La vendetta di un uomo tranquillo

La vendetta di un uomo tranquillo

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La vendetta di un uomo tranquillo è un film tra il thriller e il revenge-movie diretto dallo spagnolo Raúl Arévalo. Un’opera solida, pur senza particolare inventiva, che testimonia una volta di più la via indicata da Barbera per la seconda sezione competitiva. In concorso a Orizzonti, alla Mostra di Venezia 2016, e ora in sala.

Eravamo quattro nemici al bar

Madrid, agosto del 2007. Curro è stato l’unico ad essere arrestato per la rapina in una gioielleria. Otto anni dopo, la sua ragazza Ana e suo figlio aspettano che lui esca di prigione. José è un uomo solitario e riservato che sembra sempre un pesce fuor d’acqua. Una mattina va a prendere un caffè al bar dove lavorano Ana e suo fratello. Quell’inverno la vita di José si intreccerà con quella degli altri clienti del bar, che lo accolgono come fosse uno di loro. È il caso soprattutto di Ana, che vede nel nuovo arrivato una via di fuga dalla sua vita difficile. Scontata la pena, Curro esce di prigione con la speranza di cominciare una nuova vita con Ana. Ma tutto è cambiato in pochissimo tempo. [sinossi]

La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira è il titolo originale), esordio alla regia dell’attore spagnolo Raúl Arévalo (per lui, davanti alla macchina da presa, esperienze sui set di El camino de los ingleses di Antonio Banderas, Che: Guerriglia di Steven Soderbergh, Balada triste de trompeta di Álex de la Iglesia, Gli amanti passeggeri di Pedro Almodóvar, tra gli altri), certifica con la sua presenza a Venezia due certezze. La prima riguarda il film in sé, che si iscrive alla corrente del cinema spagnolo contemporaneo intenzionato a lavorare sul genere in modo autoriale, aderendo alle regole non scritte ma cercando di farle proprie, e inserendole in modo organico nel tessuto umano e sociale della Spagna di oggi. La seconda certezza, assai meno conciliante, riguarda invece la collocazione che il film di Arévalo ha ottenuto nella sua partecipazione alla settantatreesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La sua presenza nel concorso di Orizzonti certifica, qualora qualcuno avesse nutrito dubbi a riguardo, la via che la sezione ha intrapreso dal 2012, anno in cui Alberto Barbera tornò a dirigere la kermesse lagunare.
La vendetta di un uomo tranquillo è un’opera onesta, anche interessante per il modo in cui collega un’ambientazione noir a un revenge-movie sui generis – e su questo punto si tornerà più in là nel corso della recensione – ma non possiede nessun elemento, né estetico né narrativo, in grado di giustificare la sua presenza in Orizzonti. Per meglio dire, in quello che dovrebbe essere Orizzonti, anche a giudicare dal “sottotitolo” tutt’ora presente nel programma del festival: “Concorso internazionale dedicato a film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive”. Un discorso già affrontato nella disamina di Un appuntamento per la sposa di Rami Burshtein e che torna a mostrare la propria urgenza. Orizzonti rischia sempre di più di spersonalizzando, rimanendo “solo” un concorso di serie B, un luogo in cui alloggiare tutte quelle opere non in grado di competere per il Leone d’Oro, ma comunque ritenute degne di un interesse particolare.

Al di là di queste amare riflessioni, La vendetta di un uomo tranquillo possiede tutto per tenere incollato sulla sedia lo spettatore: un personaggio misterioso e carismatico, che nasconde in maniera evidente un segreto; una donna disillusa e sperduta; il suo compagno, in carcere per aver fatto da autista durante una rapina. I temi del noir, a partire dal triangolo amoroso, ci sono tutti, ma molti degli elementi vengono riletti e demistificati (la femme fatale, per esempio, è tutto meno che fatale). Arévalo non possiede la forza immaginifica per rendere davvero personale il genere, e spesso si accontenta di trovare la giusta collocazione ai diversi cliché, ma il suo sguardo di quando in quando mostra guizzi inattesi, come il piano sequenza in macchina durante la scena d’apertura, o la prima esplosione di vendetta di José nel seminterrato di una palestra.
L’odio e il disprezzo sono i sentimenti più stabili e facili da rintracciare ne La vendetta di un uomo tranquillo, spaccato di una società spagnola senza troppe illusioni o speranze; José è ricco (possiede immobili a Madrid, il che lo rende immediatamente un privilegiato agli occhi della proletaria Ana, che vorrebbe solo sparire dal mondo insieme alla propria bambina), ma è animato dall’istinto più bestiale che ci sia, intenzionato a portare a termine il suo personale “occhio per occhio, dente per dente” contro gli uomini che provocarono la morte della fidanzata e il coma del padre. Curro, che ha scontato otto anni di prigione senza battere ciglio e senza tradire i compagni di rapina, ha una violenza più istintiva, meno calcolata. Sa forse essere brutale, ma mai davvero “cattivo”. È a sua volta un proletario, abituato a dover mostrare le unghie più per difesa che per attacco.

Peccato che questi spunti politici rimangano tali, lasciando il posto a una progressione di genere che non cerca mai di stratificare il discorso, e lascia gli eventi alla loro mera funzione attrattiva e spettacolare. Ne viene fuori un noir onesto ma, come già si affermava, privo di una reale identità, perfino frettoloso nella sua chiusura – l’aspetto del revenge-movie, che smarca di fatto il film da gabbie troppo strette, viene trattato in modo sbrigativo, quasi meccanico; anche l’esclusione del personaggio di Ana, che appariva centrale, è improvvisa e gestita in modo poco compiuto. Peccato, perché Arévalo mostra di aver individuato la direzione in cui muoversi, ma di non sapersi ancora reggere sulle sue gambe. Recenti episodi della produzione spagnola, come La isla minima di Alberto Rodríguez, dovrebbero essere d’insegnamento all’esordiente regista. Chissà…

Info
Il trailer de La vendetta di un uomo tranquillo.
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