Il mestiere delle armi

Il mestiere delle armi

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Giovanni dalle Bande Nere, l’avvento delle armi da fuoco, la fine di un intero sistema di valori e di epoche gloriose. Nel 2001 Il mestiere delle armi fu per Ermanno Olmi un grande ritorno sulla scena italiana e internazionale grazie a un’opera complessa e affascinante. In dvd per Mustang e CG.

1526. I lanzichenecchi imperiali scendono in Italia. Nei pressi di Mantova Giovanni de’ Medici, meglio noto come Giovanni dalle Bande Nere, appena ventottenne si oppone con le sue truppe a difesa del papa, mosso da fede fervente e da entusiasmo militare. Un accordo dei Gonzaga metterà fine alla sua determinazione e al suo mondo di valori, spazzati via dall’avvento delle armi da fuoco… [sinossi]

Nel 2001 Ermanno Olmi tornò alla ribalta riscuotendo un successo realmente lusinghiero, anche di pubblico, con Il mestiere delle armi, che interrompeva un lungo silenzio nel cinema non documentario durato ben 8 anni dal precedente Il segreto del bosco vecchio (1993) e che fu premiato con ben 9 David di Donatello, oltre a ricevere un’ottima accoglienza internazionale. Per Olmi si trattò di una prima tappa in un percorso di seconda giovinezza, che in pochi anni lo vide realizzare diverse opere accolte da un generale apprezzamento (Cantando dietro i paraventi, 2003; Centochiodi, 2007).
Malgrado i ripetuti annunci di abbandono del cinema non documentario, oramai Olmi confeziona in media un film di fiction ogni tre-quattro anni, con cadenza regolare e fertile ispirazione, veleggiando fieramente verso le 85 primavere.
Con Il mestiere delle armi l’autore bergamasco andò a riscoprire una figura storica tanto proverbiale (almeno in molti detti popolari toscani) quanto a conti fatti poco conosciuta, quel Giovanni de’ Medici, più noto come Giovanni dalle Bande Nere, che fu protagonista dell’ultima grande stagione delle compagnie di ventura. A capo di truppe militari in difesa del papa, nel film Giovanni è narrato al prematuro crepuscolo della sua vita, quando nel 1526 si appresta con i suoi uomini a difendere il papa dalla discesa dei lanzichenecchi imperiali, scontrandosi con loro nei pressi di Mantova. Ferito a una gamba, Giovanni trova la morte a soli 28 anni, dopo aver subito pure un’amputazione con annessa cancrena, affrontata con fiero spirito religioso.

Rievocando una figura misconosciuta ma fondamentale della storia vaticana, Ermanno Olmi coglie in realtà l’occasione per spingere una riflessione in più direzioni. Gli anni della contestazione luterana e della conseguente Controriforma vanno a inserirsi in quel conflitto secolare tra Sacro Romano Impero e papato che in quegli anni tocca uno dei suoi vertici più sanguinosi. Per la tradizione imperiale si avvia in realtà la parabola discendente, che si trascinerà in una lunghissima agonia fino alla dissoluzione formale nel 1806 per mano di Napoleone Bonaparte. Ma fin dall’evidente titolo del film il racconto di Olmi si centra sulla fine della nobile guerra combattuta nel corpo-a-corpo e all’arma bianca, man mano che tra i nemici si aprono ampie distanze di sicurezza garantite dalla novità delle armi da fuoco, capaci di sfondare le vecchie armature ferendo a morte. Arrivano i cannoni, e secoli di tradizione bellica, di onore sul campo, di codici cavallereschi sono spazzati via dai loro roboanti esplosivi. In tal senso Giovanni dalle Bande Nere si configura come uno degli ultimi rappresentanti di una nobiltà militare cancellata dalle strategie e dal marchingegno bellico.
Sparisce l’uomo, subentra la macchina. Sparisce la disciplina, subentra l’abilità. Giovanni è in pratica sulla soglia dell’età moderna.

