – su ciò che avviene davanti alla macchina da presa, sarebbe invece da lodare e da studiare con maggior attenzione il lavoro di cesello in fase di sceneggiatura.

Lo dimostra in pieno anche Un padre, una figlia, con il quale Mungiu torna a prendere parte al concorso di Cannes, che finora gli ha concesso non pochi onori (la Palma d’oro con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, il premio per la sceneggiatura e per le attrici Cosmina Stratan e Cristina Flutur con Oltre le colline). Sullo schermo si dipana la storia, racchiusa in pochissimi giorni, di Romeo, medico in una cittadina della Transilvania, che si trova a dover fronteggiare una aggressione subita dalla figlia cercando allo stesso tempo di oliare gli ingranaggi giusti per far sì che lo shock della ragazza non pregiudichi il risultato degli esami di diploma, passaggio indispensabile per accedere alla prestigiosa università inglese che l’ha già accettata.
La fuga dalla crisi rumena, il sogno di una vita migliore – per la figlia, che tra l’altro non sembra gradire in maniera particolare la scelta del padre –, il confronto con una società corrotta e soprattutto immobile. Dopo aver denunciato una nazione ancorata a pensieri e dogmi vetusti e pericolosi, il regista rumeno allarga la visuale: la storia di Romeo si svolge nella sua patria – ed è a dir poco significativo che non si scelga come luogo Bucarest o un’altra delle principali città del Paese –, ma sarebbe credibile in buona parte d’Europa, Italia compresa.
Senza mai lasciarsi prendere la mano da vagheggiamenti o da rigurgiti moralistici, Mungiu tratteggia in Un padre, una figlia il ritratto di un uomo onesto che, alla prima brusca frenata, deve fare i conti con la melma nella quale galleggia pur di rimettersi in carreggiata. Nessuna delle persone coinvolte nel malaffare di Romeo – truccare lievemente gli esami della figlia, da sempre una delle migliori della scuola, pur di permetterle di raggiungere la media indispensabile per entrare all’università e non dover ripiegare su quella di Cluj – è un criminale, nel senso stretto del termine, forse neanche quel signor Balai che sta morendo e al quale il medico si aggrappa per una raccomandazione; e non si tratta neanche di vittime di un sistema più grande di loro.

Un padre, una figlia ha il coraggio di mostrare una società in cui, semplicemente, si cerca la via più rapida e indolore per raggiungere un obiettivo. Una società ritorta su se stessa, dove gli adulti crescono i figli nella bambagia per evitar loro il contatto con una realtà che li schiaccerebbe, eliminando forse una volta per tutte voli pindarici dalla testa. Essenziale, da questo punto di vista, tutto il crescendo finale, dal confronto di Romeo con l’atletico ragazzo della figlia (forse meno coraggioso e aitante di quanto non voglia mostrarsi), al totale disinteresse con cui l’uomo affronta il travaglio dell’amante, che ha scoperto di essere incinta, fino alla risoluzione di un “pasticciaccio”, per dirla con le parole di Gadda, al quale era difficile venire a capo.
Neutro e posato, lo sguardo di Mungiu scava nella mente e nelle ansie dello spettatore, infastidisce nervi scoperti, costringe l’occhio a soffermarsi su ciò che si vorrebbe scacciare via dal pensiero nel modo più rapido possibile. Non c’è scampo alla legalità, ma forse si può trovare una via d’uscita dalla morale, e senza troppi ripensamenti. Senza uscire dai contorni di un dramma privato Mungiu riesce a cogliere l’essenza del problema che attanaglia l’Europa Unita, o quel che ne resta. Al momento uno dei film più accreditati alla conquista della Palma d’oro.

Info
Il trailer di Un padre, una figlia.
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