Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi

Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi

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Invisibile, inodore, pervasivo, è il Web secondo Werner Herzog, che con Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi realizza un’inchiesta in prima persona destinata ai posteri, che non avranno più alcun “reperto” a disposizione per interpretare la nostra epoca.

In memoria di noi

Che cos’è Internet oggi? Che ruolo ha nelle nostre vite e come influirà sul nostro futuro? Werner Herzog ci guida, con un racconto articolato in dieci capitoli, alla scoperta di quella realtà onnipotente che è il Web. Tra robotica e hacking, nuovi fenomeni psicologici e dinamiche sociali, crimini e stupori, Herzog ci offre un colpo d’occhio sul panorama intorno a noi, e soprattutto indica una via: verso un domani in cui forse Internet sarà capace di sognare se stesso, gli asceti avranno bisogno del wi-fi e i nuovi campioni di calcio non saranno umani. [sinossi]

Delle pitture rupestri in una caverna sono oggi in grado di dirci qualcosa della vita sulla terra trentamila anni fa. Ma per saperne qualcosa di quest’era digitale, delle nostre esistenze espanse sul web, tra trentamila anni o anche molto meno, potrebbe non esserci più nulla. Meglio allora sarebbe predisporre da subito una scatola nera e inserirvi Lo and Behold, Reveries of the Connected World di Werner Herzog, possibilmente non in formato digitale o perlomeno affiancato da un adeguato strumento di proiezione che possa renderlo visibile ai posteri.
È infatti proprio la memoria di noi, quelle “reveries” cui allude il titolo, preludendo a un presente che a breve sarà già passato, il tema che il regista teutonico pone al centro di questo suo documentario dedicato alle origini, al presente e al fututo del web che, dopo essere stato presentato al Sundance, approda ora al Biografilm Festival. E la collocazione all’interno dell’evento bolognese appare quantomeno azzeccata, perché è proprio la “biografia” della nostra epoca che il film mira a tracciare.

Non è dunque per nulla peregrino assimilare Lo and Behold, Reveries of the Connected World a Cave Of Forgotten Dreams, documentario in 3D firmato da Herzog nel 2010 e dedicato all’esplorazione dei dipinti rupestri nella caverna Chauvet-Pont-d’Arc, situata nel sud della Francia e datata 30.000 anni fa. Già perché se oggi quelle raffigurazioni sono ancora qui, non possiamo garantire lo stesso, già in un futuro prossimo, per le nostre esistenze oramai in ampia percentuale telematiche, che un possibile e probabile bagliore del sole può spazzare via in pochi istanti.
Con un pessimismo tardoromantico innestato da un’alta dose di sapida ironia teutonica, Werner Herzog con Lo and Behold, Reveries of the Connected World ci accompagna in dieci capitoli della storia del web, dal pre-web (quasi fosse una sorta di pre-cinema), alle sue possibili evoluzioni, poi nel suo lato oscuro, e verso la sua possibile morte. La voce del regista, come sempre accade nei suoi documentari, è la nostra guida, e non può che essere dubitativa. È dal dubbio d’altronde che nasce la conoscenza e, in questo percorso immersivo che alterna stupori e tremori, entusiasmo e sgomento di fronte agli scenari futuribili, a Werner Herzog preme soprattutto scoprire se questa non-cosa che l’uomo ha creato, un po’ gli assomigli.

Ecco allora che l’autore s’imbarca nella ricerca, all’interno di un universo evanescente, di qualcosa di organico, come l’odore di quel computer che per primo riuscì a connettere nel 1969 la UCLA e lo Stanford Research Institute. Il “medium” funzionò, ma il “messaggio” finì decisamente in secondo piano: l’operatore riuscì infatti a trasmettere solo la prima sillaba della parola “login”, quel “Lo” che ora troneggia, monco e proprio per questo fortemente significante, in apertura del titolo del documentario. E poi, cosa resta oggi di quella trasmissione? Un report cartaceo, non potrebbe essere altrimenti. Archeologo del presente e di un passato prossimo, Herzog va in cerca dunque dei reperti, e ne trova solo di analogici, resta poi affascinato dalla possibilità che qualcosa nel web, nella sua storia o struttura, possa assomigliare a un elemento naturale: la pervasività dell’acqua proposta da uno studioso come metafora del web gli viene in tal senso in soccorso, così come l’ipotesi, postulata da un altro scienziato, che internet possegga una struttura molecolare e, con essa, anche una sua varietà di suoni.

Si susseguono dunque gli incontri con i pionieri del web, con neuropsichiatri, hacker prometeici, esperti di robotica che preconizzano una Nazionale di automi in grado di vincere i Mondiali di Calcio nel 2050, e poi ci sono i cosmologi, i “drogati” di videogame, una famiglia devastata dalla pubblicazione della foto della figlia morta su internet, monaci assorti in preghiera (forse) sui loro smartphone, e una comunità di persone che, vessate da un’ingombrante antenna e dai suoi campi elettromagnetici, ha scelto l’eremitaggio in una zona remota del West Virginia. È senz’altro a questi ultimi che va la simpatia dell’autore, ma sarebbe errato reputarlo come un mero fustigatore di costumi o una cassandra che sola è in grado di percepire il sentore dell’apocalisse: Herzog prova infatti anche una sincera fascinazione per quello che ascolta e che scopre nel corso di questa sua indagine. D’altronde, quando viene a sapere che su Marte al momento si può installare internet ma non ancora l’uomo, resta fiducioso nelle future evoluzioni, e si prenota per un viaggio di sola andata per il Pianeta Rosso.

La posizione dell’autore è quella dell’agnostico, dubita, non crede e sa di non sapere, ma dalla sua ha la forza delle sue domande, inquisitorie, sarcastiche, che arrivano fino a interpellare i suoi interlocutori con un “Internet può sognare se stesso?”. Già, perché se l’autocoscienza del Web è cosa ancora del tutto utopica, di certo dobbiamo essere consapevoli di essere quotidianamente di fronte a qualcosa che l’uomo ha creato, ma che non gli somiglia per niente. Siamo distanti dal portato che può avere la creazione artistica, con le possibilità che essa serba di farci risalire, attraverso l’ermeneutica, al vissuto, storico, sociale, intimo dell’artista. Internet non è la nostra caverna affrescata dalle tracce della nostra quotidianità, domani, quando i posteri dovranno studiarci, non ci capiranno niente.

Info
Il sito della I Wonders Pictures, distributore italiano di Lo and Behold, Reveries of the Connected World.
La pagina dedicata al film sul sito del Biografilm Festival.
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