Il drago invisibile

Il drago invisibile

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Libero adattamento di un film realizzato nel 1977 in tecnica mista, Il drago invisibile si rivela un’operazione interessante, capace di aggiornare (e ampliare) i temi del suo modello in un nuovo contenitore. In sala da oggi.

La magia visibile

Nei boschi che circondano una cittadina nel nord degli Stati Uniti, appare improvvisamente un ragazzino, sporco e ridotto a uno stato semi-selvaggio. Il ragazzo, che dice di chiamarsi Pete, sostiene di avere come amico un enorme drago, che avrebbe la capacità di rendersi invisibile… [sinossi]

Continua a guardare al proprio passato, la Disney, e a una ritrovata voglia di classicità. Sia nel campo delle produzioni animate, sia in quello del cinema live action, la Casa del Topo sembra infatti sempre più indirizzata verso un recupero di tematiche e motivi forti che hanno costruito, nel corso dei decenni, il suo DNA: che ciò si espliciti attraverso soggetti nuovi, ma comunque fortemente in linea con il “canone”, o attraverso remake dichiarati di vecchi classici, in fondo poco importa. Appartiene apparentemente alla seconda categoria, questo Il drago invisibile, rifacimento in live action del film del 1977 Elliot il drago invisibile, diretto da Don Chaffey e realizzato in tecnica mista. Diciamo apparentemente, perché quello di David Lowery (cineasta indipendente, qui al suo esordio nel mainstream) è un adattamento estremamente libero della pellicola del 1977, che di quest’ultima ha conservato solo lo spunto di partenza (l’amicizia tra un ragazzino e un drago con la capacità di rendersi invisibile): via, quindi, le canzoni e le parentesi musical, via il clima à la Mary Poppins, totalmente ripensata l’ambientazione, che da un’immaginaria cittadina costiera si sposta nei verdeggianti boschi del Pacific Northwest. Ripensati, anche, i tratti del giovane protagonista, trasformato qui in una variante del Mowgli de Il libro della giungla, con qualche parentela (persino) con l’indimenticato ragazzo selvaggio di truffautiana memoria.

Proprio in questo equilibrio tra classicità e innovazione, tra fedeltà alla sostanza del discorso originale (e alla tradizione da esso sottesa) e capacità di ripensarne l’immaginario, sta la caratteristica più interessante del film di Lowery. La rottura col film del 1977, infatti (da sempre considerato opera minore nel campo delle produzioni live action della Disney) sembra radicale: eppure, i temi portanti da questo affrontati, quello della magia dell’infanzia con la scoperta metafora sulla sua capacità di vedere, come quello della crescita e dell’importanza del nido familiare, vengono qui riproposti in un diverso contenitore. Invero, il film di Lowery si rivela complessivamente più efficace del suo ispiratore nel giocare sul confine visibile/invisibile, nell’esplorare la capacità dello sguardo infantile di cogliere i segni del magico, nel restituire una dialettica col mondo adulto che è parallela a quella (ben resa anche visivamente) tra natura e civilizzazione. Proprio a questo proposito, l’aver inserito nella storia una forte componente ecologista, incarnata nella tensione tra il personaggio interpretato da Bryce Dallas Howard (ranger forestale) e quello dell’avido cacciatore col volto di Karl Urban, permette di meglio precisare la figura del giovane protagonista, la sua speciale capacità di empatia con l’enorme drago, che diventa rapporto simbiotico con l’ambiente che i due abitano, col suo carattere di luogo incontaminato, oscuro e per definizione “magico”.

Tra i momenti più riusciti del film, a questo proposito, si annovera proprio l’ingresso del piccolo Pete (efficacemente interpretato dal giovane Oakes Fegley) nell’universo urbano e civilizzato, con lo spaesamento e la sottolineatura del carattere “alieno” di quest’ultimo, la forzata necessità di adattamento alla vita borghese, che la sceneggiatura vuole propedeutica a quella (ancor più traumatica) dell’ingresso nell’età adulta e di un diverso rapporto col magico. Rapporto che comunque il film descrive come più che mai passibile di essere tenuto vivo e fecondo, nel proverbiale “terzo occhio” che permette all’anziano cacciatore col volto di Robert Redford (personaggio anch’esso particolarmente riuscito) di non dubitare mai dei racconti del protagonista. Ed è anche apprezzabile, in un contenitore dai tratti fortemente e inevitabilmente standardizzati come quelli del film per ragazzi, il rifiuto sostanziale del manicheismo nella definizione dei personaggi, che permette di non delineare in modo semplicistico nella civiltà urbana (e neanche, in fondo, nelle sue espressioni più deteriori e votate all’individualismo, come quella del personaggio interpretato da Urban) il “nemico”. La stessa, significativa scelta del commento musicale, improntato a composizioni country/folk, sembra sottolineare il perdurante rapporto della comunità con un mai dimenticato passato rurale.

Questo Il drago invisibile non è comunque film esente da schematismi narrativi di vario genere, in una troppo semplicistica descrizione del rapporto instaurato tra il protagonista e il personaggio della Howard, in un mancato focus sull’impatto dell’apparizione del drago sulla comunità, nonché in una descrizione un po’ affrettata e poco centrata del rapporto tra il mondo adulto (nel suo complesso) e la presenza perturbante di una creatura magica. Va certo tenuto conto, nel valutare questi aspetti, dei limiti del formato, e della necessità di tenere vivo il rapporto col target familiare per cui il film resta pensato. Le finezze della fotografia, comunque, nonché l’ottimo design in CGI della figura di Elliott (con un’efficace e molto marcata mimica facciale) favoriscono un’immersione narrativa che rende persino superflua la visione in 3D. E l’equilibrio che il film raggiunge tra fedeltà sostanziale allo spirito della pellicola originale, e capacità di aggiornarne (e ampliarne) i temi, rendendoli adeguati alla sensibilità moderna, resta un risultato apprezzabile e non scontato.

Info
La pagina dedicata al film sul sito della Disney.
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