Suspense a Venezia

Suspense a Venezia

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Spy-movie di stanchi James Bond ambientato nella città lagunare, Suspense a Venezia di Jerry Thorpe è un curioso oggetto più per le partecipazioni illustri (Boris Karloff, Karlheinz Bohm) che per veri meriti cinematografici. Convenzionale, poco inventivo, giusto uno sguardo e si passa ad altro. In dvd per Sinister e CG.

Un’esplosione durante una conferenza internazionale per la Pace scuote la serenità di Venezia. A indagare sul fatto viene inviato Bill Fenner, ex-agente CIA adesso giornalista, che si ritrova invischiato in un intrigo spionistico tra nuove droghe e manipolazioni mentali. [sinossi]

Sarà per il Carnevale e per i suoi giochi di maschere, sarà per la sua topografia estremamente bizantina, avviticchiata in un groviglio di calli, campielli, vicoli, viuzze, canali, ponti e ponticelli, ma da sempre al cinema la città di Venezia appare come il teatro naturale per avventure di trappole e trabocchetti, di realtà e menzogna. Per Suspense a Venezia (1967), film di spionaggio vecchia maniera recuperato in dvd da Sinister e CG, gli sceneggiatori non si sono spesi neanche più di tanto nel giustificare sul piano narrativo la scelta della città lagunare. Tutto avviene lì perché in nessun altro posto potrebbe accadere, elevando Venezia a imponderabile centro di conferenze internazionali sulla pace mondiale. La scelta-scenario prevede dunque la collocazione di una vicenda in un raggio scenografico che non tiene in alcun conto la contestualizzazione culturale. Nel film si muovono personaggi di varia nazionalità che quasi mai entrano in contatto con la popolazione locale. Così facendo Venezia si configura come il naturale palcoscenico di uno spettacolo concepito anche a uso e consumo della fascinazione facilmente turistica, tutta americana, nei confronti del Vecchio Continente. In tal senso Jerry Thorpe, onestissimo mestierante in cabina di regia, colloca il film nel consueto solco del cinema di appeal spy-mondano che proprio in quegli anni aveva trovato in James Bond l’esplosione di un vero fenomeno di massa, combinando l’eleganza tutta di superficie delle ambientazioni chic a belle donne, intrighi di spie e mirabolanti avventure. Solo che nel caso di Suspense a Venezia è ben evidente anche un mood decisamente diverso, meno entusiasta e ottimista rispetto alla saga di Ian Fleming e più piegato nell’amarezza di un mondo di sconfitti.

Sarà forse per questioni di budget, ma l’understatement regna sovrano a cominciare dai nomi in cartellone, che vedono un giovane e scialbo Robert Vaughn come protagonista a fianco di una bellona d’epoca come Elke Sommer (sfruttata in verità per pochissime sequenze), e due facce amatissime dai cinefili in aria di partecipazioni alimentari: un anziano Boris Karloff nel ruolo-chiave del film, e un sempre cattivissimo Karlheinz Böhm, che dalle sdolcinature della principessa Sissi era passato rapidamente alle paranoie di L’occhio che uccide (1960) di Michael Powell per poi approdare più avanti ai sadismi del marito di Martha (1973) alla corte di Rainer Werner Fassbinder. Qui Böhm è chiamato a dare corpo a un oscuro personaggio-burattinaio a capo di un’eversiva macchinazione internazionale che ha per suo strumento principale la manipolazione di nuovi “soldati” tramite una nuova droga. Come nella migliore tradizione del perfetto McGuffin hitchcockiano, non è importante il “cosa”, bensì il “come”. Non sapremo mai quali sono le ragioni dell’attentato alla conferenza internazionale in apertura, né che cosa contiene il rapporto Vaugiroud che scatena una caccia tra spie. È importante bensì come i cospiratori siano arrivati al loro scopo, e il fine dell’indagine si tramuta nella ricerca degli strumenti eversivi. In tal senso Suspense a Venezia funziona discretamente, evocando un consueto ma puntuale orizzonte di spie stanche e senza scopo, che si danno la caccia praticamente in nome di nessuno, ben consapevoli di non essere nient’altro che pedine su uno scacchiere di cui a malapena intuiscono le ragioni. Gioca a favore di questo la faticosa penetrabilità dell’intreccio, che in una generale comprensibilità lascia anche ampie zone d’ombra in cui il personaggio non ne sa poi tanto più dello spettatore. Thorpe utilizza piuttosto bene anche l’ambientazione veneziana, con spirito sì turistico ma anche con qualche evidente personalizzazione: è una Venezia grigia e respingente, quasi mai inquadrata in ampiezza, bensì rappresentata nei suoi vicoli angusti, nella sua infinità di angoli sospetti dietro ai quali può annidarsi il nemico di turno. È una città di cui non ci si può fidare, in cui l’elemento locale è totalmente rimosso in favore di un tracciato di misteri che sembra la mappa del vecchio gioco da tavolo “Incognito”.

In almeno due casi il regista sfrutta molto bene lo scenario naturale mettendolo in relazione fruttuosa col racconto: la caccia finale di Vaughn a Böhm, tutta scandita in un rapido montaggio di inseguimenti tra calli e ponticelli, e il cambio d’abito di Elke Sommer, che finisce sotto le mentite spoglie di una suora adibendo a camerino l’interno di una ricca gondola a finestrini.
Ciò detto, c’è anche da dire che a fronte della consueta intricatezza dell’intreccio Suspense a Venezia resta comunque decisamente esile nella struttura e nella drammaturgia, neutralizzato da un catatonico ritmo narrativo che rimane piuttosto inspiegabile. A dispetto del titolo italiano, di vera suspense se ne trova pochina, e le sequenze davvero scandite su ritmi sincopati si riducono a un paio. Per il resto assistiamo a lunghi confronti a due personaggi per volta in prevedibili piani stretti, tra figure umane che fanno sforzi sovrumani per rendersi interessanti. Per cui alla fine i veri motivi d’interesse si riducono a una manciata: vedere Boris Karloff all’opera in uno dei suoi ultimi ruoli, ritrovare Karlheinz Böhm più gelido e spietato che mai, e respirare l’aria di un tempo in cui le paure internazionali dominavano sistemi culturali al di qua e al di là della cortina di ferro. Allora si temevano lavaggi del cervello tramite oscure droghe venute dalla Cina comunista per manipolare gli esseri umani. In una delle sequenze più riuscite, Vaughn viene drogato ritrovandosi terrorizzato da un topolino di laboratorio: ribaltamenti di sensi e proporzioni, che traducevano paure montate ad arte a livello internazionale in geniali trovate da cinema di fantaspionaggio. Curiosità: ha un ruolo piuttosto importante anche Edward Asner, futuro “Lou Grant” televisivo. Extra: trailer cinematografico.

Info
Il trailer di Suspense a Venezia su Youtube.
La pagina dedicata al film sul sito di CG Entertainment.
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