Gimme Danger

Gimme Danger

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Jim Jarmusch gira un documentario sull’amico Iggy Pop e gli Stooges. Peccato che Gimme Danger, a parte la verve del cantante, non abbia molto di interessante da offrire allo spettatore.

No Fun

Apparso pe rla prima volta ad Ann Arbor, Michigan, nel pieno di una rivoluzione contro-culturale, lo stile aggressivo e graffiante del rock degli Stooges ha avuto l’effetto di una bomba nel panorama musicale della fine degli anni Sessanta. Gimme Danger, il nuovo film di Jim Jarmusch, rintraccia l’epopea della band e del suo leader, Iggy Pop. [sinossi]

In sala a Cannes ci si è abituati al settimo movimento de Le carnaval des animaux di Camille Saint-Saëns, noto come Aquarium, che accompagna la sigla del festival. Quella è la musica di Cannes, spinta “acquatica” a salire i gradini dell’Olimpo della settima arte – o anche solo della monté de marche… Ovvio che quando poi sulla Croisette arrivi un’altra musica, terracea e assai meno elegiaca, le carte vengano in qualche modo sparigliate; ancor di più poi se a portare questa nuova musica è uno dei nomi più evocativi di quell’immaginario rock che con il passare dei decenni viene sempre più relegato in un angolo.
Iggy Pop non è solo un cantante istrionico, non è solo uno dei grandi amici e sodali di David Bowie, non è solo il fondatore degli Stooges, non è solo una delle figure chiave per comprendere ciò che avvenne prima dell’esplosione del punk. Ciò che era punk già prima del punk. Inevitabile che la sua calata su Cannes, dove veniva presentato fuori concorso Gimme Danger, provocasse reazioni di pura esaltazione, anche preventiva. Non si va a vedere Gimme Danger per capire in quale direzione stia andando il documentario musicale, né perché non si sa cos’altro vedere in sala – al festival è stato programmato proprio nei giorni più densi di proiezioni –, e neanche perché alla regia è accreditato il nome di Jim Jarmusch. Si va a vedere Gimme Danger per farsi bombardare le orecchie dal riff omicida di I Wanna Be Your Dog, per canticchiare in maniera indolente “No Fun, My Babe, No Fun”, per seguire le piroette sbilenche di James Newell Osterberg sul palco. Si va a vedere Gimme Danger perché ci si sente ancora parte di qualcosa di moribondo, forse di vetusto, sicuramente poco di moda: lo sberleffo continuo e ininterrotto al sistema. Dopotutto il gesto che hanno compiuto di fronte ai giornalisti di mezzo mondo Jarmusch e Iggy Pop sulla Croisette è stato uno solo, immediato e di facile decodifica: dito medio alzato contro tutto e tutti. Forse anche contro se stessi.

In questa orgia partecipata e sentita, Jarmusch si pone volontariamente in seconda fila. Non esce allo scoperto neppure quando lo sguardo di Iggy Pop sembra dirgli “dai Jim, siamo io e te, ci conosciamo da una vita, abbiamo già fatto insieme Coffee and Cigarettes e Dead Man!”; no, Jarmusch si limita a una messa in scena corretta, precisa, puntuale. Intervista in lungo e in largo il leader indiscusso della band, gli altri membri tra cui quelli “acquisiti” di recente, come l’ex-Minutemen Mike Watt; sfrutta con oculatezza il materiale di repertorio, avvertendo sempre lo spettatore su ciò che seguirà di lì a poco. Non esiste scarto, non c’è mai il guizzo che forse sarebbe lecito pretendere dal regista di Akron, uno che con il rock ha una dimestichezza rara, e che non è certo nuovo a documentari musicali di questo tipo (il suo Year of the Horse sulla tournée di Neil Young è del 1997), oltre che a un buon numero di video musicali per Talking Heads, Tom Waits e lo stesso Young, per il tema principale di Dead Man.
Invece Jarmusch sembra vaporizzarsi di fronte al mito degli Stooges, che definisce senza mezzi termini “più grande rock band mai esistita”; c’è una deferenza, nel modo in cui la camera riprende Iggy Pop, i fratelli Asheton, Steve Mackay, James Williamson e Mike Watt, più che comprensibile, ma che in qualche maniera senza muoversi in direzione opposta rispetto al potere iconoclasta della musica della band.

Gimme Danger non aggiunge molto alla storia degli Stooges, e sembra più che altro una cronistoria per neofiti, un modo per propagandare il verbo a chi ancora non ha avuto la prontezza di prestare l’orecchio. Paradossalmente (ma non troppo) il fraseggio di Gimme Danger in cui Jarmusch sembra essere più a suo agio è quello in cui vengono sciorinate parte consistente delle band che senza l’esperienza degli Stooges difficilmente si sarebbero espresse nella stessa maniera, con la stessa violenza, lo stesso sarcasmo, la stessa sana strafottenza.
È davvero un peccato che di fronte a una materia così consapevolmente rivoluzionaria, un regista mai timido come Jarmusch abbia deciso di affidarsi a una struttura canonica, regolamentata, ligia al dovere. Certo, resta intatto il carisma slabbrato e mai domo di Iggy Pop, uno che a quasi settant’anni ha ancora il fisico di un quarantenne, si dimena sul palco e si lancia sul pubblico come se niente fosse, ma non basta. Così come non basta il furore battagliero di questo lancinante incedere di basso, dello sferragliare di chitarre, della tempestante batteria, del sax drogato. La musica resta lì, ma l’immagine svanisce in fretta. No Fun.

Info
Gli Stooges eseguono Gimme Danger in un concerto.
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