Estate violenta

Estate violenta

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Prima volta in dvd con Mustang e CG per Estate violenta di Valerio Zurlini, melodramma borghese intenso e suggestivo sullo sfondo del crollo del fascismo. Protagonisti appassionati un ottimo duo d’attori, il giovane Jean-Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago. Un recupero importante per un autore sempre poco ricordato.

Estate 1943. Sulle spiagge di Riccione s’incontrano Carlo, figlio ventenne di un gerarca fascista, e Roberta, vedova di guerra sui trent’anni con figlia piccola. Malvista da parenti e amici, tra i due nasce a poco a poco una passione travolgente, mentre la guerra incombe e, col 25 luglio, si apre una fase di drammatico caos per il nostro paese. [sinossi]

Qualche mese fa, per l’uscita in dvd di Le soldatesse (1965) già accennavamo alle comunanze tra due autori per molti diversi distanti come Valerio Zurlini e Antonio Pietrangeli, e in tal senso registravamo la probabile non-casualità nell’aver chiamato Zurlini a sostituire Pietrangeli per terminare il lavoro di Come, quando, perché (1969). La congenialità più evidente tra i due autori risiede nell’interesse diffuso in entrambi per la psicologia femminile, conclamata in Pietrangeli e ben ravvisabile anche in Zurlini.
Da Le ragazze di San Frediano (1954) a La ragazza con la valigia (1961) a Le soldatesse, ritorna pure in Zurlini una rara finezza di disegno nel dare forma a ritratti di donna. Accade anche in Estate violenta (1959), ammirevole recupero in dvd di un’opera tanto importante quanto colpevolmente dimenticata finora dall’universo home video.
Benché il film si profili come un duplice ritratto di ottima introspezione, colpisce come in altre occasioni zurliniane l’interesse per personaggi femminili che lottano con le maglie asfittiche del perbenismo, della convenzione sociale, del pregiudizio sul ruolo della donna. Lo splendido ritratto di Aida in La ragazza con la valigia (1961) è in qualche modo accomunabile alla Roberta di Estate violenta: entrambe sole, entrambe alle prese con una simpatia umana rifiutata e messa all’indice dalla società benpensante (nel caso di Aida, Zurlini fu ancora più audace, visto che una ragazza rapidamente bollata di facili costumi finisce oggetto di una timida passione adolescenziale da parte di un sedicenne).

In Estate violenta l’infrazione generazionale è sì più attenuata ma già scandalosa: una vedova di guerra, poco più che trentenne con figlia piccola, s’innamora di un ventenne durante una vacanza estiva a Riccione. Per Aida gli interdetti verranno dai pregiudizi della società borghese e dallo sguardo prevenuto del clero. Per Roberta risulta di nuovo pesante lo stigma sociale, anche all’interno della propria famiglia, ma vi è un altro elemento decisivo a condizionare e mettere a rischio la sua passione amorosa: la guerra che incombe, perché l’estate di Riccione in cui si consuma l’amore tra Roberta e Carlo non è una qualsiasi, ma è l’estate del ’43, con il 25 luglio alle porte, le Case del Fascio prese d’assalto e l’inizio di un biennio terribile per il nostro paese a conclusione di un tragico ventennio.
In tal senso Estate violenta si regge su un duplice conflitto melodrammatico (stigma sociale e guerra), ma che in realtà è uno solo: il conflitto tra pubblico e privato, inquadrato in un tentativo estremo di separazione dal mondo che può essere letta come sineddoche dell’intera era fascista.

Lo narra benissimo tutto l’incipit del film, che adotta schemi piuttosto consueti per il nostro cinema anni Cinquanta. Roberta assume i tratti della protagonista con un sensibile ritardo, lasciando spazio sulle prime a un ritratto scanzonato di una gioventù in villeggiatura che a tratti sembra presa di peso dalla retorica dei “poveri ma belli” dominante nel nostro neorealismo rosa del decennio.
Saremo forse condizionati dal ritrovarvi numerosi volti di quella stagione espressiva (Cathia Caro, Raf Mattioli, Bruno Carotenuto, Giampiero Littera…), ma l’esordio, tra feste in casa, spaghettate e giochi sulla spiaggia ricorda in tutto una riconoscibile retorica nostrana che si era imposta sul mercato cinematografico di quegli anni.
Alla radio parlano della guerra, ma la bella Jacqueline Sassard (già Guendalina per Lattuada su soggetto dello stesso Zurlini, e Nata di marzo per Pietrangeli) chiede bruscamente di cambiare stazione.
Arriva poi un aereo tedesco, a bassissima quota sulla spiaggia, a gettare all’aria il forzato disimpegno di tutta una generazione. Quei giovani, così stupidamente goliardici in una delle fasi più delicate di una guerra in corso, non sono altro che il frutto di una generale deresponsabilizzazione socio-politica alimentata ad arte dai regimi totalitari. Giovani rappresentanti di una borghesia disimpegnata per scelta o per obbligo, o più probabilmente per generale anestesia, visto che lo Stato-Mamma (o Matrigna) si occupa di tutto e chiede soltanto ai suoi figli di non pensare a niente.
È del resto il senso del personaggio di Carlo, ventenne figlio di gerarca fascista che grazie al padre è riuscito a evitare la guerra, giovane reso fragile, insicuro e disimpegnato da un sistema sociale che gli permette di deresponsabilizzarsi totalmente.

