Les Ogres

Les Ogres

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La cinquantaduesima edizione della Mostra di Pesaro si chiude con la vittoria de Les Ogres, opera seconda di Léa Fehner; un film corale che mescola autobiografismo e una grande capacità di gestire la tensione drammatica.

Artisti sotto la tenda di un teatro: perplessi

La vivace compagnia del Davaï Théâtre mette in scena Chechov viaggiando di città in città con il pro- prio tendone da circo: una turbolenta tribù di artisti nella quale il lavoro, i legami familiari, l’amore e l’amicizia si mescolano con veemenza, scavalcando i confini tra la finzione del palcoscenico e la vita reale. Un bambino in arrivo e il ritorno di una ex amante riapriranno vecchie tensioni… [sinossi]
Niente bugie meravigliose
frasi d’amore appassionate
ma solo baci chiedo a te
ye ye ye ye ye ye! ye!
Adriano Celentano, 24 mila baci

Les Ogres ha illuminato la Piazza del Popolo di Pesaro, zittendo in fretta furia le chiacchiere di chi approfitta dei film serali della Mostra del Nuovo Cinema solo per passare delle ore all’aria aperta, magari mangiando un gelato. In un’edizione del festival dedicata, per quel che riguarda la retrospettiva, al cinema popolare e alle sue infinite declinazioni, l’opera seconda di Léa Fehner (l’esordio, Qu’un seul tienne et les autres suivront, prese parte alle Giornate degli Autori di Venezia nel 2009) mette in mostra le peculiarità più alte del termine popolare. Attraverso la storia del Davaï, teatro itinerante che porta in giro per la Francia l’arte di Anton Pavlovič Čechov, la regista transalpina cerca di annodare i fili più disparati, tra autobiografismo e una continua tensione drammatica, sempre in bilico sul crinale che la divide dalla farsa, e dalla commedia. In scena, a interpretare i due fondatori del Davaï e la loro figlia (che recita nella compagnia e si occupa, tra mille malumori, della contabilità), ci sono il padre e la madre di Léa Fehner e sua sorella Inès. La stessa regista crebbe attraversando la Francia in lungo e in largo al seguito della compagnia fondata dal padre.
Dietro l’accorato grido d’amore perpetuo per un mondo in via di sparizione – le compagnie itineranti soffrono, com’è inevitabile, una grave crisi – Les Ogres nasconde dunque una nostalgica lacrima personale, il ricordo dell’infanzia.

Ma sarebbe ingiusto ridurre Les Ogres a una “resa dei conti” privata (“sì, è tutta una questione di famiglia, e allora?”, rimbrotta risentita Inès a un collega durante una delle infinite discussioni che animano il film); nelle pieghe del racconto corale, la Fehner trova infatti le coordinate per dare respiro e potenza a un’umanità ai margini, che non ha una collocazione geografica e una casa, se non quella che condivide quotidianamente con gli altri membri della compagnia. Come i circhi, il Davaï si muove in una colonna di roulotte e camion, arriva nel terreno che il comune gli ha messo a disposizione per lo spettacolo, e monta il palco. Un gruppo di attori, intanto, si reca nella cittadina e promuove lo spettacolo, sperando che gli abitanti decidano di abbandonare la televisione, i cinema, le uscite con gli amici e le mangiate al ristorante per raggiungere il tendone e godere di una dimensione “altra”, quasi fuori dal tempo.
Questa dimensione di alterità cozza con forza con la descrizione dei rapporti interpersonali della compagnia, tra amori clandestini, tradimenti, crisi di identità e chi più ne ha più ne metta. Evitando di entrare nel merito dello stantio gioco di specchi tra realtà e rappresentazione della vita, Les Ogres cala la camera in un microcosmo dove tutto – infortuni, depressioni, gravidanze – è condizionato alla necessità oggettiva di andare in scena, di tornare al testo, alle sue regole, al suo ordine nel disordine.

La Fehner si affida a un collaudato cast (oltre ai famigliari della regista, da annotare la presenza tra gli altri di Adèle Haenel, Marc Barbé e Lola Dueñas), ma dimostra soprattutto di aver ben chiara la questione relativa al punto di vista. Solo in questo modo, infatti, si può architettare una struttura corale senza che la bilancia penda in maniera eccessiva in direzione di qualcuno: in questo senso, la sequenza dell’arrivo di Lola alla stazione di servizio, per raggiungere la compagnia, appare mirabile e paradigmatica.
Al di là di queste annotazioni, è il crescendo emotivo de Les Ogres a lasciare senza fiato. La Fehner lavora sottopelle, in maniera costante, con i sentimenti dello spettatore, accumulando e deviando di quando in quando verso una risata complice, ma spesso isterica. Nella lunga sequenza finale, accompagnata e sorretta da un canto collettivo ossessivo eppure così conciliante, straziante e dolce, Les Ogres deflagra definitivamente, trovando una circolarità che è null’altro che la vista stessa, il suo pulsare, il suo indispensabile “andare avanti”, verso una nuova città, verso un nuovo spiazzo in cui montare il tendone, e continuare a vivere.

Info
Il trailer de Les Ogres.
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  1. Trackback: 17.00 e 21.30 A United Kingdom / 19.00 Les Ogres | Spazio Alfieri

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