Monte

Monte

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La lotta di un uomo e della sua famiglia contro un monte. Il film italiano di Amir Naderi, che approda a Venezia nel fuori concorso ma avrebbe meritato la competizione.

Contro la roccia

Tardo Medioevo. Agostino vive in povertà con la moglie Nina e il figlio Giovanni nei pressi di un villaggio pedemontano. Una montagna si erge immensa, come un muro, bloccando i raggi del sole, cosicché il campo della famiglia è ridotto a un terreno sterile, tutto pietre e sterpaglie. Nonostante molti gli consiglino di andarsene altrove in cerca di una vita migliore, Agostino, fermamente convinto che le radici di un uomo non possono tradirlo, insiste che il proprio destino è di rimanere lì, tra quei monti. Invano lotta per alleviare le condizioni della famiglia ridotta alla fame. La loro vita non migliora. Decide allora di sfidare l’immensità e la potenza dell’antico monte… [sinossi]

Il monte è la casa, il luogo dove la famiglia mantiene le sue radici. Alle pendici del monte vengono sepolti i parenti, e non è certo un caso che il film di Naderi si apra su un funerale, quello della figlioletta di Agostino e Nina; la notte bisogna cacciare i lupi che attratti dall’odore e dalla terra smossa vanno a scavare, nella speranza di trovare cibo. Tutto è già cadavere sotto il monte, anche perché la vetta è così crudele da impedire al sole di illuminare la casa, lasciando così Agostino al buio, padrone di una terra in cui non crescerà mai nulla, se non qualche rapa con cui magari preparare un brodo. L’incipit di Monte, il nuovo film che Amir Naderi ha diretto tra l’Alto Adige e il Friuli, dice già molto del senso intimo e profondo dell’opera. Non solo la guerra infinita tra uomo e natura, alla ricerca di una felicità che forse esiste solo nei racconti orali, ma anche e soprattutto la volontà di radicarsi su un territorio e farlo proprio, sentirlo e viverlo come casa, estremo rifugio, antro nel quale proteggersi dalle angherie del mondo. Naderi ambienta il suo film nel medioevo, ma è un dettaglio di secondaria importanza: certo, questo permette di rendere ancora più ardua la battaglia contro una natura che sembra farsi beffe della tecnica dell’uomo, e allo stesso tempo apre il fianco a riflessioni sul senso di “ricercare la luce del sole” in un’epoca oscurantista, cupa, ma la verità è che Monte potrebbe ergersi al di fuori del tempo e dello spazio – non esiste alcuna inflessione dialettale nelle voci dei protagonisti, altro dettaglio di non secondaria importanza, per quanto foriero di uno straniamento nella visione – e dimostrare in ogni caso la propria urgenza espressiva.
Apolide per indole e per scelta, Naderi ha attraversato gli ultimi trent’anni passando dal natio Iran all’epicentro dell’impero, gli Stati Uniti, per poi lavorare in Giappone e ora in Italia, nazione che forse più di ogni altra l’ha da subito riconosciuto come “autore”. Un uomo che è sempre stato in grado di reinventare le proprie radici, riscriverle addosso a sé e attraverso il suo sguardo restituirle al pubblico. In questo senso le ultime tre opere di Naderi, Vegas, Cut e ora Monte, oltre a formare un’ipotetica traiettoria che lega Stati Uniti, Giappone e Italia, sembrano muoversi nella medesima direzione. Il punto in comune, prima di tutto, è l’ossessione. L’ossessione del denaro, ruota motrice di Vegas, l’ossessione per il cinema in Cut e l’ossessione per il sole in questo ultimo passaggio dietro la macchina da presa.

Agostino è un uomo che vive ai margini – altra figura ricorrente del cinema di Naderi, sempre straniero in patrie altrui – e combatte una lotta per la sopravvivenza che è anche inevitabilmente lotta per la dignità. Guardato con sospetto dalla popolazione del paese vicino, che considera lui e la sua famiglia appestati da una maledizione per aver osato vivere così a ridosso del monte, Agostino non cede mai alle lusinghe del crimine, mantenendo una morale costante; ma è al contrario accusato lui di furto, solo per aver tentato di vendere un fermacapelli di sua moglie, unico oggetto prezioso che i due abbiano mai posseduto. Arrestati, cacciati dalla casa, sempre più prossimi a quell’animalità che è forse l’unico modo di vivere una società mostruosa, Agostino, Nina e il loro figlio Giovanni hanno come ultima ed estrema risorsa la lotta contro la montagna, nemico all’apparenza indistruttibile perché eterno, lì posizionato da prima che l’uomo esistesse.
A una prima parte strettamente narrativa, e che non può non andare incontro a qualche pesantezza di scrittura – soprattutto a causa della recitazione a tratti approssimativa di alcuni attori secondari –, fa da contraltare il crescendo della seconda metà, con il protagonista che armato solo di un grande martello si lancia nella sfida impossibile, corpo contro massiccio roccioso, mani sanguinanti contro detriti di sassi, urla disperate contro il rimbombo continuo di una terra in perenne assestamento. La montagna, che è anche quella società ostile che vorrebbe vedere sparire Agostino, i suoi stracci e le poche carabattole che cerca di vendere al mercato, è un organismo vivente. Reagisce ai colpi costanti dell’uomo, lo sfianca con la durezza delle sue pareti. Monte diventa così l’emblema della sfida del singolo contro l’eternità delle leggi considerate naturali. Ad Agostino si affianca prima la moglie e poi anche il figliol prodigo, tornato a dar man forte ai genitori dopo essere sfuggito a una cattura da parte delle guardie. Loro tre, di nuovo insieme ma senza più alcun istinto alla vita normale. Non c’è più casa, non c’è praticamente più cibo, non esiste giaciglio. C’è solo quel martello che si alza per abbattersi sul monte, un colpo dopo l’altro, incessantemente, giorno dopo giorno e anno dopo anno. Lo scopo della vita di Agostino diventa la lotta, null’altro. La lotta per la rivendicazione di un’esistenza a cui è negato perfino il più elementare dei diritti: la luce del sole.
Naderi la riprende a sua volta ossessionato da quei gesti, da quei singulti, da quel sudore e da quella fatica. Riprende questa lotta come se fosse in qualche modo anche la sua: la lotta per la rivendicazione di un cinema mai “di Stato”, ma di popolo, di terra. Un cinema che ha radici ovunque, perché la radice è nello sguardo, e nel sentimento. Se Cut si concludeva con i “100 film migliori della storia del cinema”, Monte si schianta senza paura contro la parete crepata di una vetta crudele e immobile. Forse eterna, ma friabile, intaccabile. Riscattando le già citate debolezze delle prime sequenze – ma la regia anche in quel caso mantiene un nitore accecante – Monte si innalza in un crescendo continuo tra le visioni più emozionanti della settantatreesima edizione della Mostra, dove avrebbe meritato di poter concorrere per il Leone d’Oro. Ma si sa, gli apolidi sono sempre stati trattati con sufficienza, quando non con timore e disprezzo; non hanno mai pace, né riparo. Avanti allora, a mani nude, contro le montagne!

Info
Monte sul sito della Biennale.
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