Masquerade

Masquerade

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Gioco di maschere in una Venezia teatraleggiante, con evidenti ascendenze dal “Volpone” di Ben Jonson. Masquerade è un altro tassello nella riflessione di Joseph L. Mankiewicz su finzione e rappresentazione. In dvd per Sinister e CG.

Venezia. Il ricco signor Fox assolda l’attore spiantato McFly perché lo aiuti a giocare uno scherzo crudele a tre sue vecchie fiamme. Ispirandosi alla pièce elisabettiana “Volpone” di Ben Jonson, Fox vuole fingere di essere moribondo e chiamare le tre donne al suo falso capezzale per umiliarle nella loro ambizione di diventare eredi. Ma rispetto al testo di Jonson, il piano di Fox si scontra con gli imprevisti della realtà: la morte misteriosa di una delle tre donne, la curiosità di un’infermiera e l’indagine di un commissario italiano… [sinossi]

Ancora Venezia, ancora finzioni, ancora giochi di maschere. Qualche giorno fa per il pezzo su Suspense a Venezia (1967) di Jerry Thorpe accennavamo allo scenario lagunare come frequente ospite di racconti fondati sulla messinscena, il trabocchetto, finzioni di vario genere. Viene a riconfermarlo anche Masquerade (1967) del grande Joseph L. Mankiewicz, titolo italiano che accentua in direzione della carnevalata manipolatrice della realtà l’originale The Honey Pot. Stavolta gli ascendenti culturali sono nobili, dal momento che il film, su sceneggiatura originale di Mankiewicz come spesso accadeva per il suo cinema, è ispirato a plurime fonti letterarie, dall’archetipico “Volpone” (1606) di Ben Jonson alla pièce “Mr Fox of Venice” di Frederick Knott e al romanzo “The Evil of the Day” di Thomas Sterling. Più livelli di trasformazione narrativa che prendono le mosse dal celeberrimo scherzo a fondamento del testo di Jonson per giungere a una sua personalissima rielaborazione in ambiente-cinema avvitata intorno a una profonda riflessione sulla pluritestualità, sulla messinscena, sul metacinema e metateatro.

Non appare casuale che Mankiewicz si sia posto a un’opera di questo tipo, dal momento che nella sua filmografia troviamo ricorrente l’allestimento di opere che giocano su plurimi livelli di finzione, secondo un’idea dell’esistenza come di un perenne e crudele teatro in cui la maschera, in senso quasi pirandelliano, non si separa tragicamente mai dal volto dei personaggi. Che sia l’ipocrisia sociale alla sua massima espressione (Eva contro Eva, 1950), la rimozione di traumi e scandali inconcepibili (Improvvisamente l’estate scorsa, 1959) o un gioco infinito di ruoli e trabocchetti tra sopraffine intelligenze (Gli insospettabili, 1972), solo per citare i casi più evidenti, spesso in Mankiewicz il racconto si muove su una ricerca di realtà che è soffocata sotto innumerevoli strati di falsità e finzione, o quantomeno di rilettura tramite canali diversi (Lettera a tre mogli, 1949), da dissezionare livello dopo livello senza giungere mai allo scopo del disvelamento. Giochi dentro altri giochi, trappole dentro altre trappole, incastrati uno nell’altro come scatole cinesi, seguendo un’entusiasmante riproposizione di un ostentato artificio narrativo magnificamente orchestrato in dialoghi che più sono ipertrofici, più negano e nascondono invece di rivelare. A questo si accompagna un lavoro scopertamente barocco su scenografie e messinscena; le prime spesso ridondanti fino allo spasimo, riecheggianti derivazioni teatrali che mettono bene in evidenza la loro artificiosità, la seconda affidata a movimenti sinuosi e avvolgenti, sovente arditi e pirotecnici.
In Masquerade lo stile è più trattenuto che altrove, ma in compenso sono spinti fino all’eccesso manierato il gioco verbale e la stratificazione dei livelli di finzione. La vicenda vede infatti in quel di Venezia il ricco signor Fox assoldare l’attore spiantato McFly per aiutarlo a tirare uno scherzo crudele a tre sue vecchie fiamme, tutte e tre avide e desiderose di mettere le mani sull’eredità dell’uomo facoltoso. Fox si ispira esplicitamente alla beffa a fondamento del “Volpone” di Ben Jonson (e il gioco sui nomi è fin troppo scoperto e consapevole: Fox=Volpe, McFly=Mosca, come il servo furbo e complice del testo elisabettiano) e finge di essere moribondo per umiliare le tre donne al suo falso capezzale. Tuttavia al piano di Fox e McFly si aggiungeranno alcune impreviste varianti, sfuggite al loro controllo: la morte misteriosa di una delle tre donne e l’intromissione di una curiosa infermiera, Miss Watkins, e di un commissario italiano chiamato a svolgere indagini. Le sorprese ovviamente non finiscono qui, seguendo uno schema di beffa e raggiro uno dentro l’altro fino all’imprevedibile scioglimento.

