Vento dell’est

Dopo il ’68 e il Maggio francese nulla è più come prima, occorre un nuovo cinema davvero militante. Vento dell’est di Jean-Luc Godard è cinema nel suo (non-)farsi, è negazione del cinema e dell’idea d’autore. È negazione di se stesso e riflessione su un nuovo cinema più umile, vero attore di processi rivoluzionari. In dvd per Minerva/Rarovideo e CG.

Film-saggio che s’interroga sull’urgenza e la necessità di un nuovo cinema rivoluzionario, che superi l’identità individuale dell’autore e che riscriva daccapo forme, contenuti e processi produttivi. È la storia di un film impossibile da fare, dei fallimenti del passato e delle opportunità del presente. [sinossi]

L’autore è un concetto borghese, un’idea di cinema che dopo il ’68 e il Maggio francese non può più avere residenza in un’Europa e mondo fortemente convinti allora di un vero e radicale cambiamento. Si trattava di rifondare tutto, ripartendo daccapo, rimettendo in discussione le fondamenta della società capitalistica, e il primo mutamento doveva essere innanzitutto culturale. Nella produzione di Jean-Luc Godard Vento dell’est arriva in primis come strumento di autoanalisi e autocritica, nell’intento di rileggere e prendere le distanze dalla propria produzione pre-sessantottina, che malgrado la sua carica dissacratoria e dirompente appare agli occhi del cineasta come irrimediabilmente compromessa con le leggi del mercato e del profitto. Godard discute se stesso e ciò che ha ricoperto nel panorama della creazione cinematografica fino a quel momento, mettendo in evidenza innanzitutto il solco abissale tra un prima e un dopo che è stato scavato dal Maggio francese. Niente è più come prima, è necessario ridisegnare da zero idee di cinema e ruoli al suo interno. Per far questo Godard prende le mosse da un’interrogazione sul come, che fare (il “Che fare?” di lunga tradizione socialista, da Černyševskij in avanti) perché l’autore engagé sia davvero militante e perché il suo cinema diventi un effettivo attore di un processo rivoluzionario sul piano culturale.

In tal senso Vento dell’est appare un film-saggio che mostra il (non-)farsi di un film, costruito sulla divaricazione e conflitto tra le sue due componenti video e audio. Da un lato la colonna audio è occupata per lo più da una voce femminile piuttosto ferma e sicura, che enuncia principi di nuove necessità espressive, riflette, discute, critica, smonta e tenta di rimontare in nuova forma; dall’altro la colonna video mostra/balbetta i tentativi, liberissimi nella loro costruzione grammaticale, che una troupe compie per mettere in scena una sorta di western post-capitalistico, lasciando ampio spazio a discussioni collettive sul come realizzare il film (del resto potrebbero essere benissimo dibattiti riguardanti la realizzazione dell’intero Vento dell’est, che come testimonia Adriano Aprà negli extra scatenò accesi scambi di idee tra Godard e la troupe presso il Filmstudio di Roma).
L’intento è quello di scavalcare barriere, rompere steccati, gettare lo sguardo al di là del cosiddetto cinema mimetico, a cominciare dall’uso disinvolto di lingue diverse. Vento dell’est è un progetto filmico che si nutre anche dell’esperanto culturale di quegli anni, nato da un’idea originaria di Marco Ferreri, da lui prodotto con la sua Polifilm e girato in Italia nei pressi di Roma, con la partecipazione di Gian Maria Volonté in veste di “protagonista” (fa spavento utilizzare termini così gerarchizzanti per un film siffatto e si-ideato), il contributo del pistoiese Sergio Bazzini a soggetto e sceneggiatura (altri termini infelici per un progetto simile) e apparizioni illustri come quella di Mario Garriba.
Così francese e italiano si alternano liberamente nei testi del film secondo uno spirito internazionale nel senso più marxista del termine, mentre fa capolino anche il brasiliano-portoghese di Glauber Rocha, chiamato a testimoniare il mondo lirico e meraviglioso del nuovo cinema sudamericano. Perché in quegli anni il vento dell’est spira ovunque sul pianeta, anche al di là dell’oceano.

Sono gli anni del Gruppo Dziga Vertov, composto in primis proprio da Godard e da Jean-Pierre Gorin, che intende prima di tutto dare voce al superamento della creazione cinematografica individuale in favore di una nuova collegialità autoriale. Si passa dall’io al noi, e come racconta Volonté durante le riprese Godard cede volentieri la macchina da presa ad altri, anche agli stessi attori, perché il film si liberi dagli schemi gerarchici di direzione/esecuzione.
Nonostante tale approccio libero e anticonvenzionale al fatto-cinema, Vento dell’est mostra un proprio rigore e una struttura ben delineata, diviso com’è in due parti di speculare analisi/distruzione e proposta/costruzione. La prima parte è dedicata a un excursus sui fallimenti del cinema rivoluzionario e sull’inevitabile tendenza al revisionismo nel passar degli anni (per lo più Godard rianalizza il destino del cinema sovietico anni Venti). La seconda vede entrare in conflitto due universi, quello del film da fare e la sua negazione, l’urgenza di un nuovo cinema realmente e radicalmente rivoluzionario, nei suoi contenuti, nella sua forma ma soprattutto nei suoi processi produttivi.
Indicativa in tal senso è l’alternanza tra schermo rosso e frammenti del film da fare, volutamente rovinato nella qualità della pellicola. Il film da fare è impossibile, o se è possibile è volutamente sfregiato e negato. In questo senso Vento dell’est è negazione del cinema nell’atto stesso del fare cinema. Atto estremo di rifiuto del proprio ruolo autoriale, del proprio passato, e affermazione di un auspicabile futuro.

