David Lynch: The Art Life

David Lynch: The Art Life

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Tre registi hanno seguito David Lynch, riprendendolo al lavoro e ascoltando le narrazioni sulla sua vita, negli anni che anticiparono Eraserhead. Tra i documentari di Venezia Classici.

La mente che ricorda

David Lynch accompagna lo spettatore in un intimo e personale viaggio nel tempo, raccontando gli anni della sua formazione artistica. Dall’infanzia nella tranquilla provincia americana fino all’arrivo a Philadelphia, le tappe del percorso che ha portato Lynch a diventare uno dei più enigmatici e controversi registi del cinema contemporaneo. [sinossi]

Se David Lynch non è il regista su cui si è più dibattuto negli ultimi quarant’anni, poco ci manca. Da quando Eraserhead – La mente che cancella iniziò a far parlare di sé nei circoli underground newyorchesi, arrivando a diventare nel giro di pochi mesi un oggetto di culto (al punto che Stanley Kubrick, nel suo eremo inglese, se ne fece inviare una copia per gustarselo nella saletta privata che aveva fatto costruire nella magione di Elstree Herts), Lynch è sempre stato più di un semplice regista. Tra i pochi autori in grado di creare ex novo un immaginario che non ha eguali, e non teme tentativi – sempre falliti – di emulazione, il regista statunitense ha attraversato come una meteora impazzita la Hollywood degli anni Ottanta e Novanta, portando a termine nel Terzo Millennio la sua carriera cinematografica (almeno per il momento, in attesa del televisivo “detour” della nuova stagione di Twin Peaks) con due picchi difficili da immaginare come Mulholland Drive e INLAND EMPIRE.
Lo stile di David Lynch, l’approccio atmosferico alle immagini, il mood imperante, l’utilizzo della dissolvenza nel nero – e non in nero – lo hanno trasformato nel giro di un pugno di film, per l’esattezza da Velluto blu (1986) a Fuoco cammina con me (1992), in un’icona, simbolo di un cinema onirico che all’apparenza non dovrebbe essere decifrato con il raziocinio.

La vulgata che Lynch diriga film “incomprensibili” e volutamente “privi di senso” ha attecchito con grande facilità, trovando esaltati cultori anche all’interno del mondo critico. Un malcostume, quello di leggere i film del regista nativo di Missoula come oggetti da prendere per quel che sono, senza riflessioni ulteriori, che si rinnova di anno in anno. Per comodità, ovviamente. Uno dei grandi pregi di un documentario come David Lynch: The Art Life risiede proprio nella possibilità di sfatare, forse in maniera definitiva, un’opinione così oziosa; di fronte alla videocamera e ai registi Rick Barnes, Jon Nguyen e Olivia Neergaard-Holm, il regista statunitense non si limita a raccontare la propria vita prima che l’esperienza lavorativa entrasse nel vivo, ma fornisce con un’accurata precisione la descrizione di ciò che rappresentò, per lui, l’approssimarsi all’arte.
Dopo un’infanzia definita più volte come spensierata e pacifica, all’interno della classica famiglia della middle class a stelle e strisce (padre lavoratore, mamma casalinga, un fratello e una sorella), e un’adolescenza riottosa, quasi a voler smentire tutti gli insegnamenti ricevuti dai genitori – e che pure formeranno l’ideale romantico di Lynch, come dimostrano sia Velluto blu che Twin Peaks – il futuro regista si appassionò alla pittura, grazie all’incontro con Bushnell Keeler, un vicino di casa pittore che prese il giovane e un po’ sbandato Lynch sotto l’ala protettiva. Qui, per trovare il proprio stile, per dare senso e profondità a ciò che dipingeva e al perché lo facesse, Lynch spiega come utilizzasse il tempo a propria disposizione solo per sperimentare su tela, insistendo e sbagliando, imparando continuamente dagli errori.

Un’immagine ben diversa da quella del genio che non ha bisogno d’altro che della propria inventiva per creare mondi. Per l’intera durata di David Lynch: The Art Life, il regista non fa che raccontare una vita passata a lavorare, impegnandosi ogni giorni per trovare le vie d’espressione più consone a ciò che voleva comunicare al mondo esterno. Semmai ciò che appare evidente è la capacità di vedere la realtà con occhi mai standardizzati: è così nella memoria di una donna, probabilmente vittima di violenza, che apparve nuda nella sera mentre da bambini Lynch e il fratello giocavano per strada – immagine che si collega immediatamente alla comparsa dal buio di Isabella Rossellini in Velluto blu, e che costò al film la partecipazione in concorso alla Mostra di Venezia diretta da Gianluigi Rondi –, ma anche nel ricordo di un concerto di Bob Dylan visto così da lontano da far apparire il menestrello minuscolo, grande forse come quel Ronnie Rocket che rimane il protagonista di un film mai prodotto.
David Lynch: The Art Life mostra un giovane che affronta il sacrificio del lavoro per approfondire e migliorare il proprio istinto artistico, dando sfogo alla propria attenzione al macabro per trovare finalmente una forma compiuta. Anche contro i dettami familiari, se necessario, e anche a costo di mettere a repentaglio un rapporto amoroso, come quello con la prima moglie Peggy, anche protagonista del corto sperimentale The Alphabet.
Non propone una struttura innovativa, il documentario di Barnes, Neergaard-Holm e Nguyen, ma sarebbe stato inappropriato pretenderlo: riesce però, ed è qui che risiede la sua forza, a raccontare l’uomo prima dell’artista. Un pregio cui spesso si rinuncia, purtroppo.

Info
Un “home movie” di David Lynch del 1967.
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