Festival di Cannes 2016 – Bilancio

Festival di Cannes 2016 – Bilancio

Anno dopo anno, edizione dopo edizione, il Festival di Cannes sembra sempre più mastodontico, potente e prepotente, ma anche sostanzialmente immobile, ripiegato su se stesso. Più della Palma a Ken Loach o della buona qualità media del concorso, di questa sessantanovesima edizione ci interessano i confini cinematografici/festivalieri tracciati da Lescure e Frémaux.

Il Festival di Cannes 2016 ci lascia una Palma debole e l’inevitabile dibattito sul senso delle giurie e dei premi. Questioni piuttosto relative, soprattutto se messe a confronto con l’intero mastodontico ingranaggio cannense: la vittoria di Ken Loach (I, Daniel Blake), in fin dei conti, è poca cosa rispetto alle contraddizioni del monolitico Palais, delle dinamiche della grandeur transalpina, di un’idea e visione del cinema che viene modellata e impacchettata.
Cannes impone Autori, titoli, intere cinematografie. A Cannes, Pablo Larraín (Neruda) è uno quasi di passaggio, parcheggiato alla Quinzaine des Réalisateurs; la Corea del Sud (The Handmaiden, Train to Busan, The Wailing) ottiene spazi che altre cinematografie asiatiche si sognano; l’animazione trova un posto al sole se francese o a stelle e strisce; il genere è ancora guardato con sospetto. Piccole ma significative costanti di un festival che vive di numeri, equilibri, rapporti diplomatici. E di coproduzioni.

Potremmo accontentarci del conteggio delle opere del concorso da riportare a casa – a grandi linee, Elle di Paul Verhoeven, The Salesman di Asghar Farhadi, The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, Graduation di Cristian Mungiu, American Honey di Andrea Arnold, Personal Shopper di Olivier Assayas, Paterson di Jim Jarmusch, Toni Erdmann di Maren Ade, Ma Loute di Bruno Dumont e Sieranevada di Cristi Puiu – o delle perle sparse tra le varie sezioni, come La Mort de Louis XIV di Albert Serra, La tortue rouge di Michael Dudok de Wit o The Wailing di Na Hong-jin. Così come ci si potrebbe accontentare dell’invasione zombie di Train to Busan di Yeon Sang-ho, puro genere di apprezzabile fattura infilato nelle proiezioni notturne della micro-sezione Séances de minuit. Ma in questa fiumana di titoli e proiezioni, compresi gli appuntamenti di Cannes Classics sulla carta irrinunciabili (Farrebique di Georges Rouquier, Momotaro, Sacred Sailors di Mitsuyo Seo, I racconti della luna pallida d’agosto di Kenji Mizoguchi, Adieu Bonaparte di Youssef Chahine, One-Eyed Jacks di Marlon Brando, Signore & signori di Pietro Germi…), gran parte dei film restano invisibili, non escono dalle mura del Palais, non sono supportati da una degna copertura stampa. Cannes propone un programma ricchissimo, con incastri spesso discutibili, che si preoccupa troppo della quantità, dei grandi numeri: una filosofia festivaliera che purtroppo dalla Croisette si espande a macchia d’olio, contaminando quasi tutte le kermesse dal budget più o meno faraonico. Festival che non sono a misura d’uomo, di spettatore, ma che soprattutto non tengono conto della reale visibilità delle singole pellicole – la proiezione di un classico della science fiction come Ikarie XB 1 di Jindrich Polák, riportato allo splendore originale da un minuzioso e rispettoso restauro, era praticamente deserta.
L’imperfezione della perfezione – perché Cannes, nel suo essere l’avamposto dell’industria cinematografica transalpina, è indubbiamente una macchina perfetta – è nella selezione in concorso dell’impresentabile The Last Face di Sean Penn o del innocuo Loving di Jeff Nichols; nell’ignorare sistematicamente alcune aree geografiche/cinematografiche; nell’insistere con i nomi da copertina, con i vecchi amici di sempre, regalando l’ennesimo volano mediatico a Almodóvar, Allen e Co.; nell’infarcire il programma di produzioni/coproduzioni francesi, anche quando palesemente non all’altezza (grida ancora vendetta l’apertura di Cannes 2015). La Cannes di Lescure e Frémaux, in linea con la precedente gestione, detta purtroppo i modi e i tempi del circuito festivaliero e dell’immaginario giornalistico, critico e cinefilo, relegando ai margini Autori, generi, intere cinematografie, e guardando al passato solo in maniera frammentaria, disordinata. In quanti, ad esempio, avranno avuto la possibilità di vedere La jeune fille sans mains di Sébastien Laudenbach, presentato nella selezione alternativa di ACID?

Se il red carpet fosse meno ingombrante, meno popolato e celebrato. Se la selezione fosse numericamente più rigorosa e tagliasse i rami secchi. E ancora: se la sigla di Cannes fosse come quella della Quinzaine; se le note di Cyril Moisson risuonassero tra le sale del Palais; se al centro del Festival ci fosse davvero solo il Cinema, senza calcoli politici, geografici, economici. Se venissero prima le opere e poi i nomi; prima la critica e poi il giornalismo…

Info
Il sito del Festival di Cannes.
Il sito della Quinzaine des Réalisateurs.
Il sito della Semaine de la Critique.

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