Ore disperate

Ore disperate

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Straordinariamente moderno nel linguaggio e nelle pulsioni narrate, Ore disperate di William Wyler si conferma un capolavoro ritmato su un’impareggiabile gestione della suspense. Penultimo film per Humphrey Bogart. In dvd per Sinister e CG Entertainment.

Indianapolis. Alla porta della famiglia Hilliard bussano tre evasi che hanno bisogno di nascondersi per qualche ora in attesa che una complice porti loro del denaro per darsi alla fuga. In realtà l’assedio si prolunga, mentre il confronto tra criminali e ostaggi si fa sempre più teso e il capofamiglia Daniel entra in aperto conflitto con lo spietato Glenn Griffin, il più carismatico dei criminali… [sinossi]

“Non prenderanno che l’auto, ma tanto è assicurata”. Tra le quattro pareti di Ore disperate (1955) di William Wyler si gioca una partita tra universali americani. La vicenda è stretta in due giornate e vede confrontarsi in rapporti ravvicinati un numero limitato di personaggi, in un crescendo di reciproca intollerabilità. Come già in molte altre occasioni (vedasi Strada sbarrata, 1937, recensito poche settimane fa), Wyler prende l’avvio da materiale preesistente, in questo caso un romanzo di Joseph Hayes che già aveva avuto una trasposizione teatrale. Il film porta in sé la derivazione teatrale come una pura e semplice coincidenza di orizzonti narrativi, poiché il racconto s’incentra sull’assedio di tre evasi in casa di una perfetta famiglia wasp, padre madre figlio e figlia di diversa età. Ore disperate discende quindi da unità di tempo, azione e spazio, ma ancor meglio che in altre occasioni Wyler riesce a trasformare in splendido e specifico fatto cinematografico un materiale proveniente da altri canali espressivi. In Strada sbarrata, ad esempio, il respiro delle tavole di palcoscenico restava ben evidente, quasi sbandierato nelle quinte scenografiche palesemente artefatte. Qui invece Wyler lavora più a fondo sulla restituzione del racconto a una dimensione prettamente filmica, e di teatro non si sente l’odore neanche in lontananza, non soltanto perché si variano decisamente gli ambienti narrativi fuggendo spesso e volentieri dalle quattro pareti di casa Hilliard, ma anche perché si fa ancora più intenso il lavoro di Wyler sul linguaggio, riletto secondo un principio di “falsa trasparenza” americana.

Nel confronto tra i due fratelli Griffin, il corpulento Kobish e la famiglia Hilliard tenuta in ostaggio si aprono innanzitutto conflitti ben radicati nella cultura americana. Il bel personaggio di Glenn Griffin, interpretato da uno splendido Humphrey Bogart, non è altro che il lato oscuro del Sogno Americano, il volto incarognito dell’esclusione sociale, animato da feroce e rabbioso sarcasmo verso il modello tutto americano raffigurato dagli Hilliard e identificato in particolare nel capofamiglia Daniel. Ore disperate è infatti prima di altro un confronto tra due figure di uomini, l’avanzo di galera e il probo padre di famiglia, due facce di un’America che include ed esclude dalla sua felicità, avvitata nel mito della seconda possibilità che di fatto però viene sistematicamente negata a chi ha deviato dal modello. In questo risulta molto saggia la costruzione del personaggio di Griffin, un malvagio senza riscatto, negativo fino al midollo, che mai mostra il minimo volto umano (tranne che nei confronti del fratello più giovane), e che tuttavia si erge anche a critico implicito di un’America perbene che non gli lascia alcuna possibilità di vita. Dall’altro lato, gli Hilliard sono mostruosamente perfetti, e il “mostruoso” non è casuale, dal momento che dall’incontro con i criminali il capofamiglia Daniel ricaverà un percorso verso la violenza, secondo una dinamica da Cane di paglia (1971, Sam Peckinpah). Una volta invaso nel suo territorio, il mite e attempato wasp tira fuori a poco a poco l’animale che è in lui, tanto da ingannare Griffin nel finale con un rischioso stratagemma degno del suo rivale. Wyler non è certo autore polemico né tantomeno militante; il suo è un cinema dell’asserzione apparentemente impassibile, che afferma il proprio racconto lasciando a esso il compito di sollevare eventualmente (più o meno amare) riflessioni. Ore disperate è fatto di piccoli segnali che emergono in tale direzione, a cominciare proprio dalla battuta involontariamente cinica che abbiamo citato in apertura. “Non prenderanno che l’auto, ma tanto è assicurata”: la dolce metà Eleanor Hilliard è seriamente preoccupata per la sua famiglia, è sinceramente angosciata e umiliata, per cui la citazione suona come un interessante riflesso spontaneo. Fuggendo gli evasi molto probabilmente ruberanno l’auto di famiglia, e la buona Eleanor tiene a ricordare che “tanto è assicurata”, per cui il danno del furto sarà in qualche modo riparato. In questa mezza frase Wyler e il suo sceneggiatore Hayes racchiudono universi culturali. È il modello americano, in tutta la sua affermatività, a emergere con forza, a sgorgare spontaneamente. Anche in una situazione d’angoscia Eleanor parla così, perché solo così può parlare. È il suo modello di pensiero, la sua struttura antropologica, il mondo cui appartiene. Il mondo del danno = ricompensa, sempre e comunque. Il mondo a stelle e strisce dove i conti devono sempre tornare, dove la bilancia deve sempre trovare pace in un’assoluta parità tra dare e avere.

