La La Land

La La Land

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Leggiadro, minimalista, colorato, minnelliano, La La Land apre la Mostra del Cinema di Venezia 2016 e convince gran parte della stampa e della critica. Chazelle tratteggia struggenti sliding door, omaggia i musical d’antan e regala a Ryan Gosling ed Emma Stone, entrambi eccellenti, due ruoli memorabili. Nelle sale italiane a fine gennaio 2017, La La Land inizia dal Lido la sua corsa verso gli Oscar.

City of Stars

La storia di due sognatori che tentano di arrivare a fine mese, inseguendo le loro passioni in una città celebre per distruggere le speranze e infrangere i cuori. Mia, aspirante attrice, serve cappuccini alle star del cinema fra un’audizione e l’altra. Sebastian, appassionato musicista jazz, tira a campare suonando in squallidi piano bar. Tuttavia, quando il successo cresce per entrambi, i due si trovano di fronte a decisioni che incrinano il fragile edificio della loro relazione amorosa… [sinossi]
City of stars
Are you shining just for me?
City of stars
There’s so much that I can’t see
Who knew
Is this the start of something wonderful
Or one more dream that I cannot make true…
City of Stars – Ryan Gosling

A far sobbalzare il cuore della platea lidense ci ha pensato La La Land, musical colorato, minimalista, sentimentale, impreziosito dalle performance di Ryan Gosling ed Emma Stone. Entrambi eccellenti. Chazelle orchestra un balletto a due, un inno ai sognatori, all’amore, alla musica, al jazz. Un cinema, quello di Chazelle, che non manca di imperfezioni, di qualche passaggio frettoloso nonostante la struttura geometrica e la cura minuziosa dei dettagli, ma che regala sequenze, sguardi, attimi vivissimi.

Un po’ come il meno fortunato Rent di Chris Columbus, La La Land è un musical generazionale: Mia e Sebastian vivono in perenne bilico tra le aspirazioni artistiche e i crudi meccanismi del mondo dello spettacolo, tra le stelle luccicanti di Hollywood e le porte in faccia delle audizioni, gli affitti da pagare, le delusioni e la banalità della quotidianità – il lavoro nella caffetteria, le macchie sul soffitto, i soldi dei genitori, il frustrante successo degli altri.
Lo sguardo di Chazelle esclude volontariamente i lati oscuri, gli abissi che spesso inghiottono aspiranti star, ma riesce a dare forma all’incertezza del domani, al precariato che consuma le passioni, ai ritmi spietati dell’industria dello spettacolo. Tra i colori sgargianti di La La Land, celati da un romanticismo ispirato e palpitante, si annidano i mostri e gli incubi della città degli angeli e dei sogni. In fin dei conti, le traiettorie di Mia e Sebastian non si discostano di molto da quella tragica della Jesse di The Neon Demon o di Betty/Diane di Mulholland Drive. Lo stesso cielo, le stesse stelle, gli stessi sogni.

La messa in scena di Los Angeles e la circolarità narrativa sono le ancore che riportano coi piedi per terra Mia e Sebastian – il peso della realtà che soffoca il ballo tra le stelle nel Griffith Observatory. Chazelle tratteggia una mappa ideale e idealizzata della città, tra luoghi che trasudano cinema e musica, panoramiche abbacinanti che la luce del sole non può che smitizzare e storici locali fagocitati dalla gentrificazione. La La Land si muove in punta di piedi tra piani differenti, danzando soavemente nella dimensione musical, ma lasciando tracce del mondo reale – emblematica in questo senso la trascinante coreografia iniziale che prende vita da un ingorgo in un viadotto. La stessa circolarità narrativa è un appiglio fertile a questa realtà che ci rincorre e che, ingannevole, sembra promettere un futuro appagante: tra le numerosissime giovani attrici che servono caffè negli Studios, quante sono tornate trionfanti, ammirate, invidiate?

La La Land è una storia d’amore, di talenti e di sliding door. Una storia che si ripete all’infinito (come le stagioni, da inverno a inverno, in attesa della primavera e dell’estate, coi party caleidoscopici in piscina) e che non può che tornare, non solo come omaggio, all’età dell’oro del musical, ai cromatismi minnelliani. È quel sogno che si continua a inseguire; sono gli sceneggiatori, i musicisti, le attrici e gli attori di domani; sono i Chazelle e gli Hurwitz del futuro, che da roommate hanno fatto davvero tanta strada.
I sogni si nutrono dei fotogrammi di Un americano a Parigi e di Gioventù bruciata, dell’immaginario immortale di Hollywood. Più di Guy and Madeline on a Park Bench e Whiplash, primi corposi passi di una filmografia che sembra voler declinare in tutte le maniere possibili cinema & musica, La La Land sembra volersi issare fino alle stelle e sedersi accanto ai suoi sogni, ai suoi maestri.

Guy and Madeline on a Park Bench, Whiplash e La La Land sono anche le tappe dorate di Justin Hurwitz, musicista e compositore che trova le note perfette per accompagnare coreografie complesse, ma soprattutto per coccolare dolcemente Ryan Gosling ed Emma Stone, che con talento limano i loro limiti – oltre alla tradizione hollywoodiana/minnelliana, si guarda anche a Demy e alla declinazione minimalista francese. L’incipit tra le macchine e il ballo a due nel parco sono gli estremi opposti, entrambi magnifici, di un musical conscio dei propri mezzi. Gli occhioni della Stone, la marcata espressività e la capacità di calarsi in diversi registri si sposano con il lavoro di sottrazione di Gosling, con la sua fisicità trattenuta e il passato da cantante e ballerino. Immerso in un doveroso CinemaScope, Gosling canta e suona City of Stars, e le note ti restano dentro, struggenti.

Info
Il trailer originale di La La Land.
La scheda di La La Land sul sito di Venezia 2016.
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