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La borghesia cattolica e il suo ineludibile sadomasochismo sono al centro di Elle di Paul Verhoeven, thriller-commedia spietata e spassosissima presentata in concorso a Cannes 2016.

A lunga conservazione

Michèle sembra indistruttibile. Direttrice di una società leader nel settore dei videogame, si dedica con la medesima spregiudicatezza sia all’amore che agli affari. Aggredita e violentata in casa da uno sconosciuto col volto coperto, la sua vita non sarà più la stessa. Ma una volta identificato l’aggressore, si ritrovano entrambi coinvolti in un gioco pericoloso, che da un momento all’altro può sfuggire a ogni controllo… [sinossi]

Esiliato da tempo dell’ingrata Hollywood (l’ottimo L’uomo senza ombra, del 2000, è al momento la sua ultima produzione Usa) Paul Verhoeven ha fatto ritorno da un po’ nel Vecchio Continente e dopo il mai abbastanza considerato Black Book e il curioso esperimento di scrittura collettiva Tricked, è stato ora accolto oltralpe, dove ha potuto firmare Elle, ultima pellicola ad essere presentata in competizione al Cannes 2016.
Qualora Verhoeven avesse iniziato un suo personale viaggio nel Vecchio Continente alla maniera di Woody Allen, i produttori nostrani dovrebbero stare all’erta perché, a giudicare da questo nuovo capitolo della sua filmografia, il regista olandese potrebbe avere qualcosa di molto interessante da dire, scendendo magari nel dettaglio, anche sulla società italiana.

Tratto dal romanzo di Philippe Djian “Oh…!”, Elle, nel raccontare le reazioni di una donna in seguito ad una violenza subita, va infatti a tratteggiare un ritratto spietato e totalizzante del sistema socio-economico borghese europeo, al punto che, parafrasando il celebre volume di Max Weber, si potrebbe dire che l’oggetto d’indagine del film sia l’amalgama indissolubile tra “Etica cattolica e sadomasochismo”.

È proprio questo binomio a innescare il moto perpetuo e incessante delle nostre vite, vuole dirci Verhoeven, che ci sia o meno il denaro poco importa, l’etica dominante si alimenta prevalentemente di una dialettica tra sopraffazione e sottomissione, il suo obiettivo è il potere, gli strumenti per conquistarlo sono l’ipocrisia e l’indifferenza, anche nei confronti di se stessi.
Queste ultime sono esattamente le due barriere che Michèle (la sempre ottima Isabelle Huppert, in un ruolo del tutto speculare a quello de La pianista), presidente di una società leader nel settore dei videogame, innalza per difendersi dallo stupro subito in casa ad opera di uno sconosciuto, sotto lo sguardo indifferente del suo gatto domestico. È con la scena della violenza che Verhoeven apre il suo film, e non è certo un caso, il dubbio che vuole instillare è molto semplice: probabilmente la nostra protagonista non cambia affatto dopo il trauma, resta invece la stessa, perché il suo unico obiettivo è l’autoconservazione. La vediamo dunque recarsi sul lavoro, frequentare gli amici e l’ex marito, incontrarsi con il figlio, con l’anziana madre e il suo toy-boy, poi discutere della relazione clandestina che intrattiene proprio col marito della sua migliore amica nonché sodale sul lavoro. È una donna spregiudicata Michèle, e vuole restare tale. Costi quel che costi. Ma nel frattempo, inizia anche una sua personale indagine per scoprire l’identità del suo violentatore, lo trova, e stringe con lui una pericolosa alleanza, all’ombra di un cattolicesimo pio e di facciata, come tutto il resto.

In Elle, il regista del famigerato (ancora tutto da rivalutare) Basic Instinct dosa con sapienza thriller e commedia grottesca, affonda con gusto nello stilettare la borghesia contemporanea, che in quest’epoca oramai post-post capitalista vive in una iperrealtà dove vede ciò che vuole vedere, crede ciò che vuole credere. E anche all’interno di un videogioco dunque diventa fondamentale che il nostro avatar digitale possegga le corrette “convulsioni orgasmiche” anzi, è necessario. È tutto fondamentale e inevitabile nella vita della protagonista, le cene, i funerali, le nascite, i Natali, le varie occasioni obbligate di incontro con gli altri si susseguono per lei senza sosta, secondo la corretta liturgia prevista.

Ciò che è “necessario” diventa dunque l’oggetto principale del film di Verhoeven, che va ad aggiungere Michèle alla sua già nutrita galleria di ruoli femminili, ossessionati dal controllo del prossimo e dalla preservazione di se stesse. E in tal senso, Michèle è la perfetta evoluzione della Jennifer Jason Leigh medievale di L’amore e il sangue (1985) così come anche della Carice van Houten della Seconda Guerra Mondiale di Black Book, l’unica novità è tutta anagrafica. Attraverso il personaggio incarnato dalla Huppert, Verhoeven ci parla infatti oggi di una classe media oramai agée, che detiene potere e denaro e intende mantenere entrambi, anche a discapito dei propri figli.

Il Vecchio Continente non è mai stato così vecchio e, tra cinture per l’ernia e toy-boy, la sua borghesia prosegue nell’esercizio del controllo (altro tema caro a Verhoeven), ingloba tutto perché proprio come preconizzava il Principe di Salina de Il Gattopardo “tutto cambi affinché tutto resti uguale”. E allora ecco che si può tranquillamente raccontare di uno stupro subito a una cena al ristorante con gli amici, dopo non c’è stupore che tenga, bisogna continuare a mangiare.

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