Il pozzo e il pendolo

Il pozzo e il pendolo

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La presenza de Il pozzo e il pendolo di Roger Corman all’interno di Cannes Classics permette di riscoprire uno dei grandi classici del cinema del terrore.

Don Medina e i suoi fantasmi

Francis Barnard arriva in carrozza al castello della famiglia Medina: l’uomo vuole scoprire le circostanze della morte di sua sorella Elizabeth, moglie di don Nicholas Medina. Francis chiede al cognato Nicholas i dettagli e le ragioni della morte di sua sorella. Nicholas Medina si limita a rispondere che la moglie è morta a seguito di un’infezione al sangue, senza aggiungere ulteriori dettagli. Francis mostra evidenti perplessità ad accettare questa versione dei fatti. Il dottor Charles Leon, il miglior amico di Don Medina, gli rivela invece che Elizabeth è morta a seguito di un attacco cardiaco, dopo essere stata in una stanza del castello. La stanza era quella usata dal vecchio Sebastiano Medina, il padre di Nicholas, l’Inquisitore spagnolo, per torturare le sue vittime… [sinossi]

Corsi e ricorsi storici, e date. Sono trascorsi ben ventisei anni dall’ultima regia di Roger Corman (Frankenstein oltre le frontiere del tempo, 1990), cinquantacinque dalla sua trasposizione de Il pozzo e il pendolo, centosettantaquattro dalla pubblicazione del racconto e pochi meno, centosessantasette, dalla morte del suo autore, Edgar Allan Poe.
In fin dei conti la presenza all’interno della selezione di Cannes Classics de Il pozzo e il pendolo consente al festival di muovere doverosi omaggi tanto al cinema quanto alla letteratura, attraverso due delle figure guida nel campo dell’orrore (per quanto tale definizione stia stretta a entrambi), oltre a certificare una volta di più l’apertura dei grandi festival alla riscoperta del “popolare”: in questo senso la strada è ancora lunga, e non può muoversi solo nel comodo tracciato delle retrospettive e degli sguardi al passato.

Il pozzo e il pendolo non rappresenta il primo incontro tra Corman e Poe (I vivi e i morti, adattamento de La caduta della casa Usher, è del 1960) e si inserisce nella serie di film che il regista statunitense dedicò al genio letterario del connazionale. Tra il 1960 e il 1964, oltre ai due titoli già citati, vennero alla luce Sepolto vivo (dal racconto La sepoltura prematura), I racconti del terrore (che si articola sulle novelle Morella, Il gatto nero, Il barile di Amontillado e La verità sul caso di Mr. Valdemar), la fantasiosa rilettura de Il corvo intitolata in Italia I maghi del terrore, La maschera della morte rossa e La tomba di Ligeia. A questi si aggiunge La città dei mostri (1963), il cui titolo originale The Haunted Palace, rimanda a sua volta a Poe, ma si ispira invece all’altro nume tutelare della narrativa americana dell’orrore, H.P. Lovecraft. [1]

Lo spettatore già aduso ai film di Corman ispirati dalle opere di Poe non avrà alcuna difficoltà a immergersi nella visione de Il pozzo e il pendolo, che si apre su uno schermo nero invaso da “rivoli” di colore, macchie ora dorate, ora sanguigne ora ancora di quel porpora che rende indimenticabilmente avant-pop l’impianto “in maschera” di Corman/Poe ed evidenzia i tratti di comunione tra il suo cinema e quello di Mario Bava – su chi abbia ispirato chi è meglio soprassedere, vista l’inutilità del quesito. Come sempre infedele nella sceneggiatura al testo di partenza, Il pozzo e il pendolo rimane ancora oggi un ottimo esempio di cinema poeano per quel che riguarda la riflessione sul senso di colpa, sul peccato, sulla scure della vendetta pronta ad abbassarsi su qualsiasi personaggio. Nel caso in questione anche da un punto di vista strettamente materiale, visto che uno degli strumenti di tortura è un “pendolo” a dir poco affilato.
Consapevole di non avere a disposizione del materiale per portare a termine un film di novanta minuti, Corman affidò a Richard Matheson il compito di trasformare Il pozzo e il pendolo in un racconto di largo respiro, mantenendo la poetica racchiusa nel testo originale: in effetti della novella resta quasi solo l’ultima parte del film, quella in cui un oramai impazzito Medina decide di mettere in moto la macchina inquisitoria che fu dei suoi avi. Per il resto si assiste a una costruzione della suspense completamente cinematografica, eppure allo stesso tempo non dimentica delle lezioni impartite da Poe. Assumono quindi un grande rilievo l’utilizzo del suono e la componente scenografica, con il castello in cui si svolge la turpe vicenda che riecheggia dell’amore per i dettagli dello scrittore.

Di tutti i film della serie, Il pozzo e il pendolo non è solo il più noto – probabilmente per la secchezza della narrazione, l’eccellente lavoro sui comunque parchi effetti visivi e l’intrico tra eros e thanatos – ma anche quello che in qualche maniera sembra muoversi in modo autonomo rispetto agli altri. È probabile che questa impressione sia dovuta alla mancanza di una reale strategia produttiva alle spalle del film: il successo clamoroso de I vivi e i morti aveva colto di sorpresa un po’ tutti, compreso Roger Corman e i responsabili dell’American International Pictures, James H. Nicholson e Samuel Z. Arkoff.
La decisione di donare al pubblico un nuovo adattamento da Poe fu così più di pancia che di testa, al punto che fino all’ultimo Corman fu indeciso tra Il pozzo e il pendolo e La maschera della morte rossa, e solo i maggiori costi del secondo spinsero in direzione della storia che vede per protagonisti Medina – un luciferino e mai così allucinato Vincent Price – e sua moglie Elizabeth, affidata alle cure di Barbara Steele appena reduce dal set di La maschera del demonio di Bava.

Come quasi tutti i titoli presi da Poe, anche Il pozzo e il pendolo rappresenta di fatto una discesa – o meglio, caduta – negli abissi dell’inconscio; al di là del già citato gioco cromatico della prima sequenza, lo dimostra anche la scena immediatamente successiva, con l’arrivo di Francis al castello. Costretto dal cocchiere che l’ha guidato fin lì a proseguire a piedi, Francis cammina lungo la battigia, con il maniero che si staglia minaccioso sullo sfondo; lo stacco di montaggio sulle onde che si infrangono sugli scogli rimarcano ulteriormente la dimensione da deliquio onirico in cui si svolgerà la storia, che per l’intera durata non uscirà mai dalle mura del castello.
Claustrofobico scavo dei desideri repressi e dell’intima indole violenta dell’uomo, Il pozzo e il pendolo non eccede in sadismi gratuiti, preferendo una struttura psicanalitica, magari semplicistica ma ancora oggi carica di un fascino oscuro impossibile (per fortuna) da emendare. Ai colori della realtà si contrappone il bianco e nero sfumato in blu dei flashback, che acuisce una sensazione di malessere diffuso, sghemba e malsana memoria di eventi nefasti. Asciutto e al contempo delirante, Il pozzo e il pendolo è un piccolo capolavoro, saggio sull’inconscio e sul modo in cui influisce sui pensieri più oscuri dell’essere umano. A quasi sessant’anni di distanza, una visione ancora irrinunciabile.

Note
1. La città dei mostri trae spunto da Il caso di Charles Dexter Ward, parte integrante del cosiddetto “Ciclo di Cthulhu”. L’American International Pictures, che provvedeva a distribuire i film di Corman, cambiò senza l’approvazione del regista il titolo per dare allo spettatore l’illusione che il film si legasse ai precedenti titoli adattati da Poe.
Info
Il trailer de Il pozzo e il pendolo.
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