Lo(s)t in Sodom, avanguardie e revisioni a Pesaro

Lo(s)t in Sodom, avanguardie e revisioni a Pesaro

A Pesaro si torna a discutere sul concetto di “nuovo”, guardando al passato senza alcun timore, tra avanguardie statunitensi e la sezione Satellite.

Tornando in albergo, sul lungomare Nazario Sauro, l’ultimo bar ancora aperto rimanda le note di It’s a Sin, il singolo con cui i Pet Shop Boys lanciarono il loro secondo album, Actually. Nel Regno Unito del 1987, in piena era thatcheriana ma ancora memore della libertà anarcoide del punk e del post-punk, il duo schiaffava in faccia al pubblico il peso soffocante del moralismo cattolico. “When I Look Back Upon My Life, It’s Always with a Sense of Shame”; chissà se la vedeva così anche James Sibley Watson, uno dei tanti nomi cancellati, perduti o semplicemente dimenticati della storia del cinema…
La domanda, che rimbalza una volta di più dalle giornate di Pesaro 2016, è sempre la stessa: cosa si intende, davvero, per nuovo? In un universo estetico che non sembra avere più molta intenzione di mutare le forme, quanto semmai di attribuire nuove tecniche e tecnologie per mettere in scena quelle stesse forme, dove si deve andare a cercare il “nuovo”? Sotto questo punto di vista, l’approccio scelto da Pedro Armocida e dal suo staff appare quello più lungimirante, l’unico degno di interesse perché parte dalla necessità di mettersi sempre in dubbio, ripartendo – quando necessario – dalle basi.

Il “nuovo”, nell’accezione di Pesaro, si può rintracciare nelle apparizioni dei film presentati nella sezione “Satellite”, o nei titoli in concorso – anche se in questo caso il rischio è quello di confondere nuovo e indipendente –, ma anche e soprattutto negli approfondimenti collaterali, nelle opere che rientrano di diritto tra i Critofilm selezionati e analizzati da Adriano Aprà, nell’omaggio retrospettivo al cineasta algerino Tariq Teguia, che è qui e ora ma allo stesso tempo ha già bisogno di essere riscoperto, nuovamente valorizzato, donato allo sguardo dei suoi contemporanei, nei dopo-festival a Palazzo Gradari, dove è possibile trovare nuove connessioni tra le arti, far dialogare voci tra loro all’apparenza impossibili da intrecciare.
Proprio al dopo-festival, partendo da una selezione di film di Rinaldo Censi musicati dal vivo da Mario Mariani e Alessandra Bosco è tornato a riecheggiare il monito dei Pet Shop Boys: it’s a sin? Lot in Sodom e The Fall of the House of Usher, il primo del 1933 e il secondo del 1928, rappresentano il tentativo di James Sibley Watson Watson e Melville Weber di trovare una propria via all’avanguardia statunitense. In epoca pre-code, e completamente al di fuori degli schemi mentali e produttivi di Hollywood, i due tracciano le coordinate di un cinema misterico ma non privo di psicologia, che guarda con insistenza a ciò che capitava dall’altra parte dell’oceano, in quell’Europa attraversata dal fascino perverso dei totalitarismi, in bilico tra due guerre – una appena conclusa, l’altra in incubazione – ma pronta a bombardare l’arte attraverso una sperimentazione costante, incessante, totale.

Watson e Weber non sono due professionisti, e il loro tentativo di cinema è a tratti piuttosto rozzo e amatoriale, ma sia Lot in Sodom (dei due senza dubbio il film più ambizioso, complesso, stratificato) che l’adattamento da Edgar Allan Poe, completamente diverso rispetto al coevo La chute de la maison Usher di Jean Epstein rivisto di recente a Il cinema ritrovato di Bologna, vibrano di un’accorata ricerca della forma. La riscoperta di una possibilità di montaggio, di attrazione e astrazione dell’immagine, la tensione che abbandona l’ambito narrativo per sprofondare nel magma pulsante di un immaginario che non può rinunciare ai goticismi dell’espressionismo quanto alle sovrimpressioni, alle dissolvenze incrociate più ardite, sono i punti essenziali per avvicinarsi a queste memorie del passato perdute senza che nessuno facesse nulla per evitarlo.
Ma il vero colpo al cuore, la visione stordente che permette di cogliere il senso del “nuovo” anche nell’antico, forse soprattutto nell’antico, perché perduto e non più fruito – non più copiato, per di più – è stato The Furies, film dal brevissimo metraggio (non più di tre minuti di durata) diretto nel 1934 da Slavko Vorkapic, serbo-americano che si lancia in un montaggio cinetico che non lascia requie, né spazio per riprendere fiato, allo spettatore. The Furies è in realtà la sequenza d’apertura di Crime Without Passion di Ben Hecht e Charles MacArthur, ma preso come oggetto a se stante brutalizza il pubblico, facendo tracimare gli umori onirici ben oltre gli argini imposti dal cinema dell’epoca. Visto a distanza di oltre ottant’anni dalla sua realizzazione The Furies dimostra una capacità rara di rigenerarsi attraverso l’immagine, risultando sempre attuale, eternamente nuovo. Non a tutti è concesso un simile privilegio.

Info
The Furies di Slavko Vorkapic.

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