Scarred Hearts

Scarred Hearts

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Presentato nel concorso internazionale del Festival del Film Locarno, Scarred Hearts di Radu Jude è la messa in scena lenta e inesorabile del disfacimento fisico del poeta Max Blecher, in un paradossale calligrafismo estetico e letterario della degenza in un sanatorio d’epoca.

Music hall in corsia

Romania, 1937. Emanuel, un giovane di 20 anni affetto da tubercolosi ossea, trascorre le giornate in un sanatorio sulla costa del Mar Nero. S’innamora di una paziente mentre narra di come lui e gli altri malati tentino di vivere la vita appieno nonostante la lenta consunzione dei loro corpi, contrastata soltanto dalla forza della loro mente. Ispirato al romanzo autobiografico omonimo dell’autore rumeno Max Blecher, scritto prima di morire a soli 29 anni, dopo dieci di sofferenze. [sinossi]

Radu Jude si era fatto conoscere per Aferim!, Orso d’argento berlinese nel 2015. Con Scarred Hearts, presentato in concorso a Locarno, rende omaggio allo scrittore e poeta Max Blecher, ricostruendo anche attraverso le sue memorie gli ultimi dieci anni della sua vita, passati da un sanatorio all’altro, nella condizione di immobilità causata da una forma di tubercolosi. L’approccio del regista al materiale trattato è improntato a un consapevolmente esibito calligrafismo, con una costruzione dell’immagine ricercata, a volte pittorica, con una ricostruzione storica accurata, anche come storia della medicina, e con un insistito sapore letterario. Una scelta estetica che serve a mettere in scena il lento e inesorabile decorso della malattia, la progressione ineluttabile verso la morte.

Radu Jude usa il formato 1.33:1, con i bordi dello schermo smussati, un rapporto d’aspetto anacronistico che rientra esso stesso nel quadro d’epoca, nella rievocazione di un mondo retrò anche per il cinema. In un passaggio del film si intravede peraltro il manifesto di un film con Greta Garbo. E il formato utilizzato è ovviamente quello del muto, e il regista segue un’analoga ricerca estetica intercalando il film di cartelli con brani dello stesso autore relativi alla sua condizione di malato, alla consapevolezza crescente della sua fine, alla sua riflessione, di stampo orientale, sulla transitorietà della vita umana. Il film è poi incorniciato, all’inizio e alla fine, da due elementi non di ricostruzione, gli acquerelli dello stesso Blecher sui titoli di testa, raffiguranti figure grottesche, un Polifemo, lo sgozzamento di un agnello; e la sua lapide in quelli di coda, in un tipico cimitero ebraico, con il sottofondo insistente del canto degli uccelli, una sensazione di pace nella natura, quella pace che il poeta finalmente ha raggiunto.

Il lavoro di Radu Jude va nella direzione di una rigorosa ricostruzione storica, degli ambienti e dell’epoca. Colpisce la visione dell’ospedale del periodo, dalle pareti azzurre e dai pavimenti a scacchiera, che non ha nulla del bianco asettico e sterile di quelli dei giorni nostri. Lo studio del medico è decorato e arredato come un ricco interno borghese. E anche le ambulanze sono quelle che potevano essere, carrozze trainate da cavalli. Se gli infermieri fumano e sembrano dei macellai, se i medici cantano e sono sempre rassicuranti, i degenti in corsia sembrano vivere la loro condizione come in un Grand Hotel. L’ospedale degli anni Trenta sembra una propaggine di una Belle Époque quando non un cenacolo intellettuale. Tra gare di bevute, cene eleganti, pur immobilizzati in un letto. Il protagonista cita Čechov, Shakespeare, Gogol’, si discetta di Cioran, si commenta l’ascesa di Hitler, si assiste agli eventi che precedettero la dittatura reale, si discute di filosofia e dei massimi sistemi. Si fa un riferimento anche al Titanic, che sembra la condizione metaforica di quel mondo, cantare, ballare, fare l’amore mentre la fine è imminente. Quando staremo meglio andremo al music hall, dicono. Si arriva anche a ridere di un’amputazione. Il film procede nell’esporre sempre più la sofferenza, il dolore vero, nel renderla palpabile. Nell’esibizione delle pratiche mediche antiquate, i salassi, le ingessature, la mancanza di anestesia, il tenere fermo il paziente. Arrivando anche a un momento alla Crash, la scena di sesso tra il protagonista e la donna con la gamba ingessata.

Radu Jude usa spesso una visione frontale e un immobilismo dell’inquadratura che è anche il corrispettivo della condizione di immobilità del protagonista. Ci sono scene viste da fuori da una porta, momenti di tableau vivant come quello dei tanti dottori al cospetto del paziente, uno dei quali consulta un trattato di medicina, pronti alla complessa operazione. Il sapore letterario insistito è dato, oltre che dalla riproposizione dei brani dello scrittore, anche dalla evidente assonanza con “La montagna incantata”. Proprio nello scarto che Radu Jude riesce a creare tra questo approccio da cartolina, da ricostruzione da sceneggiato televisivo, e una sofferenza esorcizzata, si gioca il film, la messa in scena uno spettacolo di disfacimento corporeo e di morte.

Info
La pagina dedicata a Scarred Hearts sul sito del Festival di Locarno.

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