The Hedonists

The Hedonists

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Con il cortometraggio The Hedonists, Jia Zhangke, affiancando alla solita lucidità politica inedite quanto spassose incursioni nel surreale, mette ancora una volta in scena le trasformazioni della Cina contemporanea narrando la “seconda vita” di Liangzi, personaggio già abbandonato dall’amore in Al di là delle montagne e ora licenziato anche in miniera. Fuori concorso a Locarno 2016.

Workers may depart

In Cina, tre disoccupati dello Shanxi cercano lavoro. La loro ultima speranza è venire assunti come performer in un surreale parco divertimenti. [sinossi]

Prima di parlare di The Hedonists, nuovo cortometraggio di Jia Zhangke presentato fuori concorso a Locarno, occorre fare un piccolo passo indietro nella filmografia del regista cinese, tornando a quel Mountains may depart (faremo sempre fatica a utilizzare il discutibile titolo italiano Al di là delle montagne) che lo scorso anno aveva sancito la maturazione definitiva di un autore ormai da tempo attestatosi fra i più grandi. Per l’esattezza, per contestualizzare The Hedonists, bisogna andare fra il primo e il secondo segmento del tripartito film precedente, del quale qui viene ripresa anche la musica originale, in un (non) periodo imprecisato ma già smartphonizzato fra il 1999 – che vedeva il povero quanto umanissimo minatore Liangzi respinto dall’amata Tao andata in sposa al ricco capitalista Zhang – e il 2014 nel quale una Tao pentita, abbandonata e nuovamente sola vedrà Liangzi fare ritorno a Fenyang con un’altra moglie e il pargoletto al seguito.

The Hedonists, già presentato in prima mondiale lo scorso marzo al Festival di Hong Kong all’interno del film collettivo a episodi Beautiful 2016, girato da Jia Zhangke a otto mani insieme a Alec Su, Stanley Kwan e Hideo Nakata, mette in scena proprio la “seconda vita” di Liangzi, una parte di quel periodo lasciato fuori campo nella precedente narrazione, riuscendo a condensare in meno di mezz’ora tutta la spinta politica, linguistica e umana dell’autore. C’è una Cina in costante evoluzione, ci sono le fallibilità di un capitalismo sempre più disumano e fragile, c’è una progressiva e forse inarrestabile occidentalizzazione contrapposta alla fitta rete di tradizioni, c’è il mondo che corre mentre gli uomini arrancano nel tentare di stargli dietro, c’è una riflessione al contempo amara e sognante sulla rappresentazione – e di conseguenza il cinema – come ponte fra passato e futuro, che si rivela però una nuova e mera illusione. E soprattutto c’è, per la prima volta nella carriera dell’autore – ad eccezione degli imparagonabili spunti comici de Il tocco del peccato – una robusta quanto efficace incursione in un surreale a metà strada fra Buñuel, Il potere di Tretti e Fantozzi, usato come grimaldello per riflettere sul mondo (non solo del lavoro) fra irresistibilmente spassosi nonsense metaforici e stacchi di montaggio improvvisi all’apice di ogni climax.

The Hedonists prende le mosse dalla crisi economica, mettendo in scena la chiusura delle miniere di carbone e i licenziamenti degli operai – dal goffo cameriere della mensa a chi indossa l’elmetto e si rompe la schiena sotto terra, passando per il sonnacchioso guardiano notturno. Nessuno sconto, nessuna pietà, nessuna umanità: il profitto vince ancora una volta sull’uomo, ma l’edonismo del titolo e dei protagonisti non prevede turbamenti: tutto scorre, tutto scivola, tutto passa, basta non curarsene. “Maledetti capitalisti”, brinda ridendo Liangzi con i suoi due amici poco dopo la disoccupazione collettiva, salvo poi imbracciare smartphone e tablet – simboli stessi del capitalismo e del passaggio dall’industria alla tecnologia – per cercare, ovviamente invano vista l’età avanzata dei tre, un nuovo lavoro. Oggetto di indagine di Jia Zhangke sono ancora una volta i tempi che cambiano, la progressiva scomparsa della materia verso l’immateriale, una Cina in corsa che muta inarrestabile, le privazioni che piovono su tutto il territorio dalle stanze dei bottoni di Pechino: affilando l’inedita (o quasi) arma dell’ironia sorniona, il regista dipinge sullo schermo attraverso le (dis)avventure dei tre inetti protagonisti un nuovo affresco della contemporaneità costruito sulle contrapposizioni e sugli stacchi, sui colloqui di lavoro e sull’inadeguatezza, sulle risate e sulla mancanza di interesse o di remore. Fino all’estremo tentativo di passare alla mala, pietosamente concluso in una lotta nel prato che tanto ricorda, complice Sul bel Danubio blu di Strauss, le evoluzioni degli astronauti – e quindi il vuoto, il fallimento dei computer, l’evoluzione – di 2001: Odissea nello spazio.

Fra scambi di battute sull’età dimostrata dai personaggi, dialoghi apparentemente privi di senso che nient’altro sono – al pari del rapporto padre-figlio via Google translate in Mountains may depart – che lo smarrimento umano di fronte alla velocità del mondo, repentine interruzioni della musica per passare a momenti diametralmente opposti e situazioni paradossali spassose quanto affilate, Jia Zhangke lava via la patina (immeritata, ma troppe volte attribuitagli) di autore serioso e si dimostra anche puro talento comico, mettendosi in gioco anche come attore e percorrendo sentieri inediti nella regia e soprattutto nel montaggio: The Hedonists è parodia del potere e della sua insita crudeltà, sono risate amare, sono intuizioni cinematografiche, è il piede del regista a tavoletta sul pedale dei cambi di tono. I protagonisti sono tre perdenti, respinti, incapaci: non resta loro che il passaggio al mondo dello spettacolo, dolce disvelamento e nuova riflessione sul mezzo usato per narrare, dove anche l’illusione del cinema diventa nuovo pressapochismo fra abiti filologicamente sbagliati e ciak interrotti per le risate del cast, antipasto di un nuovo fallimento e licenziamento.

Sottolineato dalle musiche più tradizionali della Cina Imperiale, il dolly che segue la moto su cui viaggiano i tre protagonisti mostra le campagne della “vecchia” Cina, fino a giungere al villaggio nel quale avrà luogo la rappresentazione di incontri fra dinastie. Si tratta di una sorta di parco divertimenti con annesso centro commerciale di prossima apertura, nuovo capitalismo occidentale che avanza, da lanciare con uno spot pubblicitario in costume. Jia Zhangke mostra le lampade di carta appese, i costumi imperiali, il villaggio perfettamente tradizionale, ma poi un nuovo dolly si alza, svelando il cancello del set e la pianura al di fuori che nulla più c’entra con l’antica civiltà ricostruita in maniera posticcia all’interno. Non rimane nemmeno più l’illusione, ma questa volta ne possiamo finalmente ridere. Con The Hedonists, Jia Zhangke concentra nel breve spazio di 26 minuti l’ennesimo film straordinario, lettura lucida e squisitamente politica della società e del tempo, ulteriore riflessione sulle infinite possibilità di narrazione date dal mezzo cinema, nuovo manifesto della contemporaneità travestito da divertissement. Confermandosi ancora una volta fra gli autori più indispensabili di questi anni.

Info
La pagina dedicata a The Hedonists sul sito del Festival di Locarno.
  • the-hedonists-2016-jia-zhangke-01.jpg

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