Strada sbarrata

Strada sbarrata

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Realismo sociale in un contesto espressivo di plateale artificio, Strada sbarrata di William Wyler incrocia derivazione teatrale con le specifiche risorse del cinema, a metà tra dramma, commedia e noir. Uno dei primi ruoli importanti per un giovane Humphrey Bogart. In dvd per Sinister e CG.

Anni Trenta, New York e la Grande Depressione. In un vicolo dell’East Side che finisce direttamente sul fiume si dipana la vita quotidiana di una comunità composita, in cui trovano posto operai, disoccupati, poliziotti, ragazzi di strada e abitanti di case più ricche. Il gangster Baby Face Martin fa ritorno nel quartiere per riconciliarsi con la madre e la donna amata. Il suo destino s’incrocia con quello di un architetto disoccupato e idealista, Dave, che è diviso tra due donne. Intanto Tommy, uno dei ragazzi di strada, rischia il riformatorio per aver ferito un benestante… [sinossi]

Al cinema realismo è una parola assai scivolosa. Nemmeno come concetto relativo convince fino in fondo: un film più realista di un altro, ma secondo quali parametri? Qual è la realtà ricostruita che può essere definita più aderente al reale? Visto che il cinema è una questione di sguardo, che cosa ci induce a ritenere più realistico uno sguardo invece di un altro? Lo sguardo di un pazzo delirante non è forse realista? È testimone della sua realtà. E ancora, la saga di Star Wars, con la sua ricchissima dovizia di dettagli e particolari scenografici prima, e digitali poi, non è forse l’evocazione di un universo immaginario ricostruito realisticamente?
Storicamente il termine “realismo” è utilizzato secondo chiavi più univoche in ambiti contenutistici, identificando la “realtà più vera delle altre” in quella della povera gente, dei bassifondi sociali, dell’emarginazione, o tutt’al più della borghesia medio-piccola. Ma incontriamo ancora ambiguità su ambiguità. “Oliver Twist” di Charles Dickens sembra rispondere a tali requisiti, ma la struttura è da grande e inverosimile avventura. E d’altra parte chi l’ha detto che narrare delle classi agiate non sia realismo? I salotti della “Recherche” di Proust sono forse meno veri dei quartieracci di Dickens?

Strada sbarrata (1937) di William Wyler rappresenta un caso emblematico di una precisa lettura di “realismo sociale” per il tema trattato e per l’approccio piuttosto duro (quantomeno rispetto ai parametri delle majors di allora) alla materia narrata, aderendo tuttavia a una messinscena e a una costruzione per immagini assai più soggettiva e visionaria di quanto appare in superficie, che con altre idee di realismo cinematografico più tradizionalmente riconosciute ha davvero poco da spartire.
Partendo da un primo dato fondante, il film è girato interamente in studio, anzi in un unico teatro di posa che riproduce una strada con case e negozi, a dispetto delle iniziali intenzioni di Wyler che avrebbe voluto girare nei luoghi reali. Il teatro di posa non fa neanche troppo per dissimulare la sua palese natura artificiosa, così come il ritmo narrativo tradisce platealmente l’origine teatrale (Lillian Hellman, che già aveva collaborato con Wyler per La calunnia, 1936, qui traduce per lo schermo una pièce di Sidney Kingsley), soprattutto nella gestione dei personaggi in scena, che sembrano bazzicare continuamente lo stesso tratto di strada senza apparente motivo se non quello di incontrarsi per far procedere il racconto.
Il film è un esempio di cinema del New Deal rooseveltiano, un dramma della Grande Depressione in cui si tralasciano le mondanità dello studio system per andare a raccontare i quartieri degradati di New York in un’ottica più o meno esplicita di racconto edificante. Si mantiene una sincerità di fondo, dal momento che è negato il lieto fine e qualsiasi facile redenzione, ma resta ben viva la speranza di un futuro migliore, sorretto dall’onestà, dalla fiducia nelle leggi e dalla fede nel progresso sociale. Un incrocio tra onestà di sguardo e ottimismo tipico di tutta un’epoca americana in cui ognuno è richiamato a fare il proprio dovere (calvinisticamente) per la ricostruzione di un bene comune.

Strada sbarrata è infatti il racconto corale di un quartiere dell’East Side, ambientato in uno di quei viottoli che finiscono direttamente sul fiume (da cui il Dead End che fa da titolo originale di enorme allegoria, mal tradotto nella versione italiana). Per una buona metà il film registra il placido succedersi di piccoli eventi di strada, per lo più incentrati su una gang di ragazzetti che se la prendono coi riccastri trasferitisi in zona. Benché sul lungo termine si identifichino due o tre personaggi privilegiati rispetto ad altri, essi restano comunque diluiti in un quadretto più generale, dove numerose figure assumono una loro rilevanza narrativa (il poliziotto di quartiere, il portiere, l’oste italiano ecc.ecc.).
I ritmi sono volutamente allentati nel tentativo di riprodurre il quieto accadere della vita, benché ricollocata in un contesto espressivo che tradisce a chiarissime lettere il proprio artificio scenico. Su tale doppio crinale si pone anche lo sguardo registico di Wyler, che specie nei confronti a due tra i personaggi si affida a lunghe inquadrature senza stacchi, piani-sequenza sui generis che spesso si affidano alla macchina fissa o tutt’al più soggetta a pochi necessari movimenti. Con ogni evidenza Wyler ricorre alle risorse espressive della durata, lasciando dialogare a lungo e pacatamente i suoi personaggi in un tradizionale piano americano (molto significativo è il primo confronto tra Joel McCrea e Humphrey Bogart), ma a tale scelta alterna poi sempre più di frequente tagli d’inquadratura audaci, montaggi rapidi e sequenze sincopate come quella dell’inseguimento tra i tetti, in cui concorre a una visione espressionista anche la fotografia estremamente contrastata.
A ben vedere emergono piccoli segnali perturbanti anche nelle sequenze meno sospettabili. Spesso Wyler muove la macchina solo quando è necessario (così codificò Raoul Walsh uno dei precetti più inossidabili della classicità americana), ma sempre con sottile espressività. Basti pensare alla prima entrata in scena di Bogart, rivelato dalla macchina da presa con una leggera panoramica verticale che sale da un ragazzino a una scarpa dell’attore, poi al suo calzino e pantalone elegante, infine alla sua figura intera, inquadrata per un breve momento. Una panoramica verticale pressoché inavvertibile rivela già in questo modo il ruolo e il peso narrativo di un personaggio: Bogart osserva quei ragazzetti da un piano leggermente rialzato, li guarda e li domina dall’alto dell’eleganza e del suo benessere guadagnato illecitamente. È una minaccia su di loro e l’incarnazione del loro probabile futuro.

