Dagobert

Dagobert

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Opera tarda di Dino Risi, Dagobert mostra evidenti segni di cedimento nella compattezza d’ispirazione dell’autore. Prodotto con una certa ricchezza, evidenzia i suoi maggiori limiti proprio nel linguaggio. Cast prestigioso variamente sprecato. In dvd e blu-ray per Pulp Video e CG.

Inizi del VII secolo. Dagobert è il primo re dei Franchi, troppo appassionato dei piaceri terreni per rispondere alle esigenze di papa Onorio, che vorrebbe riportarlo a una condotta più in linea coi precetti cristiani. Dagobert si mette dunque in viaggio verso Roma per chiedere clemenza al papa, ma complice un viscido monaco si ritrova in mezzo a un complotto di palazzo… [sinossi]

Della decadenza di Dino Risi, così come di altri autori suoi coetanei, si è avuto modo di parlare già altre volte da queste pagine. Per Risi si è trattato di un processo forse più drammatico che per altri, dal momento che l’autore, già in difficoltà da metà anni Settanta, si concesse dagli inizi degli anni Ottanta in poi a sfiatatissime opere d’occasione spesso impastate con le ragioni della nascente tv commerciale. Così come fu abbastanza aberrante l’abbraccio di Risi con le prime forme di fiction televisiva targata Fininvest, che poco conservavano dello spirito più personale di chi era stato capace di regalare al cinema italiano tante opere indimenticabili. Per quanto riguarda le ultime regie cinematografiche di Risi un’altra costante è l’insuccesso commerciale, che va a inserirsi in un più ampio contesto di profonda crisi del cinema italiano, la vera “lunga notte” degli anni Ottanta di casa nostra.
In realtà Risi, come già dicemmo per Teresa (1987), sembra rincorrere modelli televisivi solo per adeguarsi stancamente ai tempi, riducendo a zero il contributo della propria ispirazione.
Per Dagobert (1984) si tratta invece di un’occasione diversa, che andò a impattare con altre problematiche. Se di lì a poco Risi finirà infatti per aderire ai progetti cinematografici della neonata e berlusconiana Reteitalia, per contro Dagobert nasce su premesse più nobili e alte, supportato da un notevole budget e una vaga intenzione di epopea comica di largo respiro.
Si tratta di un progetto più francese che italiano, al quale Risi viene convocato come metteur en scène altamente referenziato secondo una linea più improntata all’impersonale professionalità. Francese la produzione, francese buona parte degli attori a partire dai protagonisti, francese il furbesco recupero tra i protagonisti del duo Ugo Tognazzi-Michel Serrault, che allora tanto furono amati in Francia per i vari capitoli de Il vizietto, francese l’orizzonte storico-culturale, francese il personaggio centrale che appartiene alla storia patria transalpina ai confini tra testo e leggenda. All’inizio del VII secolo Dagobert fu infatti il primo re dei Franchi, in un’epoca in cui il credo cristiano faceva ancora a pugni con ampi retaggi pagani. In Francia le gesta di Dagobert I si sono poi trasformate nei secoli in leggende popolari, tramandate anche mediante canti orali sotto forma di racconto per masse che hanno conferito al personaggio un’aura buffa e provocatoria.

È al Medioevo grottesco e scurreggione che Dino Risi guarda per costruire intorno al re Dagobert un contesto di burla e canzonatura, in cui più di tutto il conflitto s’inquadra nello scontro tra i piaceri orgiastici della dimensione pagana e i richiami a nuove moralità cristiane. In qualche modo anche Risi sembra allinearsi a una nuova tendenza italiana anni Ottanta che induceva alcuni degli autori più gettonati a evitare la contemporaneità per fuggire in epoche buffe e lontane.
Molti anni prima era stato Mario Monicelli a inventarsi il divertente Medioevo de L’armata Brancaleone (1966), poi suo malgrado Il Decameron (1971) di Pasolini aveva dato il via a una serie infinita di imitazioni degradate tra decamerotico e commedia sexy. Ed era stato ancora Monicelli a ritornare nel passato, quasi spaventato dall’horror vacui degli anni Ottanta italiani, sostando in varie epoche rilette in chiave comica, da Il marchese del Grillo (1981) a Bertoldo Bertoldino e Cacasenno (1984), pressoché coevo a Dagobert, fino a I picari (1988). In tal senso Risi sembra inscriversi con Dagobert in una tendenza d’epoca che non gli appartiene poi molto a livello personale.
Delle varie epopee comiche di Monicelli di cui parlavamo, il film di Risi eredita parzialmente alcune delle coordinate narrative più palesi, a cominciare dal conclamato andamento episodico del racconto (ma l’episodicità è anche specifica farina del sacco risiano), quasi a inanellare un’avventura dopo l’altra, con un episodio più lungo e articolato degli altri. Le collaborazioni tecniche sono di altissimo profilo, con costumi e arredamenti affidati a Gabriella Pescucci e Dante Ferretti, e più in generale si avverte il respiro della produzione che mira alto, cercando tramite una discreta cura filologica di riflettere su temi alti come etica e piacere, potere e repressione, Apollineo e Dionisiaco.
D’altra parte alla sceneggiatura siede nientemenoché Gérard Brach, abituale collaboratore di Roman Polanski qui in bizzarra cooperazione con Dino Risi. Tuttavia Dagobert lascia la netta sensazione della sagra del “vorrei-ma-non-posso”, in gran parte attribuibile all’evidente stanchezza espressiva dello stesso Risi, che lungo tutto il film disconosce le intenzioni di ampio respiro narrativo tramite una regia fatta per lo più di campi stretti e desueti movimenti di macchina, ai pericolosi confini con quel che di lì a poco si trasformerà nell’abituale linguaggio televisivo da fiction. Malgrado la ricchezza profilmica di vesti, accessori e ambientazioni, Risi riduce drasticamente la portata espressiva di cotanto armamentario produttivo mediante un linguaggio pedestre affidandosi poi a un personaggio centrale quasi mai accattivante, spesso votato alla battuta a vuoto o, peggio, alle più mortificanti freddure (queste ultime in realtà molto accentuate nel doppiaggio italiano, che evidentemente ha tentato di rendere il film più stupido alla disperata ricerca di un pubblico a cui rifilarlo).

A suo tempo il film fu pesantemente attaccato anche per la sua volgarità, ma in realtà non sta in essa il suo disvalore. Anzi in questo Dagobert mette sapientemente a frutto il recupero della comicità più grassa ed elementare, esaltando i peti e gli appetiti sessuali più sfrenati come arma primigenia, nella loro conclamata infantilità, di messa in crisi del potere e dei suoi meccanismi oscuranti. In qualche modo Risi in Dagobert riesce a piegare a fatto espressivo la conquistata visibilità cinematografica del peto, merito della commedia sexy e del Pierino di Alvaro Vitali. Non è l’unico elemento che Dagobert raccoglie dal cinema italiano più sbrindellatamente commerciale di quegli anni: il retaggio del decamerotico e della commedia sexy è ben evidente, così come l’utilizzo disinvolto, al fianco di fior d’attori come Ugo Tognazzi, Michel Serrault e Carole Bouquet, di starlettes di casa nostra come Claudia Cavalcanti e Sabrina Siani, che in precedenza aveva diviso più volte il set con Alvaro Vitali e Renzo Montagnani, a cominciare dal “leggendario” Dove vai se il vizietto non ce l’hai? (1979) di Marino Girolami. E in una comparsata troviamo addirittura Moana Pozzi, quando alle prime esperienze nell’hard occhieggiava anche nelle più svariate commedie di casa nostra. Non si tratta tanto di una contaminazione di alto e basso, quanto di una rilettura e nobilitazione in ambiente alto di alcune “conquiste” espressive del cinema basso.
Ciò detto, Dagobert fallisce più o meno su tutti i fronti: quel poco di riflessione sui massimi sistemi che sembra emergere dalla sceneggiatura di Brach è sfilacciato e discontinuo, affidato a qualche estemporanea e pura declamazione. Come comico in costume non è praticamente mai divertente, benché tenti di riesumare meccanismi antichi ed elementari come il sosia e lo scambio di persona (dai greci e Plauto in giù, gli esempi sono infiniti). Come film centrato sugli attori, l’unico a salvarsi con gli onori delle armi è Ugo Tognazzi, mentre Michel Serrault, che pure ricopre un ruolo fondamentale nell’economia del racconto, appare decisamente sottoutilizzato. E appare poi del tutto inefficace il protagonista Coluche, la cui presenza sbilancia fortemente tutta l’operazione a uso e consumo del pubblico francese, dal momento che all’epoca in Italia pochissimi lo conoscevano mentre oltralpe era uno dei comici più popolari e apprezzati.
Coluche interpreterà per Dino Risi anche il successivo Scemo di guerra (1985), che solo per il cast meriterebbe di essere recuperato in qualche proiezione speciale (Coluche, Beppe Grillo, Fabio Testi, alle prese con la trasposizione de “Il deserto della Libia” di Mario Tobino, che sarà poi replicata da Monicelli ne Le rose del deserto, 2006). Malgrado la doppia prova per Dino Risi, Coluche non sfondò mai in Italia e presto non ne ebbe più l’occasione poiché andò incontro a morte prematura nel 1986, tanto che Scemo di guerra è addirittura il suo ultimo film realizzato.
A onor del vero la prova dell’attore francese nel Dagobert approntato per l’Italia sembra spesso depotenziata da un doppiaggio affrettato e facilone, che spesso nemmeno si prova ad adattare l’originale ma rabbercia alla meglio battute di servizio. Insomma un pasticcio, in cui Risi cerca di salvarsi con la professionalità ma appare stanco e rinunciatario, a disagio con una materia a lui poco congeniale.

A guardare al prosieguo della carriera di Risi, sempre più declinante nei prodotti per la tv, verrebbe da rivalutare a posteriori un prodotto esangue e privo di mordente come Dagobert, accompagnato da una fama fin troppo impietosa. Ma l’impoverimento espressivo di Risi è già ben ravvisabile anche qui. Decadimento meritevole di studi più approfonditi, per uno degli autori davvero fondanti del nostro cinema.

Extra: assenti.

Info
La scheda di Dagobert sul sito di CG Entertainment.
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