Lettera al Kremlino

Lettera al Kremlino

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Né buoni né cattivi, un universo desolante e nichilista in cui non vi è più spazio per verità e fiducia. Lettera al Kremlino di John Huston amplifica le convenzioni dello spy movie da Guerra Fredda con cinico e beffardo pessimismo. In dvd per Sinister e CG.

Guerra di spie tra americani e sovietici, scatenata dalla morte di Poljakov, un russo che lavora per la Casa Bianca e che è stato ucciso prima di portare a termine un’importante missione. Una squadra di americani parte quindi alla volta di Mosca, ma il personaggio-chiave sarà Erika, tormentata vedova di Poljakov… [sinossi]

Il solido mestiere di John Huston si confrontò con i generi più disparati. Nel 1969-70 fu il turno dello spy movie, che tanta fortuna aveva guadagnato nell’ultimo decennio statunitense e che non aveva tratto giovamento soltanto dalla grande ondata di James Bond. Con quel che in genere viene definito spy movie i film su 007 hanno infatti poco da spartire: le gesta del personaggio inventato da Ian Fleming rasentano il giocattolone cinematografico autoreferenziale, più fondato su azione, suspense e crescente fracassoneria che sulle intricate vicende di oscuri professionisti. Le trame di 007 sono spesso semplici e agilmente comprensibili, funzionalizzate a uno spettacolo di attrazioni fondato su glamour, belle donne, umorismo e intensa esibizione tecnologica.
Lo spy movie si avvita invece su intrecci spesso compiaciuti nelle loro contorsioni, puntuali labirinti narrativi in cui, se non si è amanti del genere, si può anche decidere di comprendere il minimo necessario. È frequente l’evocazione di un universo grigio e inaccessibile, popolato da esistenze ai margini pressoché prive di scopo. Giochi di burattini dove il burattinaio è sempre qualcun altro, e poi un altro, e un altro, e un altro ancora, dove la verità è un optional, la fiducia assente. Personaggi che si muovono su scacchiere di cui conoscono poco o niente, doppi, tripli, multipli giochi.

Non fa eccezione Lettera al Kremlino (1970), cimento di Huston con lo spy movie di cui eredita piuttosto fedelmente meccanismi e convenzioni, amplificandone però la portata labirintica in senso quasi critico. Ritroviamo infatti il cinismo e il pessimismo di Huston applicati a una solida struttura di genere, e una costruzione narrativa ai limiti dell’ipertrofia che in quanto tale si pone anche come rilettura e messa a nudo dei medesimi meccanismi convenzionali. Riassumere in poche righe l’intreccio è pressoché impossibile, e sottrarrebbe anche un po’ il piacere della fruizione a chi non l’ha ancora visto.
È sufficiente dire che lo scenario è quello consueto della Guerra Fredda, con americani e sovietici che giocano allo spionaggio e controspionaggio cercando di mettersi reciprocamente in difficoltà.
Il tutto prende le mosse dalla morte di Poljakov, un russo voltagabbana invischiato nella trasmissione di una lettera scottante da intercettare e bloccare. Viene composta e istruita una squadra di americani per completare la missione a Mosca, ma il loro destino va a intrecciarsi con due spietati funzionari sovietici. E un ruolo fondamentale finirà per ricoprirlo la vedova di Poljakov.

Se quindi la macrostruttura resta quella della partita a scacchi tra scaltri professionisti, di contro lo scenario assume contorni ineditamente feroci. Come dicevamo, nell’universo dello spy movie (d’epoca e non) la fiducia è impossibile e la verità inafferrabile, ma a questo Huston dà un ulteriore giro di vite calcando la mano su una brutale ed esplicita violenza. Non si tratta soltanto di violenza fisica (anche se il film contiene uno degli omicidi più efferati mai visti al cinema ai danni di una donna), ma più in generale è l’orizzonte sociale evocato che assume tratti feroci. La Mosca di John Huston, in realtà ricostruita a Helsinki, è narrata come un inferno ribollente di devianze e perversioni, normalmente utilizzate come strumento di ricatto nella guerra tra spie.
Sarebbe forse troppo impietoso tacciare John Huston di omofobia per la rappresentazione dell’omosessualità in Lettera al Kremlino: semplicemente il film appartiene a un’epoca in cui l’omosessualità era affossata sotto una pesante coltre che dava adito a possibilità di ricatto. Sono infatti le segrete pulsioni e relazioni dei personaggi a dipingere a poco a poco la Mosca di Huston come una sorta di inferno a cielo aperto. Rapporti omosessuali di natura mercenaria, traffico e consumo di stupefacenti, prostituzione femminile e maschile, piaceri sadomasochistici, mercato nero, loschi locali, ambigue figure femminili: un coacervo di disumana ferocia in cui le spie sono a loro volta figure animate da nient’altro che cinismo e violenza.
Benché il film sia ambientato per lo più a Mosca e il ritratto della capitale sovietica risulti decisamente impietoso, in realtà il pessimismo di Huston si abbatte a largo raggio su tutto l’orizzonte umano evocato.

Lettera al Kremlino non risparmia nessuno, dipingendo la squadra di spie americane come un gruppo di spietati professionisti che non guardano in faccia né al nemico né ai possibili conflitti interni, per chiudere poi con una svolta verso l’interesse privato che sbugiarda nettamente i nobili scopi della missione. E il finale è uno dei più tetri e nichilisti mai visti. Esiste anche un cinema di spionaggio americano d’epoca decisamente strumentale alla Guerra Fredda, in cui la spartizione tra buoni e cattivi è indiscutibile e manichea, ma Huston se ne tiene risolutamente lontano. Come già in altri suoi capolavori più blasonati, la guerra è combattuta trasversalmente, da americani e sovietici, per la gloria e il denaro, e ogni mezzo, dal più innocuo al più scorretto, è ammesso nella tenzone. È in tal senso assai intrigante il tratteggio riservato al colonnello Kosnov, interpretato da Max von Sydow, il più temibile dei personaggi (almeno fino alla svolta dello scioglimento), ma con un proprio rovescio psicologico nobile e appassionato. Huston si affida insomma all’ambiguità e indecidibilità morale, disegnando un universo privo di indici e coordinate.
Per giungere a questo l’autore si fa forte di una notevole enfasi sul gioco e sul trabocchetto, componendo il film come una catena di trappole in cui nulla è mai trasparente, in cui ogni verità deve passare attraverso la complicazione del meccanismo ingegnoso (basti pensare allo stratagemma delle schioccate di dita). Così, dietro alla struttura ipertrofica di un racconto manieratamente complesso e tortuoso, si avverte il risolino divertito di un autore che senza evidenze prende un po’ in giro il proprio film, anzi si fa beffe di un’intera tendenza commerciale del cinema anglosassone e anche dell’intrinseca ridicolezza della stessa Guerra Fredda.

Il cast è sontuoso e chilometrico, e decisamente più interessante sul versante sovietico che su quello americano. Nei panni di finti russi ritroviamo infatti Orson Welles e il duo bergmaniano Bibi Andersson-Max von Sydow: come al solito Welles viene chiamato anche qui a interpretare un demiurgico burattinaio scaltro e crudele, come già avveniva in alcuni dei film da lui diretti (Quarto potere, 1941; Rapporto confidenziale, 1955; L’infernale Quinlan, 1958…). Forse per questa prevedibilità risultano più interessanti i bergmaniani, soprattutto la prova di Bibi Andersson, alle prese con un audace personaggio femminile, donna perduta e deviata, tormentata e perversa, protagonista di almeno una sequenza davvero forte se rapportata all’epoca di produzione del film. E fa piacere ritrovare una vecchia gloria pressoché dimenticata, realmente russa, come Lila Kedrova, che negli anni Settanta lavorò molto anche nel nostro cinema di genere. Tra gli agenti americani invece appare decisamente inadeguato il vero protagonista del film, Patrick O’Neal, venuto per lo più da esperienze televisive, mentre è di grande e sagace professionalità la prova di Richard Boone.

All’epoca della sua uscita Lettera al Kremlino fu un grande flop e anche un discreto insuccesso critico, tacciato di essere un film pressoché incomprensibile. A giudicare dai reinserimenti in lingua originale presenti nella versione dvd, si direbbe che la distribuzione italiana dell’epoca peggiorò ulteriormente la situazione, tagliando via intere sezioni di racconto e di fatto rendendo impenetrabile il racconto. Ovviamente le forbici della distribuzione di casa nostra si abbatterono per lo più nelle sequenze troppo esplicite sul versante del consumo di stupefacenti e di proibiti piaceri sadomaso. Si stenta anzi a credere che nella versione ridotta si potesse capire davvero che in certi brani si parla di droga.
Ripristinato alla sua durata originaria, Lettera al Kremlino appare invece un appassionante puzzle esistenziale in cui non è importante capire tutto (e comunque con un po’ d’attenzione non è un’impresa impossibile), bensì ricavare proprio l’impressione di un universo feroce e frammentato, in cui la comprensione è complicata perché la verità è costantemente rimossa, rimodellata e camuffata. John Huston girò di tutto, realizzò capolavori e film brutti, spesso aderendo a progetti platealmente industriali e alimentari. Lettera al Kremlino è sfacciatamente ambizioso e per questo anche inevitabilmente imperfetto. Ma sta nella sua imperfezione la sua enorme preziosità. Niente è più entusiasmante di un autore che stecca per aver puntato troppo alto. Osare è sempre un piacere.

Extra
Trailer cinematografico.
Info
La scheda di Lettera al Kremlino sul sito di CG Entertainment.
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