In questo senso Strada sbarrata si delinea anche per un dramma naturalistico che riaggiorna ruvidezze e determinismi sociali alla Emile Zola nella New York della Grande Depressione. È di nuovo l’ambiente a fungere da pericolosa scuola di formazione per i giovani, è ancora il fatalismo zoliano (che del resto ha molto in comune con la retorica noir del cinema americano anni Trenta) a segnare tragicamente le esistenze di chi si è perduto. È il percorso del “Baby Face” Martin interpretato da un giovane Humphrey Bogart a delinearsi per il più significativo: ragazzaccio di strada, se n’è andato dal quartiere per diventare un gangster che ha già sulle spalle 8 cadaveri. Torna a casa da convinto vincente per riallacciare i rapporti con la madre e la donna che aveva amato: la prima gli oppone un crudissimo e disperato rifiuto, la seconda è diventata una prostituta ammalata di sifilide. In pratica il fatalismo zoliano incontra gli intenti edificanti del dramma rooseveltiano: la vita non è esattamente disperata per tutti coloro che si sono trovati a crescere nei bassifondi, lo è solo per chi ha abbandonato la retta via della fede nel progresso e nel bene comune scegliendo la vita facile del crimine. È in tal senso emblematico il personaggio interpretato da Joel McCrea, incarnazione di sani valori e principi, che pur uccidendo un gangster prova orrore all’idea di ricavarne il denaro della taglia, poiché consapevole dell’assoluta ingiustizia insita nel dare valore monetario alla vita di un essere umano. Esecrabile, ma pur sempre umano.

Rivisto oggi Strada sbarrata risulta un film davvero sui generis, indefinibile, spesso sommariamente ricordato come noir solo perché uno dei personaggi (il più memorabile in effetti) è un gangster spietato che fa una brutta fine. Ma Humphrey Bogart, ancor assai giovane, è qui protagonista quanto gli altri. Nella struttura fluida e corale del film finisce anzi per apparire personaggio preminente la gang dei ragazzini di strada, lasciati protagonisti solitari per lunghi tratti a sviluppare proprie linee narrative, soprattutto nella prima metà.
Anch’essi a ben vedere concorrono a quell’ambigua sensazione di realismo di cui parlavamo in apertura; sono chiamati infatti a incarnare la gioventù a rischio dei quartieri poveri, ma benché sia riservata loro un’inconsueta franchezza nel ritrarre la violenza di atti, parole e dinamiche interne, per lunghi tratti si delineano sostanzialmente come un simpatico gruppetto pestifero e poco più, tanto che riscuoteranno un tale successo presso il pubblico da dare il via a una serie di film a loro dedicati per più di 20 anni (saranno chiamati i Dead End Kids, mutando in seguito più volte denominazione).
Molto edulcorata rispetto al testo teatrale originario, si tratta di una gang di bambini a uso e consumo del grande pubblico, sicuramente più foriera d’intrattenimento che di riflessione. Tra loro e la schiera dei personaggi adulti si crea un singolare rapporto di doppio coro narrativo, in cui ognuno fa da controcanto all’altro, lasciando spazio a una vicenda principale non a caso di colpa e redenzione. Ma Wyler sorprende soprattutto per l’estrema libertà di racconto. Sulle prime il suo film esordisce con un’ampia parte tutta dedicata al placido fluire di microeventi ai limiti della paratassi, mentre la laboriosa e sotterranea costruzione drammatica ha il suo culmine con inconsueto ritardo, ben oltre la metà del racconto. Passando dalla commedia al dramma naturalistico, Strada sbarrata finisce prima in noir e poi in melodramma, mutando in corso d’opera senza brusche evidenze. E di fatto manda in soffitta vecchi dibattiti sul realismo del cinema aprendo e chiudendo il racconto con due dolly (discendente il primo, ascendente il secondo) che va a inquadrare una monumentale New York disegnata e amplificata da un probabile effetto Schüfftan. Si resta senza fiato. È l’emozione dell’artificio. La realtà la subiamo già troppo giorno per giorno. Viva la finzione. Viva il cinema poiché nient’altro che finzione.

Extra: galleria fotografica.
Info
La scheda di Strada sbarrata di CG Entertainment.
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