Zurlini risulta altamente sagace nel ritrarre il conflitto amaro e stridente tra la vacuità di questo gruppetto da spiaggia e la tragedia che si consuma a pochi chilometri da loro. Quando poi la vicenda imbocca la via del melodramma, Zurlini mantiene un’ammirevole finezza di tratto nel racconto della crescente passione e nei profili dei due protagonisti, ammantati in una delicata malinconia crepuscolare, che sarà in parte rovesciata nei toni inaspettatamente eccessivi della seconda parte, dove i dialoghi si fanno enfatici e convenzionali, la musica onnipresente e magniloquente, e l’autore sembra pagare un dazio fin troppo alto alle regole del genere. Ma come in altre occasioni zurliniane è il linguaggio ad assumere un peso specifico nell’economia espressiva del film. Tra crepuscolare e decadente, Zurlini adotta un passo narrativo lento, tutto centrato sulle evoluzioni dei personaggi, facendosi forte di un uso delle luci altamente suggestivo. Dai primi incontri davanti al cancello di Roberta, alle belle sequenze notturne, fitte di chiaroscuri, anzi di figure che si stagliano nella penombra, alla lunga sequenza d’amore sulla spiaggia in mezzo a un vento squassante, Estate violenta è innanzitutto un concerto di luci e di suggestioni visive, che cerca rispondenze tra natura e personaggi secondo una poetica sensista ed espressionista piuttosto aliena al convenzionale melodramma all’italiana.
Per Carlo e Roberta si tratta anche di un percorso di formazione, che li porterà dalla dimensione sfrontata e solipsistica della loro passione alla presa di coscienza di quanto sta accadendo intorno a loro.
Da un lato, l’atto d’accusa di Zurlini attacca la guerra in uno dei suoi risvolti meno ricordati, ovvero l’invasione del privato e l’impedimento a vivere la propria vita. Dall’altro, tramite la loro storia d’amore, Carlo e Roberta cercano anche di fuggire dalla realtà in un atto estremo e inconsapevole di rifiuto. Ci vorrà un bombardamento atroce, mentre i due si trovano in fuga su un treno, per risvegliarli alle loro coscienze. La celebre scena è una delle sequenze di bombardamento più violente, maestose e riuscite della storia del nostro cinema. Come ricorda Gianni Canova negli extra, furono necessari 11 giorni di lavoro e 4 macchine da presa per realizzarla.
Si tratta di una sequenza di rara efficacia drammatica e spettacolare, che irrompe nel racconto dopo una prima parte sospesa e trattenuta, in cui la guerra fa capolino tramite segnali inquietanti, e una seconda più esagitata sul versante melodrammatico. A troncare i crepuscolarismi e i sogni d’amore cadono bombe spaventose dal cielo, alle quali Carlo e Roberta riescono a sopravvivere, ma richiamati ciascuno a se stesso. Risulta tuttavia assai intelligente la svolta finale di Carlo, che sembra ritrovare una coscienza ma in una sostanziale ambiguità: da un lato la sua rinuncia alla diserzione appare il finale scatto d’orgoglio di chi ha vissuto sempre da bamboccione all’ombra del regime, un’uscita insomma dalla dimensione infantile e giocosa verso l’impegno della vita adulta, ma dall’altro è di nuovo la conferma di una sostanziale viltà, che lo induce a non mettersi nei guai nemmeno per difendere i propri sentimenti. Ché, parole sue, “Anch’io sono come tutti gli altri, non mi ribellerò mai”. Parole nelle quali risuona una condanna per tutta una generazione e una fase storica italiana, compresi gli anni Cinquanta coevi al film, e al contempo una profezia per il destino del nostro paese.

Dramma squisitamente borghese come spesso nel cinema di Zurlini, Estate violenta si tiene molto lontano dall’opera militante e tenta discorsi sull’epoca fascista secondo linee traslate e tangenziali. Vige una generale equidistanza che non condanna né giudica con piena evidenza, ma piuttosto getta uno sguardo sobrio su meccanismi storico-sociali indotti da una lunga epoca di assenza politica. Si percepisce invece una più evidente solidarietà autoriale nei confronti del personaggio di Roberta, di cui Zurlini apprezza il coraggio e l’anticonformismo. È in questa chiave forse che va rintracciato l’attacco più implicitamente acuminato nei confronti dell’epoca fascista, ovvero la messa in crisi del suo primo e decisivo fondamento culturale: il conformismo morale. I due appassionati protagonisti sono Jean-Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago, attrice pressoché dimenticata di altera bellezza e buon talento, sia pure sempre sul filo dell’autocompiacimento accademico. Disperatamente innamorati, mentre il mondo intorno va incontro alla catastrofe.

Extra
“E la chiamano estate”: introduzione al film di Gianni Canova (14′).
Info
La scheda di Estate violenta sul sito della CG Entertainment.
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