Ne Il mestiere delle armi tale discorso prende forma nell’insistenza su oggetti, strumenti e fasi di guerra, mentre trova la dichiarazione più evidente nella battuta finale, in cui dopo la morte di Giovanni dalle Bande Nere si riferisce l’intenzione di abbandonare le armi da fuoco per correttezza militare. Profezia così lontana dai successivi 500 anni di storia da suonare come una falsa profezia ironica e sagace. Tuttavia a Olmi non sembra premere più di tanto un discorso puramente e didascalicamente pacifista, né assumere il ruolo del cattedratico di storia malgrado l’estrema precisione e perizia delle fonti e citazioni. Più di tutto il film appare profondamente affascinato dal suo protagonista, mostrato come una figura d’eroe perduto senza glorificazioni né tantomeno sublimazioni misticheggianti.
Il Giovanni dalle Bande Nere di Ermanno Olmi e Hristo Jivkov è innanzitutto furore e carne, certo fieramente data in sacrificio al massimo onore in guerra (difendere il papa e il proprio credo religioso), ma restituita in immagini in tutta la sua possanza materiale, ivi comprese ferite, sangue e memorie di amori passionali.
Benché motivato alla guerra da questioni prettamente contingenti (l’Impero che minaccia il papa), il Giovanni olmiano si tiene assai lontano dalle questioni politiche che si muovono al di sopra di lui. Di fatto finirà vittima di un accordo politico che non lo riguarda neanche troppo direttamente, confermando una volta di più la sostanza della sua missione. Giovanni è soldato, e come tale non è chiamato a farsi troppe domande né a essere coinvolto nelle decisioni. Lo motivano il proprio credo e l’onore militare, e non gli interessano minimamente le questioni di concreta convenienza. In tal senso Olmi non è tenero nemmeno con la curia romana, che abbandonò Giovanni a se stesso malgrado le ripetute richieste di rinforzi, e il ritratto che ne esce è quello di un martire lasciato da solo contro tutti, sorta di eroe decadente di un’epoca in fase di mutamento culturale.

Forzando un po’ la mano in direzione della “politica degli autori”, viene da pensare che c’è un filo rosso a tenere insieme opere diversissime come Il mestiere delle armi, Il posto (1961) e La circostanza (1974): il conflitto tra individuo e società/progresso, tra singolo uomo e meccanismi al di sopra di lui, dei quali s’intuiscono a malapena finalità e funzionamenti. Succede al Domenico neo-assunto de Il posto chiamato a eseguire ordini e nient’altro, succede al padre de La circostanza inviato a seguire assurdi corsi di aggiornamento aziendale, succede a Giovanni dalle Bande Nere, mosso da un idealismo puro che trascura del tutto le ragioni del suo agire e ucciso dalle nuove meraviglie della tecnologia militare. Il progresso non sempre porta condizioni migliori di vita. A volte la toglie, la vita.

Come dicevamo Il mestiere delle armi non mostra tra le sue priorità un messaggio facilmente pacifista, magari radicato in un’immediata allegoria tra presente e lontani passati. Olmi dà voce in realtà a una vera e propria fascinazione per un’epoca e i suoi valori, ivi comprese le perdute glorie dell’onesto scontro fisico, barattate con la scorrettezza della macchina in nome della modernità.
Secondo tale linea di ragionamento Il mestiere delle armi risulta un anti-kolossal denso di lirismo, ben lontano dalle trombe della fastosa ricostruzione storica fine a se stessa, e trova una delle sue massime punte espressive nei magnifici scorci di gusto pittorico sulle nebbie e i fumi dei campi di battaglia. Sospeso e anti-psicologico nella costruzione dei personaggi, il film è testimone di un immaginario rinnovato e freschissimo per un autore giunto ai 70 anni. Ancora oggi resta un positivo mistero l’ampio successo di pubblico che Olmi riuscì a conquistare con un film tanto complesso e non sempre d’immediata accessibilità.
In favore di una ricezione “mainstream” giocò probabilmente l’inaspettato passo narrativo serrato e avventuroso, che pure deve vedersela con l’esposizione di complesse dinamiche di guerra e dialoghi dal taglio aulico e filologico.

Il mestiere delle armi è anche un buon esempio di ricca coproduzione, come se non fanno più in Italia e come già non se ne facevano più 15 anni fa. Si tratta di un modello produttivo ed espressivo di grande successo nel nostro paese, che tuttavia mostrava già la corda sul finire degli anni Ottanta e che spesso ha rischiato l’anonima confezione midcult. Olmi riesce invece a farne tesoro, senza sacrificargli quasi nulla sul piano dell’ispirazione autoriale e alleggerendo incredibilmente la portata vetusta del doppiaggio.
Un appunto doveroso va fatto invece all’edizione dvd, che mostra spesso vistosi problemi con la grana e la conservazione della qualità fotografica. Per un film dall’impianto visivo così maestoso (e oltretutto vecchio di appena 15 anni) si tratta di un vero e proprio handicap.

Info
La scheda di Il mestiere delle armi sul sito di CG Entertainment.
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