Assalto al cielo

Assalto al cielo

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Con Assalto al cielo, fuori concorso a Venezia 2016, Francesco Munzi più che maldestro appare svogliato nel non voler provare a dare un minimo di chiave di lettura al racconto del decennio della contestazione, dal 1967 al ’77.

Volevamo tutto e invece ci hanno tolto tutto

Costruito esclusivamente con materiale documentario di archivio, il film racconta la parabola di quei ragazzi che animarono le lotte politiche extraparlamentari negli anni compresi tra il 1967 e il 1977 e che tra slanci e sogni, ma anche tra violenze e delitti, inseguirono l’idea della rivoluzione, tentando l’Assalto al cielo. Diviso in tre movimenti come fosse una partitura musicale, il film esprime il sentimento che oggi conserviamo di quegli anni, mescolando nelle scelte del materiale e di montaggio memoria personale, storia, spunti di riflessione e desiderio di trasfigurazione. [sinossi]

Tutto doveva essere già chiaro sin dai primissimi minuti di Assalto al cielo, documentario d’archivio di Francesco Munzi presentato a Venezia 73 fuori concorso. A commento delle prime immagini di repertorio del film, che è incentrato sul tema della contestazione nel decennio ’67-’77, infatti partono improvvisamente – e soprattutto improvvidamente – le note di Cuore matto in colonna sonora. Perché?, ci si chiede. Cosa c’entra Little Tony con il ’68, con le occupazioni, con le lotte di piazza? Nulla, se non per una questione di natura meramente cronologica, vale a dire che la celebre canzone venne presentata al Festival di Sanremo del 1967, l’anno di partenza della ricerca di Munzi. Come a volerci dire quindi che, mentre si preparava il Sessantotto, Little Tony faceva sognare i giovani innamorati con quella che sarebbe diventata la sua hit più famosa. E dunque? Dunque, di fronte a un accostamento audio-video tanto scontato quanto respingente, ecco che quel che vuole sottintendere Munzi diventa subito chiaro: ormai, a distanza di decenni da allora, da quei conflitti, da quei sogni, da quelle straordinarie speranze e cocenti delusioni, da quel ‘volevamo la luna’, tutto finisce per fare colore, tutto è inoffensivo e torna a noi come un ricordo pop e stralunato, surreale e buffo. Little Tony e le cariche della polizia sono dunque la stessa cosa.

Il prosieguo di Assalto al cielo non fa altro che confermare questa prima impressione, finendo perciò per restituirci una rappresentazione della Storia in forma semplificata. Anzi, non è neppure più Storia quella che si palesa davanti ai nostri occhi e che ha preparato per noi Munzi. È piuttosto piatto flusso visivo, è “la notte in cui tutte le vacche sono nere”. Non a caso, Munzi non ci dà coordinate, non tende a separare rigidamente il materiale, ma lo lascia scorrere ‘libero’, come se non fosse controllato da lui.
Così la parte dedicata alla strage di Piazza Fontana, evocata da alcuni anarchici che accusano fascisti e servizi deviati (come poi sarà ampiamente dimostrato), non coinvolge, non stupisce, non informa, non indigna. Così l’episodio della bomba di Piazza della Loggia a Brescia viene rievocato nel solito modo, facendoci ascoltare le famose registrazioni del comizio in cui si sente l’esplosione. Ma stavolta non ci fa piangere, come invece accade di norma, perché è un momento che ritroviamo inserito così, senza presentazione, e che si ‘accomoda’ docilmente nell’andamento orizzontale, apatico ed afasico del film.

Trattare in questo modo il materiale di repertorio – che viene, tra gli altri, oltre che ovviamente dal Luce (che produce e distribuisce), anche dalle teche Rai, dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e dall’Associazione Alberto Grifi – poteva voler dire un paio di cose, poteva suggerire un paio di intenzioni di Munzi.
La prima è l’idea di rifuggere dal film meramente didattico e informativo – chi sa che quelle sono le registrazioni di Piazza della Loggia, bene, sennò non fa niente -, un’idea che può anche essere condivisibile e che effettivamente Munzi sembra aver seguito.
Ma, se si dà retta alla prima ipotesi, allora ne deve conseguire una seconda, che Munzi, cioè volesse fare una ricostruzione poetica, audiovisiva, emozionale e personale di quegli anni. E invece non è così, perché troviamo che non vi siano nel film né interessanti soluzioni di montaggio, né ‘dialogo’ tra un blocco di repertorio e un altro (che anzi pare essere stato impilato solo in senso paratattico), né un particolare gioco tra l’audio e il video (se non il già citato, ma in senso negativo, Cuore matto). Assalto al cielo allora più che un blob (dove il montaggio ha sempre senso), sembra quasi uno zapping tra un archivio e l’altro.

Uno zapping fatto con un minimo, quando fondamentale e distorsivo, orientamento concettuale, che si coglie non solo nella già citata scelta di Cuore matto. Vi sono infatti almeno un altro paio di momenti significativi in tal senso: uno è la curiosa e divertente didascalia che Munzi ci mostra più volte, un cartello preso da chissà quale film dell’epoca in cui, invece della classica suddivisione tra primo e secondo tempo, viene suggerito il momento in cui dover fare il dibattito. Qui Munzi dunque chiama la risata, ci chiede di sorridere di questa abitudine ahinoi trapassata di parlare pubblicamente a proposito di quel che si vedeva.
Ma il senso di tutto si fa definitivamente chiaro nel finale, quando vediamo un ragazzo raccontare cosa significhi per lui la rivoluzione (si tratta di una ripresa tratta da Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro, diretto da Grifi nel ’76): il giovane dice che la sua concezione – e quella di tutti quanti – supera il comunismo, lo oltrepassa, ed entra direttamente nel discorso della “fantasia al potere”, nella follia liberatoria e catartica. Il discorso è molto bello, è forte ed è ancora oggi condivisibile. Ma non ci pare un caso che Munzi l’abbia messo alla fine, perché così – indirettamente – vuole trovare il modo di sminuire il comunismo e la sua importanza storica. È evidente infatti che quel discorso sta lì non solo perché è bello e visionario, ma anche perché quel ragazzo non si dice comunista. E allora forse qui arriviamo nel campo del revisionismo storico, si arriva a lambire il terreno del Veltroni di Quando c’era Berlinguer, tutto teso a dimostrare l’orripilante ipotesi che il vecchio leader del PCI non fosse in realtà davvero comunista. Se poi pensiamo anche a un film ipocritamente tendenzioso visto in questi giorni, American Anarchist, non si può che concludere amaramente in un modo: la rappresentazione distorta di quegli anni continua a fare il suo corso ed è sempre più onnipotente.

Info
La scheda di Assalto al cielo sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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