Cane mangia cane

Cane mangia cane

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Paul Schrader con Cane mangia cane presentato alla Quinzaine, confeziona un divertissement frenetico, un po’ “gory” e ricco di humour nero, ma tra esplosioni di violenza alla Scorsese e vaniloqui alla Tarantino, la sua poetica appare un po’ appannata.

Criminali nati

Quando tre ex detenuti disperati accettano di rapire un bambino pagati da un boss della mala, sanno di non poter rifiutare, e la ricompensa è troppo ricca per farli rinunciare. Ma il rapimento non va proprio a buon fine e i tre sono obbligati ad uccidere un intruso, che si scopre essere proprio il padre del bimbo. Inseguiti dalla mafia, i tre si ritrovano in fuga per la città di Los Angeles. E nessuno di loro vuole tornare in prigione. Costi quel che costi. [sinossi]

È ancora possibile realizzare un buon crime movie in tempi come questi, dove questo nobile genere pare essere diventato appannaggio esclusivo delle serie tv? Sembra essersi posto proprio questa domanda Paul Schrader quando, dopo essersi visto togliere il final cut di Il nemico invisibile ha deciso di lanciarsi subito in un nuovo progetto che avesse sempre come protagonista Nicolas Cage. E il risultato è sbarcato alla Quinzaine cannense, con il titolo di Cane mangia cane.

Tratto da un romanzo di Edward Bunker (Animal Factory, Straight Time) ambientato negli anni ’90, il film non riesce a liberarsi dallo spirito dei tempi, la sua “novantezza” finisce infatti per sopraffarlo e farlo diventare datato. E la colpa è un po’ di Schrader che, tra citazioni cinefile, esplosioni di violenza, interessanti elaborazioni visionarie, realizza un film post-postmoderno fuori tempo massimo. Dopo un inizio scoppiettante in cui annuncia di aver intenzione di giocare con l’immagine divertendosi come un ragazzino, tra viraggio sul rosa e moltiplicazione degli schermi, incorniciate in televisori d’epoca, lo sceneggiatore di Taxi Driver prosegue con un’estetica sospesa tra Natural Born Killers e Una vita al massimo, concedendosi poi, in un paio di occasioni, l’utilizzo del bianco e nero.

Protagonisti di Cane mangia cane sono tre criminali da strapazzo appena usciti di prigione, che finiscono presto assoldati da un misterioso boss dalla mala conosciuto come “Il Greco” e interpretato dallo stesso Schrader. Mad Dog (Willem Dafoe) è la mina vagante del terzetto, sensibile all’uso di stupefacenti e poco propenso alla diplomazia. Poi c’è il corpulento Diesel (Christopher Matthew Cook), sicario della mafia senza tetto né legge, e infine il leader del gruppo Troy (Nicolas Cage), carismatico ma anche abbastanza casinista. Perciò, dopo un colpo andato a segno, i tre pensano bene di sistemarsi una volta per tutte accettando l’incarico di rapire un neonato. Ma dal momento che per errore uccidono proprio la persona che dovrebbe pagare il riscatto, la situazione si complica, in una spirale inarrestabile di sparatorie, inseguimenti, chiacchiere a vanvera e improvvise esplosioni di violenza.

Con uno stile low budget e una fotografia volutamente “sporca” virata sul rosa, Schrader snocciola per il nostro entertainment una serie di situazioni grottesche, talvolta un po’ “gory” talaltra improntate a una più o meno brillante verbosità. I suoi modelli sono sin troppo chiari: da un lato c’è il tentativo di voler ricostruire un’epopea gangsteristica scorsesiana, privata però della sua aura mitologica (i tre sono dei pasticcioni quasi cartoonistici), dall’altra (quella prevalente) assistiamo a un costante vaniloquio tarantiniano, che porta a segno più di una risata. Si ride parecchio infatti in Cane mangia cane, grazie a una serie di battute irriverenti e rapide che accompagnano situazioni al limite dell’assurdo.
E poi ci sono, sempre a solleticare il nostro gusto, parecchie citazioni, si parla ad esempio di Humphrey Bogart e di Lee Marvin, Schrader però omaggia i classici e al tempo stesso nega la possibilità di un loro ritorno: sperimenta con inquadrature dalla composizione ardita (un campo controcampo con entrambi i personaggi di profilo e al limite del quadro), aggiunge e toglie il colore, disarticola il montaggio.
Siamo però lontani dai tempi di Autofocus così come dalla forza teorica di The Canyons, l’autoriflessività del film si ferma a questi espedienti, a cui va aggiunta solo la presenza in scena di Schrader, non a caso nei panni del boss-maieuta che assegna l’incarico ai nostri tre protagonisti.
Ulteriore manifestazione dell’autore sono poi quei dialoghi sul peccato e sulla redenzione, dove tra un “dimmi cinque cose che posso correggere” e una confessione dei peccati, Schrader ci riporta alla mente le sue ossessioni filosofiche e teologiche. E perciò con Cane mangia cane non va dunque molto oltre una rielaborazione dei topoi della propria poetica in salsa grottesco-gangsteristica. Può sembrare poco, è vero, ma se si considera la brutta esperienza vissuta con il film precedente, appare più che legittima questa parentesi a basso budget scatenata e un po’ sorniona, è il tonico giusto per lenire le ferite e celebrare la riacquisita libertà creativa di un autore.

Info
La pagina dedicata a Cane mangia cane sul sito della Quinzaine.
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