Tutti vogliono qualcosa

Tutti vogliono qualcosa

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Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater torna una volta di più sull’adolescenza, sul passato, su un’età dell’oro che non è mai esistita, se non nel sogno. E forse nemmeno lì.

La vita è un bisogno

Nel 1980 Jake Bradford si trasferisce al college e prende possesso di un’abitazione insieme ai suoi compagni della squadra di baseball universitaria. Tra cameratismi e qualche conflitto interno al gruppo, tra notti folli alla perenne ricerca di conquiste femminili, Jake inizia un percorso di crescita che lo porterà anche a trovare l’amore… [sinossi]
You can’t get romantic on a subway line.
Conductor don’t like it, says you’re wastin’ your time.
But ev’rybody wants some.
I want some too.
Ev’rybody wants some.
Baby, how ‘bout you?
Van Halen, Everybody Wants Some!!, 1980

Tutti vogliono qualcosa, nel cinema di Richard Linklater, anche quando non ne sono consapevoli. Forse soprattutto quando non ne sono consapevoli. Tutti vogliono qualcosa, a partire da una libertà che è parte integrante di ogni discorso dell’America wasp ma poi è così difficile da rintracciare, nella realtà di tutti i giorni. Non esistono molti registi come Linklater, e non ne esisteranno mai molti: a parte qualche rapida incursione nella Mecca del Cinema, Linklater non si è mai mosso dai luoghi in cui è nato e cresciuto. I suoi film sono quasi sempre ambientati nel Texas, ad Austin o a Houston, o magari vagando da un luogo a un altro come quel Boyhood girato nel corso di dodici lunghi anni, per seguire la crescita di un bambino e allo stesso tempo l’invecchiamento di un mondo che deperisce. Sì, il mondo muore, pezzo dopo pezzo, e anche l’America – che in Texas vede una delle roccaforti di Donald Trump, così come lo fu per Bush padre e Bush figlio – non se la passa troppo bene. Per questo, forse, Linklater la cristallizza, raggelandola nel tempo e rendendo immortale il superfluo, il dimenticabile e già dimenticato.
L’apparentamento tra Tutti vogliono qualcosa e La vita è un sogno non è materia esclusiva per cultori o per cinefili di stretta osservanza; scorre davanti agli occhi dello spettatore con la fluidità naturale tipica delle opere di Linklater, si immerge in profondità con la limpidezza cristallina di quegli specchi d’acqua in cui i protagonisti del film vanno a farsi il bagno, nell’ennesima distrazione da una vita che deve ancora realmente iniziare il suo corso. Non è certo un caso che nei titoli originali dei due film il regista abbia sfruttato due hit radiofoniche: se Dazed & Confused dei Led Zeppelin, rispetto ai fatti narrati ne La vita è un sogno, sembrava arrivare da un passato non poi così vicino – il film è ambientato nel 1976, la canzone fu registrata nel 1969 –, Everybody Wants Some!! dei Van Halen rimbalzava in tutte le radio degli Stati Uniti proprio mentre Jake Bredford, ennesimo figlio della media borghesia a stelle e strisce, abbandonava la casa natìa per raggiungere il college, nel sud-est del Texas.

Strano incrocio tra un ragazzotto del sud, dallo sguardo tutt’altro che metropolitano (il suo unico vero film “urbano”, Suburbia, è tratto da una pièce di Eric Bogosian, autore anche della sceneggiatura) e un cinefilo folgorato sulla via della nouvelle vague, Linklater è un autore dalla poetica incrollabile, talmente strutturata e stratificata da non aver più bisogno di alcuna particolarità di messa in scena. In Tutti vogliono qualcosa, come in pratica in tutti i suoi film precedenti, non c’è spazio per nessuna inquadratura sghemba, per nessun ghiribizzo spazio-temporale, per nessun gioco della macchina da presa. La linearità e la semplicità sono così dirompenti da far apparire quasi “fuori senso” il normalissimo split-screen che accompagna la prima telefonata tra la matricola Jake e Beverly, la ragazza che ha intenzione di corteggiare.
Non ha bisogno di artifici, Linklater, perché ciò che gli preme è la possibilità di dare vita a un microcosmo a se stante, parte integrante (ma non riconosciuta) di quella società che appare sempre come un moghul divoratore e disattento: non intercorre molto spazio tra la squadra di baseball attorno ai cui allenamenti prende corpo Tutti vogliono qualcosa, l’ultimo giorno di liceo de La vita è un sogno, il ritorno a casa del “figliol prodigo” Pony in Suburbia, la giornata degli under-30 di Slacker, il vis à vis eterno che muove le fila della trilogia dei Before…, le disavventure dei fratelli Newton, i bambini che devono imparare a suonare/vivere in The School of Rock e giocare/vivere in Bad New Bears, l’infinito peregrinare nel sogno del protagonista di Waking Life. Sono tutti microcosmi, quelli citati, che si tratti di legami familiari o di amicizia, frequentazioni occasionali o “eterni ritorni” esistenziali. Se il tempo in Linklater si modifica, avanza e abbandona l’oggi nell’istante stesso in cui viene vissuto, lo spazio vive in una stasi pacificante, e allo stesso tempo in qualche misura angosciosa.

Nei volti dei protagonisti di Tutti vogliono qualcosa si avverte quel fremito di vita che è terrore e orgasmo allo stesso momento, mentre si ricerca quel luogo perfetto nel quale sentirsi a proprio agio: anche per questo si passa da un concerto punk a una sala da disco music, o a un locale in stile country. Anche per questo si cerca di capire cosa significa davvero “far parte della squadra”, e che valore questo dettaglio possa significare. La ricerca dell’amore, o anche dell’amicizia, è in primo luogo ricerca di sé, del proprio essere dentro e al di fuori del sistema, della mutevolezza dei tic e delle abitudini, dei modi di dire e di esprimersi. C’è un’instabilità che è l’unico vero elemento di stabilità, come anche in Boyhood. La vita attende, alla fine di quel tunnel/mondo che si chiama narrazione, cinema, storia, racconto. Linklater non emula la vita in scena, la lascia fluire attraverso un incedere mai supponente o artificiale; la lascia intravvedere nei gesti e nei comportamenti dei suoi “ragazzi”. Lascia che esploda all’interno di sequenze destinate a crescere sottopelle, minuto dopo minuto, sguardo dopo sguardo. Sempre alla ricerca di un sogno, di un istante in cui realtà e immaginazione possano sovrapporsi, o anche solo dialogare. Per questo si deve terminare con un sorriso e un occhio che si chiude in attesa di ciò che accadrà e che i più accorti, i più saggi, i primi della classe, chiamano “vita”.

Info
Il trailer di Tutti vogliono qualcosa.
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