Une vie

Une vie

di

Stéphane Brizé traduce in immagini il primo romanzo di Guy de Maupassant, Une vie; un’operazione rischiosa che si rivela come il miglior film del regista francese. In concorso a Venezia 2016.

Sono qui per essere amata

Normandia, 1819. Al suo rientro in famiglia al termine degli studi in convento, Jeanne, giovane donna innocente dai sogni infantili, sposa un visconte del luogo, Julien de Lamare, il quale ben presto si rivela un uomo gretto e infedele. Poco a poco Jeanne vede svanire le sue illusioni. [sinossi]

In uno dei passaggi chiave di Une vie, primo romanzo di Guy de Maupassant pubblicato nel 1883, il narratore informa il lettore che «Non c’è niente di peggio, quando s’è vecchi, che rimettere il naso nella propria giovinezza»; eppure è quel che fa Jeanne, la protagonista del romanzo, sempre persa nella memoria di un’infanzia ricca, spensierata e carica di aspettative. L’età adulta saprà tradire quelle aspettative nel modo più crudele, ed è quel che racconta anche l’adattamento di Stéphane Brizé, tra le sorprese più positive di un concorso veneziano a dir poco altalenante, con una nutrita schiera di riempitivi privi di un proprio senso (The Light Between Oceans di Derek Cianfrance, El Cristo ciego di Christopher Murray, Nocturnal Animals di Tom Ford, Brimstone di Martin Koolhoven, La región salvaje di Amat Escalante, The Bad Batch di Ana Lily Amirpour).
Nell’approcciarsi al testo di de Maupassant, Brizé sceglie la via dell’estrema fedeltà, al punto da utilizzare molte tracce di dialogo presenti nel romanzo: questa decisione, all’apparenza rischiosa, non scade comunque mai nel calligrafismo, né apre il fianco a un innamoramento di sé.
Une vie, storia di una donna, dei suoi grandi amori (quello per il marito pluri-fedifrago, che mette perfino incinta la cameriera e sorella di latte di Jeanne prima di finire sotto i colpi di fucile del marito di una sua amante, e quello per il bambino avuto dal matrimonio, che da adulto saprà richiedere in continuazione soldi per progetti destinati al fallimento già sulla carta) e della comprensione di una vita di disillusioni continue, è anche il racconto di una reclusione: fisica, nello “château des peuples” che è da sempre la dimora di famiglia, ed emotiva, legata com’è la sua pulsione affettiva a una riflessione sul mondo a dir poco naïf.

Anche Brizé “reclude” il suo film, stringendo il quadro a un 4:3 che da un lato permette un controllo maggiore di ogni singolo elemento in scena (e la perfezione nella costruzione dell’immagine, altrove peccato del regista transalpino, si trasforma qui in un ennesimo dato saliente restituito allo sguardo dello spettatore), e dall’altro asfissia l’occhio, lo inchioda a quella “umile” verità rivendicata da de Maupassant nel romanzo. Brizé è un osservatore, ma non si limita a riprendere e registrare la sopravvivenza continua della sua protagonista: vi prende parte, e non potendola sollevare dalle sue sofferenze vi si avvicina sempre di più, come nei vari flashforward che anticipano allo spettatore la solitudine che arriverà con la mezza età.
Un personaggio così ingenuo, che vorrebbe solo vivere in libertà vicino al mare (e vorrebbe la stessa vita anche per il piccolo Paul, come confida al padre dopo una straziante visita al collegio in cui si trova il dodicenne – e la sequenza è una delle più mirabili dell’intero film, brutale e ossessiva), è invece costretto a confrontarsi in continuazione con la materialità della vita. Une vie vede da un lato il bucolico desiderio di pace di Jeanne, ritratta spesso nel verde, tra passeggiate, giochi con la sorella di latte e baci carezzevoli al marito, e dall’altro il grigio incedere della società, con le fattorie di famiglia da amministrare, i soldi che vengono sempre meno per via dell’avidità del figlio, la morte degli amati genitori. Per quanto non esista cattiveria o bontà nella vita – e Une vie termina esattamente come il testo originario – Jeanne è un’anima alla deriva, figura nera con i capelli scompigliati da un vento rovinoso.

In un crescendo emotivo continuo, che non conosce pause né le concede al proprio pubblico, Une vie permette a Brizé di mettere in campo tutta la propria competenza tecnica: il film si fa ellittico, a tratti perfino astratto (la fuga nella notte di Jeanne inseguita dal marito Julien, del quale ha appena scoperto il tradimento, è una sequenza che non si dimentica facilmente, con le figure dei due che sembrano quasi schizzate sullo schermo, lampi nel buio), e non cede mai alla tentazione di seguire la via più semplice.
Gli attori sposano alla perfezione i caratteri a loro assegnati, e Judith Chemla (vista sugli schermi italiani nei mesi scorsi ne La casa delle estati lontane di Shirel Amitay) è una superba Jeanne, seria candidata alla vittoria della Coppa Volpi alla Mostra. Destino, quello del premio, che potrebbe appartenere anche al film, perché Une vie, come già scritto, è finora una delle visioni più appaganti del concorso veneziano, in grado di rilevare una maturità artistica che finora Brizé non era stato capace di dimostrare. Razionale ed emotività si scontrano e si fondono in Une vie, cercando di trovare un senso a quella matassa ritorta e sfilacciata che gli esseri umani si ostinano a chiamare esistenza.

Info
La scheda di Une vie sul sito della Biennale.

Articoli correlati

  • Venezia 2016

    Venezia 2016 - Minuto per minuto...Venezia 2016 – Minuto per minuto

    Dal primo all'ultimo giorno della Mostra di Venezia 2016, tra sale, code, film, colpi di fulmine e ferali delusioni: il consueto appuntamento con il “Minuto per minuto”, cronaca festivaliera dal Lido con aggiornamenti quotidiani, a volte anche notturni o drammaticamente mattinieri...
  • Festival

    Venezia 2016Venezia 2016

    La Mostra del Cinema di Venezia 2016, dalla proiezione di preapertura di Tutti a casa di Comencini al Leone d’oro e alla cerimonia di chiusura: film, interviste, premi, il Concorso, Orizzonti, la Settimana della Critica, le Giornate degli Autori...
  • In sala

    la-casa-delle-estati-lontane-2014-shirel-amitay-cov932La casa delle estati lontane

    di Con due anni di ritardo arriva nelle sale italiane l'esordio alla regia di Shirel Amitay, fermo immagine su uno dei momenti più dolorosi della storia israeliana, l'omicidio di Yitzhak Rabin.
  • In Sala

    la-lois-du-marche-2015-stephane-brizeLa legge del mercato

    di Uno stropicciato Vincent Lindon alla disperata ricerca di un lavoro: Stephane Brizé lo pedina alacremente, ma il suo sguardo è fin troppo rigoroso. In concorso a Cannes 2015.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento