Il fantasma e la signora Muir

Il fantasma e la signora Muir

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Lab 80 riporta nelle sale Il fantasma e la signora Muir, uno dei primi capolavori di Joseph L. Mankiewicz, storia d’amicizia e amore soprannaturale con Gene Tierney e Rex Harrison.

La vedova e il capitano

La giovane vedova Lucy Muir si trasferisce in una deliziosa villetta in riva al mare e una notte, davanti ai suoi occhi increduli, si manifesta il fantasma del Capitano Gregg. All’inizio la donna è presa dalla paura, ma ben presto tra i due nasce un’affettuosa amicizia… [sinossi]

Il fantasma e la signora Muir torna in sala grazie all’iniziativa di Lab 80, insieme a un piccolo gruppo di titoli che ebbero come protagonista Gene Tierney (Femmina folle di John M. Stahl, Il cielo può attendere di Ernst Lubitsch, Vertigine di Otto Preminger): dovrebbe bastare questa notizia per far accorrere nei cinema frotte di appassionati cultori della materia, e invece con ogni probabilità questo coraggioso esperimento troverà resistenze anche solo a rientrare nei canali distributivi nazionali. In molti diranno che è cinema d’antan, che non si può pretendere interesse su qualcosa di così vecchio, che la Hollywood “classica” ha fatto il suo tempo (ma andrebbero molto meglio gli esordi new dei vari Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, Francis Ford Coppola? I dubbi permangono), che il bianco e nero allontana anche lo spettatore più intraprendente, se giovane. Già, forse è così. Probabilmente è così. Dopotutto chi è oggi per il cinefilo medio – non quello di stretta osservanza – Joseph L. Mankiewicz? Si può considerare dotto chi saprebbe riconoscere Eva contro Eva, e ancor più magari La contessa scalza e Operazione Cicero, per far calare una coltre di spesse nubi sul resto della filmografia. Eppure la modernità di linguaggio di Mankiewicz, l’uso sibillino della dialettica in scena (e della scena come unico elemento possibile di dialettica), avrebbero dovuto preservare la memoria di uno dei registi più eleganti, ironici e stratificati della Hollywood a cavallo tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta del secolo scorso.
Fu una figura di primo piano anche sotto il profilo politico, Mankiewicz, al punto da essere eletto presidente del Directors Guild of America, il sindacato dei registi. Di dichiarate posizioni di sinistra, Mankiewicz venne messo sotto accusa da Cecil B. DeMille, fervente repubblicano e anti-comunista, che richiese ai membri del sindacato di decretarne l’espulsione dalla gilda. Durante la riunione decisiva, la fazione che faceva capo a DeMille prese la parola e non la lasciò per quattro ore, spingendo verso l’espulsione di Mankiewicz e la netta presa di posizione anti-comunista del DGA. A un certo punto chiese la parola John Ford, che disse semplicemente: “My name’s John Ford. I make Westerns. I don’t think there’s anyone in this room who knows more about what the American public wants than Cecil B. DeMille—and he certainly knows how to give it to them…. [looking at DeMille] But I don’t like you, C.B. I don’t like what you stand for and I don’t like what you’ve been saying here tonight”. Un passaggio chiave in un frangente storico in cui il dibattito sul ruolo dell’arte nella società statunitense si fece acceso, e che con troppa facilità è finito nel dimenticatoio. Proprio come Mankiewicz…

Di tutte le opere dirette dal regista nativo di una piccola cittadina della Pennsylvania, Wilkes-Barre, Il fantasma e la signora Muir è quello che con maggior forza sposa le necessità del fantastico, al punto da rassomigliare, in alcuni passaggi e per determinati particolari, a un film di Powell e Pressburger – un discorso non troppo dissimile da quello che si potrebbe fare per il già citato Heaven Can Wait di Lubitsch. Anche Mankiewicz, coadiuvato dallo script di Philippe Dunne, una lunga carriera di sceneggiatore ravvivata da pochi lampi, tra i quali vale la pena citare Johnny Apollo di Henry Hathaway, come i due registi britannici cerca di trovare il punto di incontro in grado di legare insieme la commedia, il melodramma e il gotico. Il risultato è un sublime pastiche multiforme, in cui la leggerezza si sposa al dramma – di per sé persino paradossale – di un amore reso impossibile dal fatto che uno dei due membri della coppia è defunto prima ancora della nascita dell’altro. Trasgredendo a buona parte delle regole del melò, Mankiewicz sfonda la parete del fantastico coinvolgendo lo spettatore in un’avventura in cui tutto diventa concesso, possibile, persino naturale: in questo senso svolge un ruolo fondamentale la regia, che non vede mai la spettacolarità come veicolo dello stupore e preferisce agire sottopelle, in modo quasi subliminale. Opera di straordinaria eleganza, Il fantasma e la signora Muir si incolla allo sguardo dello spettatore, bramoso di agire a sua volta in una situazione in cui l’elemento esterno è l’unico vero “attore” della vicenda. Gene Tierney, dallo sguardo vagamente spaesato per l’intera durata della pellicola (una scelta che venne scambiata per incapacità da buona parte della critica dell’epoca, a partire dal New York Times, che trattò con sufficienza il film), è praticamente eterodiretta dal fantasma del capitano Gregg, destinato a diventare uno degli attori preferiti da Mankiewicz, che gli affiderà ruoli in altre tre occasioni. Per questo, quando l’ectoplasma decide di scomparire dalla casa, risentito e geloso dell’affetto che la giovane vedova dona all’ambiguo Farley interpretato da George Sanders, il pubblico avverte lo stesso senso di abbandono della protagonista, e per la prima volta percepisce la presenza del fantasma come qualcosa di “fantastico”, “irreale”, forse solo sognato.

Lo scarto è il risveglio, e la dolorosa accettazione di una perdita, è la messa in opera definitiva del meccanismo cinematografico e del suo potere immaginifico; come la Tierney, anche il pubblico pretende il ritorno del fantasma, unico modo per poter davvero convivere con il reale, accettarlo, andare incontro al proprio destino. Là dove sembra la superficie liscia delle cose il punto d’attrazione dello sguardo, si svelano dunque sovrastrutture architettate ad arte, discese in profondità che mai sarebbe stato possibile immaginare. Anche per questo l’emozione che sgorga dalla visione de Il fantasma e la signora Muir è così immediata e potente, e si ripete di volta in volta in maniera naturale, anche quando l’incontro con il film diventa poco meno di una routine. E anche per questo Mankiewicz può fregiarsi di aver diretto una delle storie d’amore più durature e sincere della Settima Arte, citato in molteplici occasioni, persino da Don Rosa nel suo fondamentale fumetto The Life and Times of $crooge McDuck.

Info
Il fantasma e la signora Muir, il trailer su Vimeo.
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