Paradise

Paradise

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Attendevamo con malcelato ottimismo la nuova fatica di Andrej Končalovskij, che a Venezia 2014 aveva illuminato il concorso con The Postman’s White Nights. Ma il cineasta russo è sempre stato un po’ così, altalenante. Affossato da uno dei finali più fastidiosi degli ultimi anni, davvero imperdonabile per una pellicola sull’Olocausto, Paradise si barcamena tra sequenze ispirate, eccessi didascalici e discutibili ghirigori formali, adagiandosi su una struttura schematica dal retrogusto fin troppo governativo e filorusso. In concorso a Venezia 2016.

Resnais e Rivette

La storia storia di tre persone, Olga, Jules e Helmut, le cui strade si incrociano nella devastazione della guerra. Olga, aristocratica russa e membro della Resistenza francese, viene arrestata dalla polizia nazista: in galera incontra Jules, un collaborazionista franco-nazista incaricato di indagare sul suo caso. Jules s’invaghisce di Olga e le propone una punizione più blanda in cambio di favori sessuali. Olga accetta, ma le sue speranze di libertà svaniscono rapidamente. Trasferita in un campo di concentramento, Olga è costretta a una vita d’inferno. Inaspettatamente, la sua strada si incrocia con quella di Helmut, un alto ufficiale tedesco delle SS, un tempo follemente innamorato di lei e che ancora nutre sentimenti d’amore nei suoi confronti… [sinossi]

C’è il cinema sull’Olocausto e il cinema dell’Olocausto, quasi un sottogenere. Ci sono (pochi) film che in punta di piedi, attraverso un limpido rigore formale ed etico, cercano di guardare, indagare e immergersi nell’Inferno, e (molti) film che sprofondano nella retorica, oppure la cavalcano per (ri)disegnare a proprio uso e consumo traiettorie storiche e morali. Come uno dei suoi personaggi, l’ufficiale e aristocratico tedesco Helmut, Paradise oscilla in maniera schizofrenica tra le possibili declinazioni: alle scelte asettiche e coerenti del formato d’antan e antispettacolare Academy e del bianco e nero, della frontalità e atemporalità delle confessioni, oltre alle differenti caratterizzazioni della (a)moralità dei nazisti, si contrappongono la messa in scena spudoratamente artificiosa e ricattatoria dell’ultima sequenza e il solco morale scavato tra il collaborazionista francese Jules e le due anime (intellettualmente, ma non politicamente) affini Olga e Helmut.

Tra le pieghe della Storia e delle parabole personali, con l’icona dei bambini innocenti e sofferenti usata come scudo etico/emotivo, Končalovskij tratteggia un revisionismo mascherato, una rilettura alquanto benevola della Russia, riconoscendo una sorta di onore delle armi all’aristocrazia tedesca e condannando la Francia (Vichy, ma non solo) a un limbo penoso, a una impalpabilità umana, culturale e storica. Nel mettere in scena tre personaggi dalle evidenti valenze storico-politiche, Paradise imprigiona il francese Jules in un ruolo sostanzialmente privo di fertili o (auto)distruttive complessità, in perfetta antitesi con le sfaccettate caratterizzazioni dei vari ufficiale tedeschi (con Helmut che contiene in sé i poli opposti rappresentati dall’amico Dietrich e dal mostro Himmler) e la debordante umanità di Olga.

Paradise è in un certo senso la summa del cinema di Končalovskij, un film di evidenti contraddizioni, altalenante, ricco di intuizioni ammirevoli ma anche di irricevibili prese di posizione e scelte estetiche e narrative. In questi paradisi che si sovrappongono – il sogno nazista del paradiso in terra, la villeggiatura italiana di Olga e Helmut, il paradiso celeste e l’antitesi terrestre, ovvero l’inferno dei campi di concentramento e sterminio – convivono sequenze che riecheggiano lo sguardo documentario di Resnais (Notte e nebbia) ed escamotage stilistici che tradiscono senza remore il bianco e nero, il formato, l’apparente ricerca di una giusta distanza dagli eventi.
Anche volendo sorvolare sugli inutili ghirigori che accompagnano le confessioni di Olga, Helmut e Jules, o volendo persino ignorare le maldestre sottolineature dell’ascensione di Olga, gli ammiccamenti nazionalisti e le evidenti forzature di un teorema che modella a proprio piacimento il cuore nero del Secolo breve, è lo stesso Končalovskij a indicarci col suo cadrage final i riflessi ambigui e oscuri di Paradise. E così, nonostante Čechov, torniamo a Rivette.

Info
La scheda di Paradise sul sito di Venezia 2016.
Il teaser trailer di Paradise.
La scheda di Paradise sul sito di Končalovskij.
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