Al di là di questa singola battuta, il film dispiega ampiamente un confronto culturale strutturato su tali coordinate, assumendo talvolta toni assai più diretti ed espliciti (basti pensare a Bogart che furibondo si scaglia contro alcuni oggetti del salotto imprecando contro il mondo perfetto della borghesia americana). A un primo sguardo Ore disperate può sembrare un fulgido esempio di film edificante, in cui i cattivi sono puniti, i buoni si salvano grazie al proprio coraggio e i valori americani sono messi al riparo dal più rassicurante lieto fine. Due degli evasi mostrano poi profili umani decisamente mostruosi, irriducibili e senza alcuna redenzione, per cui la loro condanna appare superficialmente irrimediabile. In realtà, oltre agli accenti di scrittura cui accennavamo più sopra, vi è un altro elemento fondamentale ad aprire crepe nelle certezze morali di un film apparentemente unilaterale: la mostrazione della violenza. Tutti e tre gli evasi vanno incontro infatti a una morte atroce, che in due casi è direttamente attribuibile alle forze dell’ordine. La più tragica e violenta (davvero molto cruda ed esplicita se rapportata agli anni Cinquanta americani) riguarda il giovane Griffin, stritolato sotto un camion con inquadratura così ravvicinata da ricordare quasi la fine orrenda di Gabriele Lavia in Profondo rosso (1975) di Dario Argento: le altre due, meno casuali e assai più significative per il nostro ragionamento, vedono cadere i criminali abbattuti come in un western sotto una tonante crivellata di spari, in mezzo al giardino di casa Hilliard. Wyler dà quindi piena evidenza ai violenti strumenti della giustizia. Mostra, senza declamare alcunché. I tre sono crudeli e irredenti, ma i metodi per avere ragione di loro non sono tanto migliori del loro modus operandi. Così Ore disperate risulta percorso da un sottile discorso sottotraccia sulla “giusta giustizia”, sui perduti valori democratici e sulle ambiguità morali del Sogno Americano.

Tale corposa materia narrativa prende le forme di un serratissimo dramma, estremamente moderno sia nei ritmi di racconto sia nella sua sostanza allegorica. Sono molti i fantasmi psichici che si agitano sotto le tensioni tra i personaggi. Griffin tenta un furto di dignità nei confronti del capofamiglia Hilliard proprio come accadeva al David di Cane di paglia (1971). Là Peckinpah raggiungeva l’esplicita violazione dello stupro ai danni della moglie; qui sono frequenti le dichiarate (ancorché insoddisfatte) pulsioni sessuali del giovane Griffin nei confronti della figlia di Hilliard, mentre il vecchio Griffin mira continuamente a mettere in discussione il ruolo di pater familias di Daniel, ridicolizzandolo e cercando di screditarne l’immagine presso moglie e figlioletto. Ha luogo insomma un confronto ancestrale tra due maschi per la conquista di un territorio, che trascina anche un mite uomo americano a difendersi con le unghie e con i denti. Wyler incastona tale e tanta sostanza narrativa in un film dai tempi semplicemente perfetti, scanditi su una finissima gestione della suspense. Per quasi 110 minuti Ore disperate tiene avvinti alla poltrona senza lasciare allo spettatore un attimo di respiro. Mai una pausa, mai un calo di tensione narrativa. A supporto di ciò interviene un lavoro sulla grammatica filmica di impareggiabile finezza, secondo quel principio di “falsa trasparenza” cui accennavamo più sopra. Se altrove Wyler si è reso riconoscibile per i lunghi piani-sequenza a macchina pressoché fissa e fitti di dialogo, qui si affida a un linguaggio assai più mosso e vivace. Finta trasparenza, per l’appunto, perché a fianco del montaggio analitico, dei raccordi perfetti e dei piani americani troviamo un lavoro sulla composizione dell’inquadratura di rarissima efficacia drammatica. Spesso dominano le disinquadrature, provocate da leggeri contre-plongés che guardano alle figura umane da sotto in su, allargando in verticale lo spazio filmato. Ne risulta un dominante verticalismo espressivo che conferisce estremo rilievo drammatico a numerose scene, spesso giocate su primo e secondo piano. Alle figure in primo piano rispondono, più arretrati, personaggi relegati sul ballatoio o sulle scale di casa Hilliard, spezzando l’inquadratura secondo linee diagonali date da ringhiere, passamani o elementi architettonici. Molte sono le sequenze giocate su tale retorica espressiva in salotto o al telefono, mentre i momenti più forti (la sparatoria al diner in cui il giovane Griffin si avvia alla morte, l’uccisione di Peterson, il confronto finale…) vedono un utilizzo estremamente frammentato del montaggio. Falsa trasparenza, quindi, in cui sottili scelte espressive mirano a una messinscena sensista.

Per Humphrey Bogart Ore disperate fu il penultimo film. A Fredric March, nei panni dell’integerrimo Daniel Hilliard, il film offrì uno dei pochi ruoli in età avanzata dopo i fasti di attore galante anni Trenta (inizialmente il ruolo doveva andare a Spencer Tracy). Il confronto tra i due è appassionante, e Bogart si avvia al congedo dalla vita e dall’arte con una prova sopraffina, alle prese con un personaggio tutto negativo come raramente il cinema americano mainstream si è permesso di rappresentare, specie se affidato a star. Un match che ha luogo sul campo da gioco degli Stati Uniti, dei suoi valori fondanti, delle sue mistificazioni, delle sue ambiguità morali. Curiosità: Michael Cimino ne trasse un remake quasi omonimo nel 1990, con Mickey Rourke, Anthony Hopkins e Mimi Rogers. Extra: galleria fotografica.

Info
La pagina dedicata a Ore disperate sul sito di CG Entertainment.
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