Orecchie

Orecchie

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Torna alla regia Alessandro Aronadio con una commedia surreale in bianco e nero: Orecchie, presentato a Venezia nella sezione Biennale college, ha un tono stralunato e disilluso che regge per quasi tutto il tempo, perdendo la strada solo nel finale.

Di noi si può fare senza

Un uomo si sveglia una mattina con un fastidioso fischio alle orecchie. Un biglietto sul frigo recita: “È morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Il vero problema è che lui non si ricorda proprio chi sia, questo Luigi. Inizia così una tragicomica giornata alla scoperta della follia del mondo, una di quelle giornate che ti cambiano per sempre. [sinossi]

Non aveva riscosso pareri molto positivi Alessandro Aronadio con il suo esordio, Due vite per caso. Forse anche per questo il regista siciliano ha dovuto aspettare ben sei anni per approdare al suo secondo lungometraggio, Orecchie, meno apertamente ambizioso del suo precedente lavoro e decisamente più compatto.
Realizzato grazie alla Biennale College e presentato nell’ambito di questa sezione a Venezia 73, Orecchie si veste da subito, tra bianco e nero e toni minimal, da commedia stralunata un po’ alla Kaurismaki e un po’ alla Jarmusch, ma con una narrazione ‘debole’ che era tipica del nostro cinema non deteriore degli anni Novanta e che spesso caratterizza preferibilmente l’universo dei cortometraggi.
L’idea di partire dal momento del risveglio del suo protagonista dandogli un unico enigmatico – e labile – motore per agire (la notizia della morte di un amico a proposito del quale non ricorda nulla, accompagnata dalla necessità di muoversi a piedi per Roma), avrebbe potuto infatti far sbandare presto il film facendolo finire nel girone infernale dei ‘corti allungati’, se non fosse che Aronadio sin dall’inizio dimostra di avere parecchie idee per portare avanti il suo discorso. Dalle suore e dalla vicina che penetrano in casa del protagonista (e poi si azzuffano tra di loro), ai medici strafottenti e cinici, passando per il rapper che prende lezioni private e guadagna una barca di soldi, fino ad arrivare al prete disilluso e dedito allo smodato abuso di alcool, Aronadio riesce a costruire una variegata commedia umana in cui le variazioni e le gag non diventano mai sketch a sé stanti e tendono piuttosto a costruire un mosaico fatto di amarezza del vivere e di disagio ontologico rispetto al mondo circostante. Una dimensione che raggiunge il suo apice – comico e insieme tragico – con l’apparizione straniata e allucinata del vecchio professore di filosofia del protagonista.

Arricchito poi da un cast pieno di volti noti e piacevoli del nostro cinema che vengono utilizzati con arguzia da Aronadio restituendo nobiltà alla definizione di ‘caratteristi’ (Piera Degli Esposti, Rocco Papaleo, Ivan Franek, Milena Vukotic, Sonia Gessner, lo sceneggiatore Andrea Purgatori) e centrato su un ottimo protagonista come Daniele Parisi (che ricorda un po’ Santamaria e un po’ Fabio Troiano), Orecchie finisce dunque per apparire abbastanza solido, al di là della sua apparente andatura svagata.
Solleva qualche dubbio solo l’ultima parte del film in cui, di fronte all’ovvia costrizione di dover chiudere i conti, si finisce per esagerare in sentimentalismo (inzeppando tutto quello che era stato accuratamente evitato fino a quel momento) e ci si lascia scappare qualche finale di troppo.
Ma questo non toglie che con Orecchie siamo lieti di aver recuperato un regista che, privilegiando l’attività teatrale, sembrava essersi prematuramente disperso con il suo primo film. Ed è una cosa che non può che fare bene alla nostra produzione cinematografica.

Info
La scheda di Orecchie sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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