Il principio compositivo che sembra stare al fondo di Masquerade è quello della partita a scacchi, giocata a più livelli: tra Fox e McFly, mai veramente complici fino in fondo e separati da una sensibile diffidenza, tipica delle intelligenze in sfida una con l’altra (nel loro rapporto si avverte in qualche modo la tenzone tra Laurence Olivier e Michael Caine nell’ultima opera di Mankiewicz, Gli insospettabili, ma del resto pure il gioco tra gatto e topo di Eva contro Eva, tutto orchestrato sul filo delle insinuanti e ambigue parole, non è estraneo a tali dinamiche), tra Fox e le sue tre fameliche donne, tra le tre donne in continua oscillazione tra guerra e alleanza, tra McFly e l’infermiera Watkins, tra il commissario Rizzi e tutti i personaggi… In ultima analisi, tra Mankiewicz e lo spettatore, messo al centro di un incessante attacco alle sue certezze. L’universo narrativo evocato da Masquerade è ovviamente autoreferenziale e del tutto chiuso in se stesso, separato dalla realtà e dalla contingenza come può esserlo una messinscena incastrata dentro un’esponenziale mise en abyme, tanto che nemmeno nei pochi esterni si esce veramente “fuori”. Le poche tracce di Venezia catturate nelle rare inquadrature in esterni sono comunque enfatizzate nel loro carattere finzionale, sfruttando il carattere spontaneo della città lagunare come palcoscenico naturale, fatto di palazzi, vicoli e vicoletti che già di per sé appaiono quinte teatrali. Per contro è altrettanto evidente l’utilizzo di falsi esterni, in realtà ricostruiti in studio; ne è un esempio lampante il giardino di casa del signor Fox, che ricopre un ruolo fondamentale nell’economia del racconto. E’ un fastoso giardino palesemente ricostruito in studio, in cui pure i fondali della città tradiscono tutta la loro menzogna.

Non è del resto il primo giardino mendace della filmografia di Mankiewicz; basti pensare all’inquietante barocchismo di piante e fiori in Improvvisamente l’estate scorsa, monumento all’eccesso finzionale di ricostruzioni scenografiche. In tal senso Masquerade non esce mai da se stesso, resta costantemente prigioniero delle quattro pareti (cinematografiche) di una scacchiera in carne e ossa, e delle tre pareti di un falso palcoscenico (teatrale). Come se, abbattendo una quinta teatrale, se ne trovasse poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora, senza mai trovare un’uscita confortante verso l’esterno. Come già in altre occasioni l’arte di Mankiewicz appare quindi fortemente sincretica, al crocevia di forme diverse di narrazione e soprattutto fonte di riflessione filosofica e metatestuale sull’atto stesso del narrare e della rappresentazione. Lungo il percorso (anche piuttosto tortuoso) del racconto di Masquerade si assommano le più diverse forme di rappresentazione del reale, chiamate a un convegno unitario e definitivo: conclusiva stazione di un gioco di scatole cinesi in cui una forma d’arte ne contiene un’altra, viene chiamata a ultimo e deleterio atto rappresentativo pure la televisione, il medium più giovane in ordine cronologico (almeno nel 1967) in una carrellata che va dal teatro, palesemente evocato nell’incipit (Fox si fa allestire uno spettacolo di “Volpone” solo per sé) al cinema (McFly e la signora Merle, e lo stesso Fox, vi bazzicano da anni) al balletto (le velleità mancate del signor Fox). Più in generale, Mankiewicz riflette con crudele pessimismo sulla natura umana e sulla sua incapacità di separarsi dalla maschera, spingendo al massimo grado della pluralità di livelli il gioco meta-rappresentativo e riflettendo sulla prigionia esistenziale dell’essere umano (non appare casuale in tal senso l’insistenza sulla metafora del tempo, enfatizzata dal ricorrere di orologi, clessidre, meridiane, campanili, misuratori di ogni specie).

E’ il risvolto inquietante e mortifero di una commedia superficialmente brillantissima, costruita su compiaciuti dialoghi di rara intelligenza e su un gioco attoriale diretto con sopraffina maestria. Ché d’altra parte l’autore è un giocatore di scacchi alle prese coi suoi pezzi, da muovere sul tavolo da gioco con sagacia se si vuole irretire e ingannare lo spettatore in un mirabile gioco di specchi. Il cast assembla infatti attori di ottima (ancorché diversa) scuola, dagli eccellenti Rex Harrison e Cliff Robertson alle finissime Susan Hayward e Maggie Smith, mentre merita una menzione speciale il divertente commissario di Adolfo Celi, sempre molto a suo agio nelle produzioni internazionali. In verità il contributo italiano al film è notevole, poiché fu girato negli studi di Cinecittà e buona parte del cast tecnico e delle maestranze apparteneva al nostro paese. Oltre a Pasqualino De Santis, troviamo accreditato alla fotografia il glorioso Gianni Di Venanzo (tra le altre, sue le luci di Otto e mezzo di Fellini), alla sua ultima collaborazione cinematografica. Al fondo Masquerade si configura come una riflessione sullo spettacolo e sul piacere dello spettacolo, che comprende nel suo lessico inglese una delle parole più decisive nella sua plurisignificanza: quel “play” che a seconda del contesto vuol dire “suonare”, “giocare” o “recitare”. Tre declinazioni del piacere della rappresentazione, in cui significativamente il gioco e la recita sono accomunati nello stesso campo semantico. Fox tesse un gioco, e da buon burattinaio conosce solo lui le regole. Come ogni gioco, il suo piano sfida le probabilità e prevede una recita, ché in ogni gioco bisogna fare “come se”. E’ l’imprevisto, la realtà che irrompe, la sua indomabilità a mettere in crisi il copione prestabilito. A meno che anche l’imprevisto non faccia parte del piano. E di conseguenza non si esce mai. Si abbattono quinte teatrali, si demoliscono muri, ma l’uscita fuori dalla prigione esistenziale non è prevista. Dietro ogni muro, ne appare un altro. Ogni oggetto è copia di una copia. Come la clessidra della principessa Dominique. Come una città che sembra finta anche se è vera.

Note: la versione italiana, contenuta nel dvd, è più corta di circa 20 minuti rispetto all’originale, e in alcuni snodi narrativi, rapidi e non chiarissimi, un po’ si avverte.

Extra: galleria fotografica.

Info
La pagina dedicata a Masquerade sul sito della CG Entertainment.
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