The Age of Shadows

The Age of Shadows

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Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, The Age of Shadows è un blockbuster intricato e avvincente, una spy-story che cresce sequenza dopo sequenza, sospinta dal funambolico talento di Kim Jee-woon, dalla magnetica presenza scenica di Song Kang-ho e da una impeccabile confezione tecnico-artistica. L’anima hollywoodiana dell’industria cinematografica sudcoreana.

Il nemico invisibile

Anni Venti, la Corea è sotto l’occupazione nipponica. A Lee Jung-chool, coreano che lavora come agente nella polizia giapponese, viene affidata una missione speciale: scoprire un gruppo armato di combattenti per la libertà che fa parte della Resistenza. Lee si mette sulle tracce del loro leader, Kim Woo-jin. Trovandosi agli estremi opposti di questa lotta, entrambi gli uomini cercano di ricavare segretamente informazioni l’uno dall’altro. Presto la Resistenza scopre che ci sono dei traditori tra le sue fila e stringe il cerchio per trovarli. I combattenti vanno a Shanghai, inseguiti dalla polizia giapponese, per procurarsi dell’esplosivo, con lo scopo di far saltare alcune strutture nevralgiche giapponesi. Come il cacciatore e la preda, entrambe le parti devono nascondersi e manipolarsi a vicenda per compiere la loro missione. Mentre le trame ingannevoli si dipanano, l’esplosivo viene caricato su un treno diretto oltre confine, verso la capitale… [sinossi]

Il talento (non sempre calibrato) di Kim Jee-woon, l’altissimo profilo tecnico e artistico dell’industria cinematografica sudcoreana e l’impareggiabile presenza scenica di Song Kang-ho, affiancato da un cast lussuoso, sono il biglietto da visita della spy-story The Age of Shadows, blockbuster che rilegge gli anni drammatici dell’occupazione nipponica, inondandoli con le atmosfere cupe del noir e facendo deflagrare con parsimonia azione e violenza – il complesso inseguimento iniziale su due livelli (la valanga di poliziotti sui tetti e sotto il dedalo di vicoli e case), la sparatoria nel vagone ristorante e la sequenza alla stazione di Seoul. Doppio e triplo gioco, inganni e tradimenti, amicizie inscalfibili e grandi ideali per una pellicola che ricompone pezzo per pezzo un intricato puzzle e cresce sequenza dopo sequenza, fino a una chiusura perfino sussurrata. Una bella conferma.

A fare da ponte tra Hollywood e la rampante industria cinematografica sudcoreana non sono solo i più celebrati Park Chan-wook (Stoker) e Bong Joon-ho (Snowpiercer e Okja). Meno incline all’autorialità, Kim Jee-woon ha mantenuto promesse e premesse con The Last Stand – L’ultima sfida, esportando il furore adrenalinico e spettacolare dei vari I Saw the Devil, A Bittersweet Life e Il buono, il matto, il cattivo. Tornato in patria, finanziato dalla Warner, Kim riesce con The Age of Shadows a tenere il piede in due scarpe: le sequenze dal respiro depalmiano (la geometrica e complessa sparatoria alla stazione, la festa al quartier generale giapponese col Bolero di Ravel) e le atmosfere noir che si allargano a macchia d’olio non offuscano lo sguardo sul complesso e contraddittorio periodo dell’occupazione giapponese – tema che, senza andare troppo lontano, ritroviamo nel recente cinema sudcoreano: The Handmaiden di Park Chan-wook al Festival di Cannes, The Tiger di Park Hoon-jung e Assassination di Choi Dong-hoon al Far East Film Festival.

Sotto il robusto impianto spettacolare di The Age of Shadows pulsano le ferite (ancora) aperte del Periodo di occupazione forzata da parte dell’imperialismo giapponese (1905-1945), di una convivenza che ha inevitabilmente partorito eroi, martiri, traditori, speculatori. Una sorta di metastasi che ha continuato a generare sangue e morte: le due Coree, le dittature di Nord e Sud, il popolo schierato forzatamente su fronti opposti – ed è emblematica, in questo senso, l’inquadratura che ritrae Kim Woo-Jin (Gong Yoo) rannicchiato a terra nella claustrofobica cella, immagine che riecheggia i dolorosissimi The Road Taken di Hong Ki-Seon e National Security di Chung Ji-young, pellicole che affrontano senza timori gli orrori della dittatura e dell’anti-comunismo.

La scrittura di Kim Jee-woon, meno compatta in altre occasioni, riesce a contenere i diversi piani di lettura e fruizione, a non disperdersi nel dedalo di inganni e improvvisi detour: magistrale, ad esempio, la messa in scena della prima sequenza, che su due livelli ben distinti (i tetti, i vicoli) ci suggerisce più di una chiave di lettura estetica, storico-politica, etica. The Age of Shadows è una solidissima e stratificata pellicola mainstream. La attendiamo nel Bel Paese.

Info
Il trailer originale di The Age of Shadows.
La scheda di The Age of Shadows sul sito di Venezia 2016.
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