Ma anche se dopo il ’68 il futuro sembra fiorire di nuove magnifiche sorti e progressive, in Vento dell’est si avvertono già anche sinistri presagi, il terrore panico di una rivoluzione tanto urgente e necessaria quanto impossibile nella durata. Più di tutto il film sembra infatti una ricognizione di ideali che trovano un tragico scontro con l’applicazione reale e soprattutto con la prova del tempo.
Analizzando impietosamente i tentativi storici di società e cinema rivoluzionari, Godard giunge sempre alla stessa conclusione: trascorso qualche anno, ogni manifestazione rivoluzionaria si cristallizza in un suo modus operandi, in una propria stabilità neo-convenzionale che è soltanto l’anticamera del revisionismo. Per Godard (e con buone ragioni) è successo a tutti e ovunque, dal cinema d’avanguardia sovietica all’URSS ingessata e neo-borghese di Brežnev, alla Jugoslavia di Tito. L’unica fiducia è accordata alla Cina di allora, come speravano in molti a quel tempo.
Ma Vento dell’est è anche il non-racconto di un’incipiente agorafobia. Dopo aver demolito un sistema culturale e auspicato una rigenerazione, che fare, per l’appunto. E soprattutto, come fare perché tutto questo duri, perché la rivoluzione sia permanente. Probabilmente tragico e impossibile quanto girare un film.

Extra: intervista ad Adriano Aprà (14′).
Info
La scheda di Vento dell’est sul sito della CG Entertainment
La scheda di Vento dell’est sul sito della Rarovideo.
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-001.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-002.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-003.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-004.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-005.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-006.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-007.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-008.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-009.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-010.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-011.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-012.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-013.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-014.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-015.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-016.jpg
  • vento-dellest-1970-jean-luc-godard-017.jpg

Articoli correlati

  • Berlinale 2016

    isabelle-huppert-intervista-berlinale-2016Intervista a Isabelle Huppert

    Violette Nozière e La pianista, e poi Loulou, I cancelli del cielo, Si salvi chi può (la vita), Storia di Piera. L’elenco dei film in cui l’interpretazione di Isabelle Huppert ha segnato la storia del cinema sono davvero tanti. L'abbiamo incontrata durante la Berlinale, dove ha presentato L’avenir di Mia Hansen-Løve.
  • Rotterdam

    nathalie-baye-intervistaIntervista a Nathalie Baye

    Chi non se la ricorda nel ruolo di Cécilia accendere un cero per François Truffaut ne La camera verde? O come una delle donne abbordate da Bertrand Morane ne L'uomo che amava le donne? Stiamo parlando di Nathalie Baye, attrice che è parte della storia del cinema d’oltralpe e non solo. Abbiamo chiacchierato con lei a Rotterdam dove ha presentato il suo nuovo film, Préjudice di Antoine Cuypers.
  • Interviste

    renato BertaIntervista a Renato Berta

    "La luce non sta lì solo per impressionare la pellicola o il sensore di una macchina digitale. La luce, in una maniera o nell’altra, deve narrare." In occasione della 29esima edizione del Cinema Ritrovato, abbiamo intervistato Renato Berta, direttore della fotografia per - tra gli altri - de Oliveira, Straub e Huillet, Godard, Resnais e Martone.
  • In Sala

    les ponts de sarajevo recensioneI ponti di Sarajevo

    di , , , , , , , , , , , , Film a episodi nato per ricordare il centenario dell'attentato all'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando, I ponti di Sarajevo è stato presentato fuori concorso alla 67esima edizione del Festival di Cannes. Tra i tredici registi impegnati, eccellono Jean-Luc Godard, Cristi Puiu e Ursula Meier.
  • In Sala

    adieu-au-langage-jean-luc-godard-cov932Adieu au langage

    di Il cinema di Jean-Luc Godard è sempre proteso in avanti e contemporaneamente ancorato a ciò che fu, e Adieu au langage non fa che confermarlo. Dolorosamente impossibile trovare un altro regista in grado di lavorare come lui sul senso della visione.
  • Roma 2013

    Vincent-DieutreIntervista a Vincent Dieutre

    Con l'Orlando ferito, il cineasta francese Vincent Dieutre racconta, partendo dal privato, la crisi della civiltà occidentale. Lo abbiamo incontrato a Roma, proprio nell'ultimo giorno del festival.
  • Bologna 2016

    Memorias-del-Subdesarrollo-memorie-del-sottosviluppo-recensioneMemorie del sottosviluppo

    di L'intellettuale che vuole "farsi" popolo senza riuscirci: l'eterno dilemma veniva affrontato nel 1968 da Tomás Gutiérrez Alea in Memorie del sottosviluppo, ritratto già disilluso della Cuba di Fidel. Al Cinema Ritrovato 2016.
  • In sala

    il-disprezzo-1963-jean-luc-godard-les-mepris-cov932Il disprezzo

    di Il disprezzo di Jean-Luc Godard torna in sala in versione integrale e restaurata, permettendo così finalmente agli spettatori italiani di incontrare sul grande schermo un capolavoro che all'epoca venne martoriato dalla produzione di Carlo Ponti.
  • Cannes 2017

    le-redoutable-2017-Michel-Hazanavicius-recensioneLe redoutable

    di Godard interpretato da Garrel pontifica sulla falsità del recitare, sulla rivoluzione, sugli operai e i contadini, e ovviamente sul cinema. È Le Redoutable di Michel Hazanavicius, sbalestrato e reazionario sguardo sul padre della nouvelle vague. Incredibile ma vero, in concorso a Cannes 2017.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento