Venezia 2016 – Minuto per minuto

Venezia 2016 – Minuto per minuto

Dal primo all’ultimo giorno della Mostra di Venezia 2016, tra sale, code, film, colpi di fulmine e ferali delusioni: il consueto appuntamento con il “Minuto per minuto”, cronaca festivaliera dal Lido con aggiornamenti quotidiani, a volte anche notturni o drammaticamente mattinieri. Da Lav Diaz a Muccino, come se non ci fosse un domani…

Tra Concorso, Fuori Concorso, Orizzonti, la nuova sezione (con sala rossa fiammante) Cinema nel Giardino, Settimana della Critica, Giornate degli Autori e via discorrendo, cercheremo di raccontarvi le frenetiche giornate alla Mostra. Undici giorni con Pablo Larraín, Lav Diaz, Terrence Malick, Amir Naderi, Andrei Konchalovsky, Sergei Loznitsa, Ulrich Seidl, Andrew Dominik, Tom Ford, Derek Cianfrance, François Ozon, Damien Chazelle, Wim Wenders, Denis Villeneuve, Kim Ki-duk, Kim Jee-woon…

 

Sabato 10 settembre

20.18
All We Need Is Lav!
Memorabile epilogo della Mostra di Venezia 2016, con le attese (discutibili o meno) scelte delle giurie: i premi del Concorso, di Orizzonti e di Venezia Classici.
Leone d’oro a The Woman Who Left di Lav Diaz.
Gran Premio della Giuria: Animali notturni di Tom Ford.
Leone d’argento per la miglior regia: La región salvaje di Amat Escalante e Paradise di Andrej Končalovskij.
Coppa Volpi per la miglior attrice: Emma Stone per La La Land di Damien Chazelle.
Coppa Volpi per il miglior attore: Oscar Martínez per El ciudadano ilustre di Mariano Cohn e Gastón Duprat.
Premio Migliore Sceneggiatura: Noah Oppenheim per Jackie di Pablo Larraín.
Premio Speciale della Giuria: The Bad Batch di Ana Lily Amirpour.
Premio Marcello Mastroianni: Paula Beer per Frantz di François Ozon.
Premio Orizzonti per il miglior film: Liberami di Federica Di Giacomo.
Premio Orizzonti per la migliore regia: Fien Troch per Home.
Premio Speciale della Giuria Orizzonti: Big Big World di Reha Erdem.
Premio Orizzonti per la migliore attrice: Ruth Díaz per Tarde para la ira di Raúl Arévalo.
Premio Orizzonti per il miglior attore: Nuno Lopes per São Jorge di Marco Martins.
Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura: Bitter Money di Wang Bing.
Premio Orizzonti per il miglior Cortometraggio: La voz perdida di Marcelo Martinessi.
Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentis: The Last of Us di Ala Eddine Slim.
Miglior Classico Restaurato: Break up. L’uomo dei cinque palloni (1965) di Marco Ferreri.
Premio Venezia Classici per il miglior Documentario sul Cinema: Le concours di Claire Simon.
Alla prossima edizione… [e.a.]

17.25
Manca qualcosa a Bozzetto non troppo di Marco Bonfanti, documentario che scandaglia la quotidianità e l’umanità di Bruno Bozzetto, ripercorrendo alcune tappe fondamentali della vita privata e professionale di questo gigante dell’animazione mondiale. Nonostante le magnifiche sequenze tratte dai lungometraggi e dai cortometraggi di Bozzetto (da West and Soda e Vip, mio fratello superuomo a Allegro non troppo, passando per i Tapum! La storia delle armi, Cavallette e Europe & Italy, la lista è lunghissima…), la fantastica pecora Beeelen e l’immersione nella natura, alla fine manca proprio quella linea che riesce a dare forma alle idee, manca il dietro le quinte dell’animazione. Bonfanti non si avventura nel territorio storico-critico, non cerca di leggere le linee, i colori, le coordinate estetiche dell’universo animato di Bozzetto. Questione di scelte, ovviamente. E forse anche di tempi e di target. [e.a.]

11.22
Una città industriale dell’Est della Cina: Wang Bing in Ku Qian (Bitter Money), presentato in Orizzonti, segue un gruppo di lavoratori impegnati nel settore tessile, le loro storie, le loro vite, i loro amori. Nei laboratori dove operano e nei loro dormitori in palazzi alveare, dove si entra in un groviglio di balconi e ballatoi. Un nuovo ritratto impietoso del capitalismo cinese da parte dell’autore di Feng ai, in un film dai dialoghi infarciti di numeri. Le ore di lavoro, tante, e i salari, bassi. [g.r.]

10.50
Anche sforzandosi è difficile non trovarsi di fronte a I magnifici 7 di Antoine Fuqua, remake non proprio necessario del western cult diretto da John Sturges – che, giova ricordarlo, dista già anni luce dal modello originale, I sette samurai. Fuqua può contare su un cast da box office (Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Lee Byung-hun) e un azzeccato restyling dei personaggi, con strizzatina d’occhio al politicamente corretto e al mercato internazionale. Vince per distacco l’orso vestito da uomo Jack Horne (Vincent D’Onofrio), ma meritano almeno una menzione il campione dei nativi Red Harvest (Martin Sensmeier) e il guascone Josh Faraday (Pratt). A parte i 7, il discorso sul capitalismo del cattivissimo Bart Bogue, l’affascinante Haley Bennett e il refrain originale, tutto il resto scivola via, epica compresa. [e.a.]

 

Venerdì 09 settembre

17.10
Il festival ormai volge alla conclusione e arrivano quindi i primi premi. È stato annunciato pochi minuti fa il vincitore della 31esima edizione della Settimana Internazionale della Critica. Il premio del pubblico l’ha vinto quest’anno Los Nadie di Juan Sebastián Mesa (che abbiamo anche intervistato, questo il link), un film che mette in scena, nell’ambientazione tutt’altro che ospitale di Medellin, tenerezze e ruvidezze della gioventù colombiana contemporanea, per un inno ai sogni giovanili e alla libertà. Con questa edizione della SIC è stato poi inaugurato un altro riconoscimento, quello al miglior contributo tecnico, premio dedicato alla memoria di uno dei nostri più grandi montatori, Mario Serandrei. Ed è stato The Last of Us di Ala Eddine Slim ad aggiudicarselo. Questo, in attesa di sapere domani chi vincerà il Leone d’Oro della 73esima edizione del festival. [a.a.]

13.52
Benoît Jacquot è forse il più fedele tra i registi selezionati da Alberto Barbera, e anche quest’anno torna al Lido, fuori concorso, con À jamais, il film che ha tratto da Body Art di Don De Lillo. L’ispirata prosa del romanziere statunitense, impegnato in un’opera sull’ossessione e l’ambiguità di ciò che ci circonda, si trasforma in mano a Jacquot in un ghost-movie ai limiti del ridicolo, e forse oltre. Visione della quale si sarebbe fatto volentieri a meno. [r.m.]

11.22
Circolava da tempo la voce che il nuovo film di Emir Kusturica fosse brutto. E in effetti, dopo averlo visto in mattinata in proiezione stampa, non possiamo che prenderne atto. Con On the Milky Road, presentato in concorso con scelta abbastanza azzardata, il regista serbo prova a rifugiarsi nel tema a lui più consono, la disperazione della povera gente durante la guerra della ex Jugoslavia; il tutto condito dalle solite stravaganze e dal solito eccesso audio-visivo. Ma anche solo i tempi di Gatto nero, gatto bianco sono lontanissimi, dall’altra parte del millennio (1998), e qui Kusturica mostra solo la sua stanchezza. Le gag non hanno ritmo, la narrazione è sconclusionata, gli attori sono a disagio – in primis lui stesso, oltre a Monica Bellucci. E la metafora sulla guerra resta lettera morta, seppellita nell’ultima parte anche da quintalate di melassa e di giulebbe. [a.a.]

10.22
Il concorso ha riservato il meglio per gli ultimi due giorni. Dopo Jackie di Pablo Larraín è stata la volta del nuovo lungometraggio di Lav Diaz, The Woman Who Left (Ang Babaeng Humayo il titolo originale in tagalog): nel racconto della rabbia inespressa in una vendetta che cova da trenta anni il regista filippino condensa il senso di una nazione alla disperata ricerca del sogno o, per meglio dire, del desiderio di un sogno. Tre ore e tre quarti di cinema purissimo, di eccezionale potenza e in grado di regalare emozioni rare. Lav Diaz è un regista rigoroso, politico, generoso e mai arido. Un bene prezioso. [r.m.]

 

Giovedì 08 settembre

21.20
Film di chiusura della 31esima edizione della Settimana Internazionale della Critica, Are We Not Cats di Xander Robin è un delirante e disturbante viaggio nell’anormale e nel deforme, con protagonista un giovane ebreo (il cui percorso ha degli evidenti echi kafkiani) che si ritrova in mezzo alla neve a passare delle ore insieme a una ragazza senza capelli. Anarchico e incontrollato, sorretto anche da una felicissima colonna sonora, Are We Not Cats è un incubo riuscito, un viaggio agli inferi da cui si torna indietro, ma senza pentimenti o moralismi. [a.a.]

15.30
La sottile differenza tra Gantz e Gantz:O. Nel percorso di evoluzione e sfruttamento commerciale del manga di Hiroya Oku (anime, spin-off, light novel, videogame) era quasi inevitabile smarrire per strada la completezza narrativa, lo stile grafico originale, la caratterizzazione dei personaggi. Il nuovo adattamento cinematografico, con le animazioni in computer grafica orchestrate da Yasushi Kawamura e Keiichi Saitō, insegue la chimera della perfezione visiva, dell’iperrealismo grafico, concentrandosi soprattutto sull’apparato spettacolare, sulla fluidità dei movimenti, sull’espressività dei volti. Dopo tanti anni, siamo ancora in zona Final Fantasy: The Spirits Within. La strada è lunga, forse troppo. [e.a.]

13.18
Tornando invece a oggi, ma rimanendo nell’ambito dei restauri, Processo alla città di Luigi Zampa è un film di un’attualità imbarazzante – imbarazzante per il tema trattato, ovviamente, vale a dire le collusioni mafiose nei pertugi più impensati delle grandi città, nello specifico Napoli. Detection non priva di qualche eccesso retorico (la voce fuori campo del finale denuncia una volontà didattica comprensibile ma anche fuori tono), Processo alla città è però un dramma fiammeggiante, con un crescendo che lascia lo spettatore incollato alla poltrona e dei personaggi, soprattutto tra i camorristi, che rimangono impressi nella memoria. [r.m.]

13.12
Piccolo balzo indietro alla serata di ieri: tra i restauri di Venezia Classici è stato possibile ammirare The Ondekoza, creatura aliena partorita nel 1981 dal giapponese Tai Kato dopo anni di riprese: viaggio tra gli Ondekoza, gruppo di musicisti specializzati nel suonare i taiko, le tradizionali percussioni nipponiche, il film di Kato è irraccontabile, ma si tratta di un’esperienza visiva che non ha eguali. Davvero impossibile trovare pietre di paragone nella storia del cinema. Non solo un capolavoro, ma uno dei film della vita. Monumentale. [r.m.]

13.08
Stamattina in concorso è stato presentato il terzo e ultimo lungometraggio italiano, Questi giorni di Giuseppe Piccioni, road movie in cui quattro ragazze viaggiano verso la Serbia, dove una di loro ha deciso di andare a vivere. Un viaggio nella post-adolescenza prevedibile e piatto, sorretto da una sceneggiatura traballante e affidato (nei ruoli di contorno) ad attori svogliati, a partire da un pessimo Filippo Timi. Si salva solo la verve delle quattro protagoniste, ma è davvero troppo poco. [r.m.]

11.25
Attendevamo con malcelato ottimismo la nuova fatica di Andrej Končalovskij, che a Venezia 2014 aveva illuminato il concorso con The Postman’s White Nights. Ma il cineasta russo è sempre stato un po’ così, altalenante. Affossato da uno dei finali più fastidiosi degli ultimi anni, davvero imperdonabile per una pellicola sull’Olocausto, Paradise si barcamena tra sequenze ispirate, eccessi didascalici e discutibili ghirigori formali, adagiandosi su una struttura schematica dal retrogusto fin troppo governativo e filorusso. Poca fortuna anche con la pellicola successiva, Planetarium di Rebecca Zlotowski, altro giro di ruota sull’Olocausto (un po’ prima, a dire il vero), tra fantasmi, desideri, la magia del Cinema e via discorrendo. Natalie Portman e Lily-Rose Depp buttate un po’ via. [e.a.]

 

Mercoledì 07 settembre

16.42
Presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 73, White Sun è l’opera seconda del regista nepalese Deepak Rauniyar, un film di impianto metaforico sulla frattura che ha attraversato il paese tra filomonarchici e maoisti, ambientato proprio alla vigilia dell’emanazione della nuova costituzione che avrebbe dovuto sancire la riconciliazione. [g.r.]

16.06
Neanche il tempo di riprendere fiato dalla magia di King Hu ed eccoci in Sala Perla, dove la Settimana della Critica presentava Prank, folle lungometraggio diretto dal canadese – del Quebec – Vincent Biron. Il senso del film è tutto nel titolo: uno scherzo infinito, il gioco di quattro adolescenti con la vita, alla ricerca di una mitologia rintracciabile sono nei film dei loro eroi (Bruce Willis, Jean-Claude Van Damme, Christopher Lambert, Arnold Schwarzenegger). Spassoso e spiazzante, Prank è un’opera prima che potrebbe alimentare un piccolo culto. [r.m.]

15.59
Mentre alcuni valorosi si lanciavano (giustamente) nella seconda visione consecutiva di Jackie, ci siamo rifugiati nella non troppo comoda Sala Volpi per godere sul grande schermo del restauro di Legend of the Mountain di King Hu, anno domini 1979. Tre ore e un quarto di combattimenti volanti, demoni crudeli, monaci guerrieri, in un wuxia che si mescola con fantasy e horror aggiungendo un tassello indispensabile alla poetica del regista de La fanciulla cavaliere errante. Una gioia per gli occhi. [r.m.]

15.55
Il cinema è (anche) geometria, traiettorie, circolarità, punti di vista. E giusta distanza. Sopravvissuti a tre impegnative visioni (in realtà quattro, col sublime Jackie), cerchiamo di mettere qualche idea in ordine. La ricerca della meraviglia – e della sua messa in scena – sembra aver intrappolato Malick in una sorta di stallo estetico, filosofico e narrativo. Voyage of Time: Life’s Journey è una sorta di eterno ritorno, un cinema così ambizioso e totalizzante (l’IMAX è probabilmente la logica conseguenza di questo percorso) che rischia di cristallizzare il suo Autore/Creatore. Immagini reali e digitali si fondono per (ri)creare la circolarità della vita, ma è proprio in questa circolarità che si fatica a scorgere la necessità di Voyage of Time all’interno della poetica malickiana. Non resta che attendere.
La giusta distanza. Guardare, osservare, (cercare di) metabolizzare Austerlitz di Loznitsa, ripensando a Safari di Seild. Ancora una volta, dopo i vari The Event, Maidan, Anime nella nebbia e via discorrendo, Loznitsa riesce a trovare la giusta distanza dai luoghi, dalle persone/personaggi, dalla storia e dalla Storia: Austerlitz non è solo un documento su un luogo, sulla gente, ma è soprattutto un film sul tempo (di fruizione), sullo sguardo e sulla memoria. Quel senso della distanza che Seidl non possiede, ma che nemmeno cerca. Tra le vette di Venezia 73.
Nuovamente la circolarità. Non il punto di arrivo malickiano, ma il punto di partenza del regista tunisino Eddine Ala Slim, alla sua opera prima con The Last of Us, lungometraggio presentato alla Settimana della Critica. Una pellicola tanto attuale quanto proiettata verso il passato e il futuro: un viaggio apparentemente lineare, poi spirituale, sorretto da una ispirata messa in scena dei luoghi (deserto, città, bosco) e dei volti. [e.a.]

10.56
Nei festival si incrociano registi bravi e meno bravi, coerenti e deludenti, imperfetti e preziosi. C’è poi una ristrettissima cerchia di autori dai quali diventa difficile aspettarsi qualcosa meno della perfezione; uno di questi è Pablo Larraín, in grado a quarant’anni di aver già diretto opere come Tony Manero, Post mortem, No, Il club e Neruda. Il regista cileno trasvola a Hollywood e firma uno pseudo-biopic sulla “signora John Kennedy”, come viene chiamata nel film: Jackie è la conferma di un talento fuori dal comune, una dimostrazione di poetica che sfugge alle strette maglie della Mecca del Cinema e vola in alto, ennesima riflessione sul potere e sulle forme umane che riesce ad acquistare. Principale candidato al Leone d’Oro (e sarebbe anche ora che i festival premiassero il genio di Larraín) Jackie è illuminato dalla straordinaria interpretazione di Natalie Portman, che viaggia a vele spiegate verso il suo secondo Oscar. [r.m.]

10.46
Un TV show. Non si può dire niente di meglio a proposito di The Journey, appena mostrato in proiezione stampa e selezionato fuori concorso qui al Lido. Il film, diretto da Nick Hamm, mette in scena lo storico incontro (e accordo) avvenuto tra i due storici nemici protagonisti dei cosiddetti Troubles (vale a dire il conflitto nordirlandese che si svolse dalla fine degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Novanta): Ian Paisley e Martin McGuinness. Seguendo lo schema di Frost/Nixon o di The Queen, Hamm vorrebbe dunque ‘dare vita’ a ciò che accadde nelle segrete stanze, parlandoci di politica, usando i toni della commedia e alludendo ovviamente a dinamiche shakespeariane (e ai suoi drammi storici). Ma le ambizioni crollano miseramente di fronte a un approccio superficiale, che gioca sulle trovatine ad effetto, sulle strizzatine d’occhio, sulla Storia resa come entertainment e come barzelletta. [a.a.]

 

Martedì 06 settembre

21.50
Presentato in serata alla stampa il nuovo documentario di Federica Di Giacomo, Liberami, impressionante e insieme divertente percorso attraverso il mondo degli esorcismi. La lotta tra Dio e Satana è stata messa in scena parecchie volte al cinema, ma forse mai nessuno era riuscito a riprendere dei veri esorcismi. Ci è riuscita la Di Giacomo, seguendo alcuni preti specializzati nel settore, ma anche mostrandoci gli ‘indemoniati’ e i loro familiari. Tantissime sono le cose interessanti che emergono dalla visione del film, sospeso tra orrore e grottesco, tra oscure ritualità (si parla anche in aramaico) e banale quotidianità (la messa settimanale, riservata solo a chi è posseduto). Un film non perfetto, ma imperdibile. [a.a.]

13.52
In molti si preparavano da giorni (forse addirittura da prima dell’inizio della Mostra) a scatenare contro i titoli di coda di Tommaso di Kim Rossi Stuart fischi tenuti in serbo con morbosa meticolosità. Il fatto che non siano arrivati dice forse già molto sull’opera seconda dell’attore, dopo l’ottimo esordio Anche libero va bene, vecchio oramai di undici anni. Commedia ossessiva, ellittica e in parte sicuramente autobiografica, Tommaso (fuori concorso qui al Lido) mette a nudo le fragilità di un attore quarantenne, alla perenne ricerca di “un po’ d’amore”, ma incapace anche a comprendere se stesso e i propri traumi. Un ritratto psicanalitico non nuovo, ma che Rossi Stuart declina con intelligenza e una non indifferente grazia; anche il rischio dell’onirismo fine a se stesso viene smarcato con agilità, e Rossi Stuart si conferma regista da tenere d’occhio, e ribadisce tutte le proprie qualità attoriali. [r.m.]

13.20
Lotta per la sopravvivenza in un territorio che rappresenta la discarica della società, tra i reietti e gli esclusi da sogno americano. In concorso al Lido, The Bad Batch è l’opera seconda di Ana Lily Amirpour (A Girl Walks Home Alone At Night), confezionata secondo un immaginario prevedibile e già visto, un estetismo semplicistico quanto vuoto, un facile impianto metaforico. Prodotto dal Sundance, ultimo rifugio dei furbetti. [g.r.]

12.20
Ritratto di un pornodivo al tramonto, questo è Rocco, il documentario francese delle Giornate degli autori su Rocco Siffredi. Tanti dubbi sulla genuinità dell’operazione, a partire dall’abiura iniziale del protagonista del mondo del cinema a luci rosse di cui è stato il massimo protagonista. Forse un’operazione di “washing” in vista della sua carriera televisiva? [g.r.]

10.42
All’ultima proiezione disponibile siamo riusciti a recuperare anche il chiacchierato La región salvaje del messicano Amat Escalante. Un recupero tutt’altro che piacevole, visto che il film in questione è un arruffato e confusionario catalogo di stramberie e simbolismi grossolani, a partire dal polpo incarnazione dell’ES. Il tutto contestualizzato nell’ambito della maschilista società messicana, tra donne picchiate e omosessuali dileggiati. Perciò Escalante mischia suggestioni filosofiche/visionarie con i codici del genere (un pizzico di horror) per provare a rendere più accattivante quella che è la sua vera ‘missione’: il dramma sociale. E finisce per sbagliare su tutti i fronti. [a.a.]

 

Lunedì 05 settembre

21.49
A un anno e qualche mese dalla presenza a Cannes con La loi du marché, Stephan Brizé prende parte al concorso veneziano con Une vie, adattamento del capolavoro letterario di Guy de Maupassant. La fedeltà al testo non si traduce però in un’espressione cinematografica altrettanto forte, che soprattutto nella prima metà del film appare trattenuta, quasi ingabbiata in regole (non) scritte del genere. Il finale riscatta in parte questo schema, ribaltandolo e confermando Brizé come autore magari incompiuto ma affascinante. [r.m.]

19.55
Dopo Anime nere, che lo ha gratificato di un sin troppo lusinghiero successo di critica, Francesco Munzi torna a Venezia con Assalto al cielo, documentario fatto esclusivamente di immagini di archivio in cui racconta gli anni della contestazione. Prodotto e distribuito dall’Istituto Luce e presentato fuori concorso qui al Lido, il film è un repertorio con immagini e situazioni anche belle tratte dagli anni ’67-’77, ma non ha personalità, né chiavi di lettura, e risulta essere una specie di bignamino di quegli anni, che vediamo scorrere in maniera disorganica e senza un – anche lasco – filo narrativo o logico/simbolico. [a.a.]

16.44
Alla Settimana Internazionale della Critica è stato il turno oggi di Los nadie di Juan Sebastián Mesa, teen movie colombiano tenero e dolente. Protagonisti sono un gruppo di ragazzi accomunati dalla destrezza nella giocoleria – che praticano ai semafori della caotica città di Medellin – ma, soprattutto, da un insopprimibile desiderio di fuga. In questo suo promettente film d’esordio, Mesa tratteggia, con freschezza di sguardo e sincera affezione per i suoi personaggi, il ritratto di una nuova generazione di colombiani, proiettati verso il futuro e un altrove che sa di libertà. [d.p.]

15.35
I festival sono buone occasioni per recuperare classici altrimenti invisibili, capolavori finalmente restaurati o anche pellicole di culto da gustare su grande schermo. Difficile resistere alla tentazione di vedere i morti viventi romeriani in formato gigante, lenti ma implacabili e dannatamente affamati. Rimessa a lucido in 4K dalla Koch Media, Zombi (versione rimontata da Argento con musiche dei Goblin) si conferma per l’ennesima volta uno dei punti fermi della storia del cinema. Gli assedi hawksiani-carpenteriani orchestrati da Romero (lo studio televisivo, il palazzo di “negri e portoricani”, il centro commerciale) non smettono di sgorgare sangue e idee, cinema e politica, e l’entrata in scena dei motociclisti di Savini scatena una straordinaria, metaforica e grottesca mattanza. E poi i soldi, il prete con una gamba sola, lo scienziato in televisione, l’ascensore, la pallina da tennis… [e.a.]

15.15
Ha la freschezza del diario di viaggio il documentario The War Show di Andreas Dalsgaard e Obaidah Zytoon: una freschezza che segmento dopo segmento ci immerge tra le coraggiose, tragiche e sanguinarie pieghe della recente storia siriana, tra le speranze della primavera araba e la conseguente repressione. Giovani artisti che credono, (forse) si illudono, resistono, muoiono. Obaidah Zytoon racconta la sua esperienza e i suoi amici, che nel giro di pochi minuti diventano un po’ anche nostri. The War Show non ci sbatte in faccia il dolore e l’ingiustizia, ma ci prende per mano e ci accompagna all’inferno. Noi almeno possiamo tornare. [e.a.]

13.27
One More Time with Feeling è il film che Andrew Dominik ha costruito su e insieme a Nick Cave dopo l’improvvisa e tragica morte del figlio. Ne viene fuori un lavoro complesso, stratificato, un’elaborazione del lutto che è in prima istanza accettazione del mondo. Una ricerca continua del senso, attraverso la musica, le parole, gli affetti. Una visione dolorosa, a tratti quasi insopportabile eppure mai ricattatoria, mai eccessiva, mai pedante. Se si piange (e si piange!) è per quella cosa, spesso bistrattata o misconosciuta, che si chiama empatia. Fuori concorso qui a Venezia, e per due giorni in sala, a fine settembre, con la Nexo Digital. [r.m.]

11.39
Un attimo prima che cominciassero i titoli di coda di Piuma, terzo film di Roan Johnson, presentato in mattinata alla stampa qui a Venezia – e secondo film italiano in concorso dopo Spira mirabilis – si è levato un solitario ma deciso “vergogna!”, urlato – pare – da un giornalista spagnolo. Ciò ha intimorito il resto dell’uditorio e dunque l’applauso per il film è stato molto timido. Si potrà obiettare in effetti a proposito della necessità di inserire nel concorso veneziano una commedia come Piuma, semplice, lineare, senza velleità autoriali. Ma, sinceramente, a quel punto si deve obiettare su tante altre cose, come ad esempio il fatto di mettere in competizione per il Leone d’Oro il film di un regista già tanto premiato e celebrato, che non ha più bisogno di premi e che è ampiamente bollito da anni (Wenders), oppure ci si potrà ricordare che genere di film italiani ci siamo ritrovati a vedere nel corso degli anni – e ormai dei decenni – qui al Lido, da quelli di Ozpetek a quelli di Placido fino a Quando la notte di Cristina Comencini. Lì ci si travestiva da autori senza esserlo, senza averne i mezzi e le capacità, ed erano film brutti. E allora perché rifiutare la possibilità di essere selezionato a una commedia come Piuma, a tratti spassosa, semplice sì, ma per fortuna, senza bisogno di appesantire il discorso con rischiosi simbolismi (anche se forse la paperella grida vendetta). Un film sulla leggerezza e sulla levità che, ovviamente, qui non è stato apprezzato. Perché continuiamo tutti a prenderci troppo sul serio. [a.a.]

10.08
Un quasi musical ambientato sul litorale domizio, con nani, ballerine, variopinte meretrici e una coppia di gemelle siamesi. Difficile non provare almeno un po’ di curiosità per Indivisibili di Edoardo De Angelis, presentato ieri sera alle Giornate degli Autori di Venezia 2016. Peccato che il film sia troppo innamorato del suo oggetto d’elezione per riuscire a costruirvi intorno una storia compiuta e magari anche avvincente. E così tra citazioni di Fellini e Marco Ferreri, fluidi movimenti di steadycam, le canzoni di Enzo Avitabile e una satira già vista su neomelodici e culti popolari, Indivisibili resta il contenitore per una serie di attrazioni da freak show, che valgono solo per la curiosità che suscitano. [d.p.]

 

Domenica 04 settembre

21.35
Amir Naderi torna a Venezia con un progetto italiano, girato tra Friuli e Alto Adige. Monte è ancora una volta per il regista iraniano la storia di un’ossessione, e della perseveranza nell’assecondarla; la lotta di una famiglia contro la montagna che impedisce loro di vedere il sole si presta a una metafora forse facile, ma nelle mani di Naderi acquista una potenza e un dolore che lasciano senza fiato, come lo splendido crescendo della seconda parte del film. Avrebbe meritato il concorso, al posto di uno dei titoli italiani scelti. Ma si sa, gli apolidi non hanno mai pace, né riparo. Avanti allora, a mani nude, contro le montagne! [r.m.]

18.15
Famiglie disfunzionali, mamme stronze, istituzioni scolastiche severe, ragazzine disturbate, ex-galeotti, bullismo, incesti e matricidi. Ma non è finita qui: c’è anche chi guida senza patente. Facciamo intravedere un po’ di sesso esplicito, così in nome del realismo. Confezioniamo il tutto con una bella macchina a mano per chi si è dimenticato di Dogma ma usiamo anche un po’ di riprese dallo smartphone. E gli skateboard? Certo anche quelli. Home del belga Fien Troch, presentato a Venezia Orizzonti, è un campionario di disagio giovanile che non si fa mancare proprio nulla. [g.r.]

17.38
Peter Brosens e Jessica Woodworth sono figure ricorrenti a Venezia, fin da quando vinsero il Leone del Futuro nel 2006 con Khadak. Quest’ultimo King of the Belgians, selezionato in Orizzonti, è una farsa che vorrebbe ambire ad affrontare un discorso sull’idea di libertà e di Unione Europea, ma si limita ad abbozzare una barzelletta infarcita di luoghi comuni e tirata inspiegabilmente per le lunghe. Tra “kusturicismi” e battibecchi fra Fiandre e Vallonia, King of the Belgians arranca stancamente, confermando l’essenziale vacuità delle opere del duo. Il pubblico del Palabiennale, nonostante poche e parche risate durante il film, ha comunque accolto i titoli di coda con un applauso abbastanza convinto. [r.m.]

15.04
Risate e applausi a scena aperta hanno accompagnato la proiezione odierna de El ciudadano ilustre di Gastón Duprat e Mariano Cohn, pellicola argentina in concorso a Venezia 2016. Raccontando la storia di uno scrittore premio Nobel che accetta di tornare nel suo villaggio d’origine per ricevere la cittadinanza onoraria, El ciudadano ilustre, anche se contiene qualche ripetizione, riesce a orchestrare una sapida riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista, a deliziare con battute mordaci, a sedurre con una galleria di personaggi irresistibili. [d.p]

14.20
Un melodramma chirurgico, nel senso letterale del termine. Stiamo parlando di Réparer les vivants di Katell Quillévéré, presentato nella sezione Orizzonti. Nonostante il tema trattato, ovvero la morte celebrale di un giovanissimo surfista e la successiva donazione dei suoi organi, il film di Quillévéré non presenta alcuna sbavatura retorica né scade mai nel ricattatorio. Splendidamente girato (specie la parte dedicata al surf), scritto con cura certosina (nessun personaggio viene trascurato, neanche quelli “minori”) e con cast di ottimi interpreti (tra gli altri, Tahar Rahim, Emmanuelle Seigner, Anne Dorval), Réparer les vivants è un solido esempio di cinema d’autore in grado di coinvolgere anche il grande pubblico. Ce ne vorrebbero di più, specie dalle nostre parti. [d.p.]

13.58
Mel Gibson è certo un personaggio controverso e in quanto tale profondamente interessante. Non è certo un caso che con Hacksaw Ridge porti fuori concorso a Venezia 2016 la storia vera di un personaggio sulla carta assai contraddittorio: il primo obiettore di coscienza ad essere stato decorato per il valore militare. Gronda sangue, cameratismo e sentimento questa sua quinta regia, che affronta questioni etiche e morali con sguardo robusto (davvero ottime le tre sequenze della battaglia di Okinawa) e mente aperta alla messa in discussione di tutto, tranne che della fede. [d.p.]

11.02
La giornata di ieri si è chiusa con Il più grande sogno, interessante esordio al lungometraggio di Michele Vannucci, presentato in concorso in Orizzonti. Si racconta la vera storia di borgata di Mirko Frezza, che ha contribuito a scrivere il film e interpreta anche se stesso; una classica storia di riscatto alla romana che non può che far venire subito in mente altri recenti titoli, da Non essere cattivo a Lo chiamavano Jeeg Robot fino a Suburra. Ma Il più grande sogno riesce comunque ad avere un approccio personale, sia perché si regge sulla vera storia del suo protagonista, sia perché si avvale di una regia corposa e vivace, stretta sui suoi attori e piena di coinvolgimento. [a.a.]

10.56
Torniamo a ieri sera e alla presentazione di Tabl (Drum), film d’esordio dell’iraniano Keywan Karimi, in concorso alla Settimana della Critica. Dietro al suo approccio da film noir, Drum si rivela ben presto un atto d’accusa nei confronti del regime del proprio paese, tanto che la narrazione e la detection che riguarda l’avvocato protagonista non importano, ciò che importa sono gli spazi che questi attraversa, pieni di degrado e di desolazione, di orrore della vita quotidiana. Karimi, che in conseguenza del suo cinema è stato condannato dalle autorità, porta avanti questo discorso con rigore, e addirittura con furia, risultando alla fine quasi punitivo nei confronti dello spettatore. [a.a.]

10.40
La Illumination Entertainment avrebbe rivoluzionato in qualche modo (?) il cinema d’animazione. Alla Mostra del Cinema di Venezia la pensano così, e quindi è arrivato anche un premio, tanto per impreziosire una presenza altrimenti impalpabile. I quasi novanta minuti di Pets – Vita da animali (The Secret Life of Pets) di Chris Renaud e Yarrow Cheney confermano i progressi tecnico-artistici della computer grafica della Illumination e il timido slittamento verso una struttura narrativa che cerca di rubacchiare un po’ di magia alla Pixar. Ma il dna della Illumination Entertainment, e di questo esilissimo e scontato Pets – Vita da animali, è figlio del lato oscuro della Luna, della DreamWorks e della Blue Sky Studios. Delle canzoncine e delle gag. Dello sfruttamento, fino allo sfinimento, di una idea di partenza. Rivoluzionato? [e.a.]

 

Sabato 03 settembre

21.49
È arrivato il momento dell’esordio dell’Italia in concorso… Spira mirabilis conferma l’indiscusso talento di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti (Il castello, Materia oscura, L’infinita fabbrica del Duomo), che stavolta scelgono di puntare molto in alto, fino a cercare di trovare il senso dell’immortalità. Il racconto si fa polifonico, e spazia dalle proteste dei nativi a Wounded Knee a uno scienziato giapponese che studia le meduse, per passare dalla già filmata fabbrica del Duomo fino a filmini di famiglia; la potenza visiva non è minimamente in discussione, così come la capacità di far interagire tra loro materiali eterogenei, ma l’impressione è che il centro a tratti si faccia sfocato, e che l’architettura visionaria si depotenzi una volta compreso l’assunto di fondo. Applausi convinti, in ogni caso, dopo la prima delle due proiezioni stampa. [r.m.]

17.30
È dura la vita nel selvaggio west, specie se nasci femmina. È stato accolto con parchi applausi e qualche fischio il western al femminile Brimstone di Martin Koolhoven presentato oggi in concorso al Lido. Tra incesti, stupri, frustate e museruole, la povera protagonista incarnata da Dakota Fanning subisce ogni tipo di oltraggio, per un torture movie quasi rocambolesco (non c’è sosta ai soprusi) e dal sorprendente anticlericalismo. Peccato però che il cattivo di turno, un reverendo-terminator (si rialza sempre) incarnato da Guy Pierce sia vistosamente e fastidiosamente sopra le righe. E in ogni caso ci piace pensare che un’altra via al “western femminile” sia possibile. [d.p.]

14.22
François Ozon con Frantz fa un viaggio nel passato, alla fine della Prima guerra mondiale, tra Germania e Francia, riprendendo il bellissimo film di Lubitsch Broken Lullaby. E, rispetto alle attese spettatoriali di chi pensa di sapere cosa aspettarsi dall’autore di Swimming Pool, sa invece giocare abilmente nel passato del francese Adrien che visita la tomba del soldato tedesco Frantz, una torbida storia di passione omosessuale tra i due giovani che militano nei fronti opposti. Aspettative eluse, ma solo in parte, con la sensualità della scena del corpo di Frantz. Con questo film Ozon racconta un triangolo d’amore borghese in cui la morte è uno dei vertici. [g.r.]

12.20
Gli inconsueti movimenti di macchina di Safari, apparentemente così lontani dai quadri fissi di Seidl, si rivelano il collante del nuovo impietoso puzzle antropologico del cineasta austriaco. Sono proprio queste sequenze, che con un briciolo di ironia potremmo definire action, a non dare scampo al macabro e fasullo balletto di questi impacciati e improbabili cacciatori di trofei. Safari ci mette di fronte alla gioia di uccidere, alla orgasmica soddisfazione del “colpo pulito”, del “foro di uscita”, alle ossessioni di deboli bipedi, armati di soldi e fucili. [e.a.]

11.01
Ci si aspettava di peggio, sotto certi punti di vista, dalla visione di The Young Pope di Paolo Sorrentino. Ma, paradossalmente, ci si poteva aspettare anche di meglio. Il peggio temuto per i primi due episodi di questa serie TV prodotta da Sky, che sono stati mostrati in mattinata qui al Lido, riguardava l’attesa sovra-esposizione della tracotante estetizzazione sorrentiniana, per di più nella sua versione riuscita male (che avevamo già avuto modo di ‘apprezzare’ recentemente in Youth). Il meglio che non arriva è che Sorrentino se ne infischia dei meccanismi di una serie TV e tralascia di lavorare completamente sulla narrazione. La prima ora – che dovrebbe essere il primo episodio, anche se qui i 112′ minuti proiettati sono stati presentati come un unicum – è riservata non tanto alla presentazione dei personaggi – come succede di norma nelle serie – quanto a una presentazione di Sorrentino stesso al pubblico mondiale televisivo, visto che il nostro si esibisce in dolly, plongée, contre-plongée, fuori-bolla, ralenti, e via dicendo, mentre ai suoi attori – in particolare al papa Jude Law – fa dire tutto e il contrario di tutto. Nel presunto secondo episodio – la seconda ora – le cose vanno un po’ meglio, fino all’ottimo colpo di scena finale. Ma, allora, verrebbe da dire, non si poteva fare tutto in un’ora? L’efficienza televisiva d’altronde avrebbe dettato questo approccio. Ma Sorrentino e la stringatezza seriale sono termini ossimorici, e il che potrebbe essere anche un bene, se non fosse che – ci pare – il regista napoletano non ha ancora scelto in che modo approcciare il suo papa: un po’ intrighi di corte vecchio stampo, un po’ di allusioni al morettiano Habemus Papam, un po’ troppo sorrentinismo da catalogo Electa. Vedremo… [a.a.]

 

Venerdì 02 settembre

23.20
Le belle sorprese per fortuna arrivano ancora. È capitato stasera al cospetto di Jours de France, eccellente esordio del francese Jérôme Reybaud (allievo di Paul Vecchiali), presentato in concorso alla 31esima Settimana della Critica. Un uomo lascia il suo compagno in piena notte, abbandona Parigi e comincia a vagare per la Francia, in cerca di avventure occasionali, ora sessuali, ora stravaganti, ora assurde, sempre imprevedibili. Di fronte a sé la strada interminabile, fino al confine con l’Italia. Poi si torna indietro, mentre il compagno, sfruttando un app per incontri sessuali al buio, lo cerca. Ricerca del sé, perdita nell’Altro, l’abisso esistenziale, il ritorno ai fondamentali (la geografia, la calligrafia), l’esaltazione della bellezza del paesaggio francese al di là di Parigi. C’è tutto questo e molto di più in Jours de France, uno dei film che resterà nella memoria dell’edizione 2016. [a.a.]

19.04
In Venezia Classici è stato presentato uno dei restauri più preziosi di quest’anno. The Brat, film che John Ford diresse nel 1931, era l’unico film sonoro del regista a essere rimasto ancora senza un restauro, a causa della pessima qualità della copia a disposizione del MoMa. Le nuove tecnologie a disposizione hanno permesso di sopperire a questa mancanza, e così The Brat può tornare sul grande schermo dimostrando sia la straordinaria vitalità di Ford, alle prese qui con una commedia sfrenata e decisamente emancipata (basata però su un dramma di Maude Fulton del 1917, già trasposto al cinema nel 1919 con protagonista Alla Nazimova), che chiarisce per chi ne avesse ancora bisogno la sua visione politica. Fieramente antiborghese e dalla parte del proletariato, The Brat è un film rooseveltiano, con Ford che si dimostra una volta di più incredibile metteur en scène, con soluzioni visive del tutto inaspettate e apparentemente fuori contesto. Un recupero indispensabile. [r.m.]

16.47
Nella giornata in cui in concorso passa il tanto dibattuto Animali notturni di Tom Ford, la sezione Cinema nel Giardino propone il nuovo film diretto da James Franco, che dopo aver lavorato su William Faulkner (As I Lay Dying e The Sound and the Fury) e Cormac McCarthy (Child of God, in concorso alla Mostra nel 2013), mette in scena John Steinbeck con In Dubious Battle. Rispetto agli adattamenti citati in precedenza, In Dubious Battle abbandona qualsiasi tipo di rigore per un racconto popolare – a tratti popolano -, che non riesce fino in fondo a restituire la veridicità dei personaggi di Steinbeck, ma non dissipa in nessun modo l’afflato politico. Resta quindi la profonda sincerità di Franco, che realizza un pamphlet socialista e comunista che non nasconde le responsabilità di chi “sfruttava” gli scioperi per portare avanti un discorso politico strumentale, ma allo stesso tempo rivendica la necessità della lotta, delle rivendicazioni sindacali. Un film politico nel senso più puro del termine, che educa lo spettatore. Il fatto che ciò avvenga dalle parti di Hollywood, e con un cast di tutto rispetto (oltre a Franco, davanti alla camera appaiono Vincent D’Onofrio, Robert Duvall, Ed Harris, Selena Gomez, Sam Shepard, Bryan Cranston, Zach Braff, John Savage) è cosa talmente fuori dalla prassi da non poter essere sottostimata, o trattata con noncuranza. [r.m.]

16.05
The Bayonne Brawler. The Bayonne Bleeder. The Real Rocky. La storia di Chuck Wepner, pugile destinato all’oblio, è raccontata con spirito vivace e un po’ furbetto nel biopic sportivo The Bleeder di Philippe Falardeau. Presentato fuori concorso, il film non si nega niente: voce narrante, playlist di celeberrimi brani degli anni Settanta, la classica fotografia sgranata che si sposa perfettamente con lo stile e i cromatismi dell’epoca. E poi le donne, la cocaina, la fama e le illusioni. Una parabola umana, sportiva e sentimentale che punta al grande pubblico, con un montaggio dal ritmo sostenuto, una sequenza di straripante emotività e quel gioco di naturali e inevitabili rimandi a Rocky e al suo immaginario – un fertile cortocircuito di ispirazioni, di copie carbone e copie sbiadite, con Stallone che si ispira a Wepner che si ispira a Stallone che si ispira a… Il pugilato di The Bleeder ha due anime, Rocky e il meno noto Una faccia piena di pugni, e un protagonista dalle spalle larghe: Liev Schreiber, davvero in ottima forma. [e.a.]

14.20
C’è molta, troppa carne al fuoco nell’attesa opera seconda di Tom Ford che, dopo il riuscito e dolente A Single Man (2009) torna a Venezia in concorso con Animali notturni. Al centro del film, lo stilista-regista statunitense sembra voler mettere in principio un discorso sull’arte contemporanea e sull’universo glamour e fasullo che vi ruota intorno, realtà che l’autore di certo conosce assai bene. Ma quando inizia a frammentare la sua linea narrativa principale (l’infelicità di una donna ricca e di successo, incarnata da Amy Adams) con elementi vagamente horror, una detection texana, un discorso poco convincente sulle differenze di classe e sul desiderio di vendetta, Animali notturni sbanda pericolosamente ed esce di strada, rivelandosi un esercizio di stile che molto ha da suggerirci e  ben poco da dirci. A parte che “anche i ricchi piangono”. [d.p.]

11.25
Torniamo ancora per un momento a ieri sera e alla presentazione alla stampa del documentario American Anarchist. Diretto da Charlie Siskel (che è tra i produttori di Bowling a Columbine, e si vede), il film è incentrato sulla figura dell'(ex?) anarchico William Powell, che nel 1970 pubblicò un libro, The Anarchist Cookbook, in cui spiegava per filo e per segno tattiche di guerriglia (come costruire una bomba o un lanciafiamme). Ora Siskel, preda di un’ottusa ossessione inquisitoria, è convinto che questo libro abbia influenzato negativamente tutti i serial killer che si sono succeduti sul territorio americano dal ’70 in poi (a partire ovviamente proprio da Columbine), solo perché in casa loro o nella loro macchina è stata ritrovata una copia del libro. La posizione semplicistica nei confronti del mondo – Siskel non si domanda mai e non capisce che all’epoca fosse giustificabile e anche giusto pubblicare un libro così, visto il clima di violenza che si viveva – fa sì che American Anarchist abbia un approccio sgradevole e irritante, opposto ai codici del documentario, e anzi tutto chiuso nel suo piccolo guscio di pregiudizi prefabbricati. [a.a.]

11.10
Sempre ieri sera si è svolta la proiezione stampa di Le ultime cose, l’atteso esordio alla regia di Irene Dionisio, unico italiano in concorso nella Settimana della Critica. Forte di un’ambientazione inusuale che permette anche una riflessione sulla contemporaneità italiana – il monte dei pegni di Torino -, il film della Dionisio cerca, con alterne fortune narrative, di aprire gli occhi sulla crisi (economica, morale, sociale). Una visione coraggiosa, ma solo in parte appagante, soprattutto per alcune scelte di sovraccaricare la narrazione con climax non sempre indispensabili. [r.m.]

11.04
Tornando a ieri sera, in Orizzonti sono state presentate due opere tra loro molto diverse eppure con inattesi punti di contatto: Tarde para la ira di Raúl Arévalo è un noir mescolato al revenge-movie, Die Einsiedler (The Eremites) di Ronny Trocker un dramma ambientato nei recessi più inospitali delle Alpi. Due opere solide, dirette con mano salda e una certa attenzione al paesaggio, eppure incapaci di mostrare uno sguardo davvero personale. Che si tratti della vendetta di un uomo che ha perso gli affetti più cari in una rapina in banca o della fine ineluttabile di una famiglia di contadini, l’impressione è che spesso ai due registi manchi la capacità di osare davvero, di rischiare fino in fondo. [r.m.]

 

Giovedì 01 settembre

21.16
Di personaggi cristologici al cinema se ne è visti molti, ma quello protagonista di El Cristo ciego di Christopher Murray, proiettato in concorso questa sera al Lido, non ha rivali quanto a emulazione. Ambientato nel deserto del Cile settentrionale, il film segue le vicissitudini di un ragazzo – profeta, con tanto di stimmate, che decide di mettersi in viaggio per andare a salvare un suo amico d’infanzia con un miracolo. Ci sono la derisione, il proselitismo, il lavaggio dei piedi, il battesimo e le parabole, insomma tutti gli elementi caratteristici della storia di Cristo, Maria Maddalena compresa. Le immagini sono curate fino all’estetismo, ma lo sguardo sugli “umili” le redime con il giusto tasso di “etica dell’estetica”. Tutto sembra dunque perfetto in El Cristo ciego, ma anche gratuito e in fin dei conti inconsistente. [d.p.]

16.08
Il talento (non sempre calibrato) di Kim Jee-woon, l’altissimo profilo tecnico e artistico dell’industria cinematografica sudcoreana e l’impareggiabile presenza scenica di Song Kang-ho, affiancato da un cast lussuoso, sono il biglietto da visita della spy-story The Age of Shadows, blockbuster che rilegge gli anni drammatici dell’occupazione nipponica, inondandoli con le atmosfere cupe del noir e facendo deflagrare con parsimonia azione e violenza – almeno una citazione per il complesso inseguimento iniziale su due livelli (la valanga di poliziotti sui tetti e sotto il dedalo di vicoli e case), la sparatoria nel vagone ristorante e la sequenza alla stazione di Seoul. Doppio e triplo gioco, inganni e tradimenti, amicizie inscalfibili e grandi ideali per una pellicola che ricompone pezzo per pezzo un intricato puzzle e cresce sequenza dopo sequenza, fino a una chiusura perfino sussurrata. Una bella conferma. [e.a.]

15.40
Le traiettorie melodrammatiche di Derek Cianfrance dovevano prima o poi imbattersi in un macigno cartaceo, una fiumana di pagine, parole e sentimenti ruggenti, strazianti, pronti a deflagrare a ogni istante. Una parabola che dallo struggente e meraviglioso Blue Valentine, passando per il (melo)dramma generazionale Come un tuono, ci ha portati fino a The Light Between Oceans (La luce sugli oceani), trasposizione dell’omonimo tomo di M.L. Stedman. Un tonfo sordo, nonostante le onnipresenti, invasive e assordanti note di Alexandre Desplat; nonostante gli sforzi di Michael Fassbender e Alicia Vikander; nonostante uno scenario ideale, un oceano splendido, un’isola che dovrebbe/potrebbe essere un perfetto microcosmo umano e sentimentale. Ma la scrittura di Cianfrance non riesce a comprimere le pagine e contenere i sentimenti, non riesce a smarcarsi dagli eccessi di Desplat e dalle prevedibili pastoie di un romantic period drama inevitabilmente iperbolico. Un tonfo sordo e doloroso. [e.a.]

14.20
Linguaggio e scienza, apprendimento e preveggenza, Denis Villeneuve con Arrival porta in concorso a Venezia 2016 la sua personale lettura della fantascienza filosofica: ammaliante, terrificante, emotiva. Se riesce ad evitare mirabilmente di scadere nel ridicolo cui talvolta porta l’ambizione di chi affronta questo nobile genere (e i temi in ballo facilmente potevano condurlo lì) è perché il regista di Prisoners e Sicario punta tutto qui sulla sua protagonista (un’ottima Amy Adams) e su un elemento fondamentale: una spiegazione semplice, quasi elementare. In fondo la filosofia e la fantascienza sono anche questo, servono a dirci che l’uomo è riducibile a pensiero, linguaggio, ideogramma, immagine. Se qualcuno teme ancora l’annunciato sequel di Blade Runner, Villeneuve con Arrival mira di certo a tranquillizzarlo. [d.p.]

13.25
Dopo il tutt’altro che riuscito Due vite per caso, risalente addirittura a sei anni fa, Alessandro Aronadio è riuscito a dirigere un nuovo lungometraggio, Orecchie, sviluppato nell’ambito della Biennale College e presentato sempre qui al Lido. Meno apertamente ambizioso del suo film precedente, Aronadio lavora in Orecchie intorno ai codici della commedia surreale, con una comicità un po’ in punta di piedi e un po’ erede di certi prodotti non deteriori del nostro cinema anni Novanta. Il risultato è discreto con gag variamente riuscite e con interessanti apparizioni (il prete Rocco Papaleo disilluso e dedito alla vodka). Il filo si perde solo nel finale, quando i toni si fanno troppo moralistici. Ma in fin dei conti lo si può quasi perdonare. Il pubblico nella neonata Sala Giardino ha riso e applaudito con convinzione. [a.a.]

12.22
Il cinema come poesia, sintetica e minimalista come un haiku, il cinema come un paesaggio brullo o coperto da una coltre di neve, da cui si erge un albero solitario, il cinema come un borgo mediterraneo dai muretti scrostati visto in un bianco e nero estremamente contrastato, un paesaggio verticale in cui un pallone scende per gli scalini. Il cinema, la poesia, la fotografia. Quello che emerge dai tre lavori presentati come omaggio a Kiarostami, due corti inediti, 24 frames e Take Me Home, e il documentario su di lui, 76 Minutes and 15 Seconds With Kiarostami. [g.r.]

11.05
Sfiora la pornografia del cinema d’autore il nuovo film di Wim Wenders, presentato in mattinata al Lido, dove compete (!) per il Leone d’Oro. Les beaux jours d’Aranjuez, tratto da un testo teatrale del vecchio sodale del cinema wendersiano, Peter Handke, è la messa in posa di un cinema che (purtroppo) non c’è più e che il grande produttore Paulo Branco – ormai orfano di de Oliveira – cerca invano di resuscitare per il tramite del cineasta tedesco. Il risultato è disastroso: il personaggio dello scrittore, come in Providence di Resnais, immagina di dare corpo a sua volta dei personaggi; i due – un uomo, una donna – dialogano senza sosta, e senza paura del ridicolo, di sesso e di uccellini, di ribes e lamponi, con una falsità e una gratuità annichilenti. Quel che Wenders saprebbe fare – e dimostra di saper fare anche qui – è il regista ‘puro’, è il trovare suggestioni visive (e infatti gli agenti atmosferici, come il vento che passa attraverso gli alberi, sono i piccoli momenti di bellezza del film, tra l’altro ancora in 3D). E invece poi insiste a voler incastonare il suo sguardo in un racconto, sia pure infiocchettato come un dialogo di amorosi sensi, in cui è lui stesso a non credere e che apre squarci paurosi di ridicolo involontario. Particolare nota di demerito per i due attori protagonisti: Reda Kateb e Sophie Semin. Raramente ci è capitato di assistere a delle interpretazioni così leziose ed esornative. [a.a.]

02.19
Nella serata di ieri è stato presentato anche Laavor et hakir, vale a dire Through the Wall, il nuovo film dell’israeliana Rama Burshtein. Una commedia che vorrebbe essere briosa e si risolve in un pastrocchio reazionario nell’etica e sciatto nella forma. Del tutto fuori posto nel concorso di Orizzonti, il film uscirà in Italia a novembre con il titolo Un appuntamento per la sposa. [r.m.]

 

Mercoledì 31 agosto

23.59
A precedere Prevenge si è aperta anche la sezione nella sezione all’interno della Settimana Internazionale della Critica, vale a dire SIC@SIC (Short Italian Cinema @ Settimana Internazionale della Critica), spazio dedicato ai cortometraggi firmati da giovani registi del cinema italiano. Il primo corto proiettato, però, come evento speciale – e come sorta di patrocinino e di viatico a quel che seguirà – è firmato da un grande vecchio come Marco Bellocchio che con Pagliacci torna – in maniera molto efficace – alle sue consuete ossessioni: la lirica, il familismo, i conflitti generazionali e una madre ricca, potente e odiosa, assolutamente da uccidere. Rispetto al recente passato, Bellocchio – che ha realizzato Pagliacci nell’ambito del laboratorio Fare cinema di Bobbio – sembra aver ritrovato in questa forma breve la verve surreale, sovversiva e anarchica ultimamente un po’ appannata. [a.a.]

23.55
Ha preso ufficialmente il via anche la Settimana Internazionale della Critica, con la proiezione riservata a stampa e industry di Prevenge, prima avventura da regista della sceneggiatrice e attrice britannica Alice Lowe; revenge-movie al femminile, con protagonista una donna all’ultimo mese di gravidanza, Prevenge gioca con il genere con uno sguardo sardonico e crudele, più grottesco che spaventoso. Ne viene fuori un thriller esile da un punto di vista estetico ma ben costruito sotto il profilo della nevrosi ossessiva del personaggio principale. Divertente. [r.m.]

18.30
Tornano i ralenti, le carrellate circolari, le impennate musicali e tornano anche la maturità, la verginità, i primi amori. Torna insomma Gabriele Muccino. Presentato nella sezione Cinema nel Giardino, L’estate addosso segue il viaggio negli States di due neo-maturati, alla bramosa ricerca del loro posto nel mondo. Ma tra amori non corrisposti, desideri repressi, prurigini ancestrali, la presa di coscienza dell’esistenza dell’omosessualità (la “Scuola Internazionale” che i due hanno frequentato sembra avergli insegnato solo l’Inglese), l’approccio di Muccino appare svogliato e i suoi personaggi affetti da un bipolarismo che li fa cambiare repentinamente di umore e di opinioni, senza che alcun innesco narrativo sia mai stato predisposto. I tempi di Come te nessuno mai – grazioso teen movie che, non senza ruffianerie, riusciva a intercettare ansie e desideri di una generazione – appaiono lontani e viene da rimpiangere pure l’ambizione delle regie americane dell’autore, pensiamo soprattutto a La ricerca della felicità, Sette anime e al recente Padri e figlie. Evidentemente Muccino sta ri-vivendo, al pari dei suoi personaggi, il suo periodo post-maturità, e deve trovare di nuovo la sua strada. [d.p.]

16.59
Dopo essere stata l’oggetto del mistero per tutta la giornata di ieri, invadendo le bacheche di Facebook di coloro che erano già al Lido, la nuova sala Giardino, tutta cubica e rossa, ha aperto i battenti per la prima proiezione, quella del nuovo film di Kim Ki-duk, Geumul (The Net). In realtà l’esordio non è stato indolore, visto che la proiezione è slittata di venti minuti per permettere agli operai di rinsaldare alcune file di sedie, che rischiavano di ribaltarsi… Brivido dell’avventura a parte, Kim torna al Lido con un’opera onesta, in cui riflette sulle differenze (e le tragiche affinità) tra Corea del Nord e del Sud, e si interroga – questo lo spunto più interessante – sul significato reale del termine libertà. Nulla di sconvolgente, in fin dei conti, ma di certo non da sottostimare. [r.m.]

12.58
Un passo indietro prima di La La Land di Damien Chazelle. La preapertura di ieri ci ha regalato Tutti a casa di Comencini in versione restaurata, sul grande schermo della Sala Darsena. Una serie di interventi più o meno interessanti (e anche commoventi) per contestualizzare la preziosa pellicola, il graditissimo piccolo omaggio ai Lumière e a Venezia (col solito istrionico Thierry Frémaux), e poi l’epopea del sottotenente Alberto Innocenzi e dei suoi compagni. Un’Italia in preda al panico e alla confusione e i primi vagiti di una dolorosa rinascita, con quel finale che strappa il cuore…
A far sobbalzare il cuore ci ha pensato anche La La Land, musical colorato, minimalista, sentimentale, impreziosito dalle performance di Ryan Gosling ed Emma Stone. Entrambi eccellenti. Chazelle orchestra un balletto a due, un inno ai sognatori, all’amore, alla musica, al jazz. Un cinema, quello di Chazelle, che non manca di imperfezioni, di qualche passaggio frettoloso nonostante la struttura geometrica e la cura minuziosa dei dettagli, ma che regala sequenze, sguardi, attimi vivissimi. Immerso nel CinemaScope, Gosling canta e suona City of Stars, e le note ti restano dentro, struggenti. [e.a.]

Info
Il sito ufficiale di Venezia 2016.
Il Concorso di Venezia 2016.
Il sito della Settimana della Critica.
Il sito delle Giornate degli Autori.

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    di Western al femminile con una notevole pletora di violenze e sevizie, Brimstone di Martin Koolhoven risulta ben presto ripetitivo. Colpa anche del suo villain, un gigionissimo Guy Pearce. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    JackieJackie

    di Biopic che viola molte regole del genere, Jackie è la conferma del talento di Pablo Larraín, e il primo vero colpo al cuore della Mostra. Con una straordinaria Natalie Portman.
  • Venezia 2016

    FrantzFrantz

    di Presentato in concorso a Venezia, Frantz rappresenta un grande passo in avanti e una sfida nella filmografia di François Ozon. Film di ambientazione storica, in costume, calligrafico, per buona parte in bianco e nero. Ma soprattutto opera che declina in forme inedite le poetiche dell’autore francese.
  • Venezia 2016

    ArrivalArrival

    di Linguaggio e scienza, apprendimento e preveggenza, Denis Villeneuve con Arrival porta in concorso a Venezia 2016 la sua personale lettura della fantascienza filosofica: ammaliante, terrificante, emotiva.
  • Venezia 2016

    Questi-giorniQuesti giorni

    di Giuseppe Piccioni cerca di raccontare i turbamenti di quattro ragazze, a un passo dall’ingresso nella vita adulta, ma fallisce completamente il bersaglio. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    TommasoTommaso

    di Kim Rossi Stuart torna dietro la macchina da presa a distanza di undici anni da Anche libero va bene per raccontare i dolori del (non più) giovane Tommaso, in una commedia divertente e amara. Fuori concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    un-lupo-mannaro-americano-a-londra-1981-john-landis-an-american-werewolf-in-london-cov932Un lupo mannaro americano a Londra

    di Dopo Animal House e The Blues Brothers, all'apice del successo hollywoodiano, John Landis se ne va dall'altra parte dell'oceano per rispolverare oscuri miti perduti, come quello dei licantropi. A Venezia Classici.
  • Venezia 2016

    PiumaPiuma

    di Il terzo lungometraggio di Roan Johnson, Piuma, è una commedia sulla leggerezza e la levità, semplice e a tratti veramente spassosa. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    In Dubious Battle (2016) James Franco - Recensione | Quinlan.itIn Dubious Battle

    di In Dubious Battle è la trasposizione cinematografica del romanzo di John Steinbeck a opera di James Franco, che conferma il suo approccio del tutto personale alla letteratura statunitense. In Cinema nel Giardino a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    Riparare i viventi (2016) Quillévéré - Recensione | Quinlan.itRéparer les vivants

    di Melodramma chirurgico, nel senso letterale del termine, Réparer les vivants di Katell Quillévéré è un solido esempio di cinema d’autore in grado di coinvolgere, senza ricattare, il suo spettatore. A Venezia 2016 nella sezione Orizzonti.
  • Venezia 2016

    david-lynch-the-art-life-2016-venezia-doc-cov932David Lynch: The Art Life

    di , , Tre registi hanno seguito David Lynch, riprendendolo al lavoro e ascoltando le narrazioni sulla sua vita, negli anni che anticiparono Eraserhead. Tra i documentari di Venezia Classici.
  • Venezia 2016

    une-vie-2016-stephane-brizeUne vie

    di Stéphane Brizé traduce in immagini il primo romanzo di Guy de Maupassant, Une vie; un'operazione rischiosa che si rivela come il miglior film del regista francese. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    El-ciudadano-ilustre-2016- Gastn-Duprat- Mariano-CohnIl cittadino illustre

    di , Gastón Duprat e Mariano Cohn portano in concorso a Venezia 2016 (e ora in sala) una sapida riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista, che delizia lo spettatore con battute mordaci e lo seduce con una galleria di personaggi irresistibili.
  • Venezia 2016

    La-Region-Salvaje-2016-amat-escalanteLa región salvaje

    di Omofobia, maschilismo e creature erotiche: Amat Escalante in La región salvaje mischia temi e generi in maniera grossolana e perde presto il controllo della situazione. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    l-estate-addosso-2016-gabriele-muccinoL’estate addosso

    di Tornano i ralenti, le carrellate circolari, le impennate musicali, la maturità e la verginità. Con L'estate addosso Gabriele Muccino ripropone le basi della sua poetica, ma appare privo di ogni sincero entusiasmo. A Venezia 2016 nella sezione Cinema nel Giardino.
  • Venezia 2016

    the-net-geumul-2016-kim-ki-duk-cov932The Net

    di Kim Ki-duk torna al Lido di Venezia con The Net, dramma dagli echi kafkiani sulle insanabili frattute tra nord e sud Corea, e sul concetto di "libertà".
  • Venezia 2016

    tarde-para-la-ira-2016-raul-arevalo-cov932Tarde para la ira

    di Nel concorso di Orizzonti arriva Tarde para la ira, film tra il thriller e il revenge-movie diretto dallo spagnolo Raúl Arévalo. Un'opera solida, pur senza particolare inventiva, che testimonia una volta di più la via indicata da Barbera per la seconda sezione competitiva.
  • Venezia 2016

    El_Cristo_ciego_2016_christopher_MurrayEl Cristo ciego

    di Rilettura della storia del Cristo ambientata nel deserto cileno El Cristo ciego di Christopher Murray finisce vittima del suo stesso meccanismo e rivela presto che, in fondo, non ha molto da dire. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    venezia-omaggia-kiarostami-cov932Venezia omaggia Kiarostami

    La Mostra di Venezia ha organizzato un doveroso omaggio ad Abbas Kiarostami, maestro del cinema iraniano scomparso di recente. Oltre a due cortometraggi inediti è stato presentato al pubblico del Lido il documentario sul regista diretto dal suo braccio destro, Samadian Seifollah.
  • Venezia 2016

    the-brat-1931-john-ford-cov932The Brat

    di In Venezia Classici, tra i vari restauri in digitale del 2016, è apparso anche The Brat, scatenata commedia antiborghese diretta da John Ford nel 1931.
  • Venezia 2016

    SafariSafari

    di Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, Safari di Ulrich Seidl è una impietosa immersione nel grottesco microcosmo dei cacciatori vacanzieri europei in Africa. Uno stordente mosaico (dis)umano.
  • Venezia 2016

    spira-mirabilis-2016-danolfi-parenti-cov932Spira mirabilis

    di , Con Spira mirabilis i documentaristi Massimo D'Anolfi e Martina Parenti arrivano nel concorso della Mostra di Venezia; a una notevole potenza visiva non si coniuga però una adeguata forza di senso e narrazione.
  • Venezia 2016

    il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-recensioneIl più grande sogno

    di In concorso in Orizzonti a Venezia 2016, Il più grande sogno è il primo lungometraggio di Michele Vannucci in cui - nel rimettere in scena la storia vera del suo protagonista, Mirko Frezza - si racconta una vicenda di borgata, di violenza e di riscatto.
  • Venezia 2016

    hacksaw-ridge-2016-mel-gibson-recensioneHacksaw Ridge

    di Con Hacksaw Ridge, Mel Gibson presenta la sua lettura del war movie, grondante sangue, fede e coriaceo talento. Fuori concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    king-of-the-belgians-2016-peter-brosens-jessica-woodworth-cov932King of the Belgians

    di , Peter Brosens e Jessica Woodworth tornano al Lido con King of the Belgians, farsa sul potere che si trasforma ben presto in una barzelletta ripetitiva e tirata per le lunghe. Nel concorso di Orizzonti.
  • Venezia 2016

    one-more-time-with-feeling-2016-nick-cave-andrew-dominik-cov932One More Time with Feeling

    di Andrew Dominik dirige una sorta di backstage del nuovo disco di Nick Cave, ma il suo film si trasforma in una lunga e impossibile elaborazione del lutto. A Venezia 2016 fuori concorso.
  • Venezia 2016

    monte-2016-amir-naderi-cov932Monte

    di La lotta di un uomo e della sua famiglia contro un monte. Il film italiano di Amir Naderi, che approda a Venezia nel fuori concorso ma avrebbe meritato la competizione.
  • Venezia 2016

    irene-dionisio-intervistaIntervista a Irene Dionisio

    Il banco dei pegni epicentro delle vergogne, dei sensi di colpa e ricettacolo di piccoli e medi criminali. Lo ha raccontato Irene Dionisio con Le ultime cose, in concorso alla Settimana della Critica. L'abbiamo incontrata per parlare di questo suo esordio nel lungometraggio di finzione.
  • Venezia 2016

    assalto-al-cielo-2016-francesco-munzi-recensioneAssalto al cielo

    di Con Assalto al cielo, fuori concorso a Venezia 2016, Francesco Munzi più che maldestro appare svogliato nel non voler provare a dare un minimo di chiave di lettura al racconto del decennio della contestazione, dal 1967 al '77.
  • Venezia 2016

    la-ragazza-del-mondo-2016-marco-danieli-recensioneLa ragazza del mondo

    di Con La ragazza del mondo, l’esordiente Marco Danieli costruisce un racconto di formazione e presa di coscienza sullo sfondo di una realtà controversa come quella dei Testimoni di Geova: ma il tutto è gravato da pesanti incertezze narrative e da una regia anonima.
  • Venezia 2016

    rocco-2016-Thierry-Demaizière-Alban-Teurlai-recensioneRocco

    di , Presentato come evento speciale alle Giornate degli autori, Rocco è il ritratto di un pornodivo al tramonto, la gloria nazionale Rocco Siffredi, che ha ormai appeso al chiodo il suo celebre attributo per dedicarsi alla carriera televisiva. Legittimo il dubbio che questo documentario serva, almeno in parte, ad agevolare il passaggio.
  • Venezia 2016

    indivisibili-2016-edoardo-de-angelisIndivisibili

    di Tra nani, ballerine, variopinte meretrici e due gemelle siamesi, Indivisibili di Edoardo De Angelis ha facile presa sulla curiosità dello spettatore, ma non sviluppa la storia né i personaggi e resta il contenitore, seppur seducente, di una serie di attrazioni da freak show.
  • Venezia 2016

    the-journey-2016-nick-hamm-recensioneThe Journey

    di La Storia ridotta a maldestro entertainment: The Journey di Nick Hamm racconta la fine del conflitto nordirlandese e la firma tra le parti con tempi da show televisivo. Fuori concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    The-Bad-BatchThe Bad Batch

    di Opera seconda di Ana Lily Amirpour, in concorso a Venezia 73, The Bad Batch è un'interessante operazione sull’America marginale, sui reietti della società, su un mondo da far west dove vige la legge del più forte. Ma scade, e si esaurisce, nella vuota ricerca estetica, peraltro con un immaginario abbastanza povero e comunque già visto.
  • Venezia 2016

    Voyage-of-Time-Lifes-JourneyVoyage of Time: Life’s Journey

    di In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, la versione non IMAX della nuova fatica di Terrence Malick. Novanta minuti di immagini reali e digitali che si fondono e confondono per (ri)creare la circolarità della Vita.
  • Venezia 2016

    white-sun-2016-deepak-rauniyar-recensioneWhite Sun

    di Presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 73, White Sun del nepalese Deepak Rauniyar è un film di impianto metaforico sulla frattura che ha attraversato il paese tra filomonarchici e maoisti, ambientato proprio alla vigilia dell’emanazione della costituzione che avrebbe dovuto sancire la riconciliazione.
  • Documentari

    Austerlitz (2016) di Sergei Loznitsa - Recensione | Quinlan.itAusterlitz

    di Presentato fuori concorso a Venezia 2016, Austerlitz è uno straordinario documentario sulla memoria e sulla sua persistenza, sulla fruizione individuale e collettiva di un luogo di morte e dolore, sulle modalità e sui tempi di questa fruizione.
  • Venezia 2016

    planetarium-2016-rebecca-zlotowski-recensionePlanetarium

    di Fuori concorso a Venezia 73, Planetarium di Rebecca Zlotowski è una sfilacciata e artificiale digressione estetizzante che non dice nulla ma tenta di farlo nella maniera più leziosa e irritante possibile, riflettendo, si fa per dire, sul cinema e sull’ipnosi come due facce di una stessa medaglia.
  • Venezia 2016

    liberami-2016-federica-di-giacomo-cov932Liberami

    di Federica Di Giacomo con Liberami concentra l'attenzione sui casi di esorcismo in Sicilia. Un documentario inquietante e grottesco allo stesso tempo, tra le sorprese di Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    robinu-2016-michele-santoro-recensioneRobinù

    di Nell’ambito del Cinema nel Giardino a Venezia 73, Michele Santoro presenta Robinù: inchiesta sulle gang giovanili che imperversano nei quartieri di Napoli. Veri e propri bambini soldato che diventano eroi popolari nel quartiere.
  • Venezia 2016

    on-the-milky-road-2016-emir-kusturica-recensioneOn the Milky Road

    di Una storia d'amore nel corso di una guerra perenne: Emir Kusturica torna dietro la macchina da presa con On the Milky Road, ma l'ingranaggio del suo cinema sembra inceppato in maniera irrecuperabile, tra tempi sbagliati delle gag, recitazione maldestra e narrazione sbilenca. In concorso a Venezia 2016.
  • Venezia 2016

    paradiseParadise

    di Affossato da uno dei finali più fastidiosi degli ultimi anni, imperdonabile per una pellicola sull’Olocausto, Paradise si barcamena tra sequenze ispirate, eccessi didascalici e discutibili ghirigori, adagiandosi su una struttura schematica dal retrogusto governativo e filorusso.
  • Venezia 2016

    los-nadie-2016-juan-sebastian-mesa-cov932Los Nadie vince la Settimana Internazionale della Critica

    Va a Los Nadie di Juan Sebastián Mesa il premio del pubblico della Settimana Internazionale della Critica 2016. Un film che mette in scena tenerezze e ruvidezze della gioventù colombiana contemporanea, per un inno ai sogni giovanili e alla libertà.
  • Venezia 2016

    intervista-juan-sebastian-mesa-los-nadie-cov932Intervista a Juan Sebastián Mesa

    Per parlare del suo film e della situazione cinematografica e politica della Colombia abbiamo incontrato Juan Sebastián Mesa, vincitore della Settimana Internazionale della Critica con Los nadie, opera prima del regista colombiano.
  • Venezia 2016

    the-woman-who-left-2016-lav-diaz-cov932The Woman Who Left

    di Per la prima volta in concorso a Venezia e vincitore del Leone d'Oro, Lav Diaz firma l'ennesimo gioiello splendente della sua filmografia, mettendo in scena un revenge movie doloroso e sottoproletario.
  • Venezia 2016

    makhmalbafIntervista a Mohsen Makhmalbaf

    Abbiamo incontrato Mohsen Makhmalbaf durante Venezia 2016, in maniera un po' rocambolesca. Ci ha dato infatti appuntamento genericamente “sotto gli alberi”.
  • Venezia 2016

    bitter-money-2016-wang-bing-recensioneBitter Money

    di Presentato a Venezia 73, nella sezione Orizzonti, Bitter Money è la nuova opera di Wang Bing che porta la sua macchina da presa in officine tessili, dormitori, negozietti per seguire i lavoratori di una grande città industriale, arrivati da tutto il paese.
  • Venezia 2016

    venezia-2016-bilancio-lav-diaz-leone-doro-cov932Venezia 2016 – Bilancio

    Come il secondo mandato di Barbera si era aperto con una vittoria dell'Asia grazie a Kim Ki-duk, il terzo è inaugurato dal trionfo di Lav Diaz, che ha dato il via a una polemica come sempre sterile sul ruolo della Mostra di Venezia.
  • Venezia 2016

    intervista-bradley-liew-pepe-smith-cov932Intervista a Bradley Liew e Pepe Smith

    Al Lido abbiamo incontrato Bradley Liew, regista di Singing in Graveyards, ospitato all'interno della SIC. Con lui c'era Pepe Smith, il protagonista del film, superstar del rock filippino...
  • Venezia 2016

    legend-of-the-mountain-1979-king-hu-shanzhong-chuanqi-cov932Legend of the Mountain

    di Recuperato in Venezia Classici grazie a un ottimo restauro, Legend of the Mountain permette allo spettatore di accedere al mondo del fantastico di King Hu, tra spiriti tentatori, maledizioni, spettri che si aggirano tra i boschi.

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