Riparare i viventi

Riparare i viventi

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Melodramma chirurgico, nel senso letterale del termine, Riparare i viventi (Réparer les vivants) di Katell Quillévéré è un solido esempio di cinema d’autore in grado di coinvolgere, senza ricattare, il suo spettatore. A Venezia 2016 nella sezione Orizzonti.

La leggerezza del cardellino

Tutto inizia all’alba, il mare agitato e tre giovani surfisti. Qualche ora dopo, sulla strada verso casa, avviene l’incidente. Ormai attaccata alle macchine di un ospedale di Le Havre, la vita di Simon è solo un’illusione. Nel frattempo a Parigi, una donna aspetta il trapianto provvidenziale che potrà salvarle la vita… [sinossi]

Il melodramma, come la commedia, è un genere cinematografico che vive di equilibri delicati e dove il minimo sbilanciamento può produrre l’effetto opposto a quello ricercato. Si mantiene perfettamente in equilibrio Riparare i viventi (Réparer les vivants), terzo lungometraggio (dopo Un poison violent e Suzanne) di Katell Quillévéré presentato a Venezia 2016 nella sezione Orizzonti.
Tratto dal romanzo omonimo di Maylis de Kerangal, edito in Italia da Feltrinelli, il film della Quillévéré affronta un tema difficilissimo, ovvero la morte celebrale di un giovanissimo surfista e la successiva donazione dei suoi organi, prediligendo uno stile elegante e distaccato, ma mai programmaticamente freddo.
Con un incipit strabiliante dal punto di vista della regia, l’autrice – che aveva già firmato lo script per Vandal, interessante ritratto dell’universo dei writers parigini – ci trasporta al seguito del diciassettenne Simon che, prima dell’alba, abbandona il letto della fidanzata, si lancia in strada sulla sua bicicletta, salta a bordo del pulmino degli amici, infine si getta tra le onde con la sua tavola da surf.

È un prologo poetico e muscolare quello di Riparare i viventi, un vero e proprio inno a quel senso di libertà che solo l’impetuosità della giovinezza possiede, alimentandosi di incoscienza ed energia. Con l’incidente di cui resta vittima il nostro Simon, e il conseguente coma irreversibile, tutto cambia all’interno del film, ma solo dal punto di vista del mood. L’attenzione della regista si sposta ora sui medici che seguono il caso, sugli infermieri al loro fianco e sui genitori (incarnati da Emmanuelle Seigner e Kool Shen) alle prese con la difficile scelta della donazione degli organi. Nessun personaggio è trascurato né lasciato sullo sfondo in Riparare i viventi, che vanta una sceneggiatura precisa fino al millimetro, potente e dagli equilibri mirabili.

Siamo lontani infatti dalle sbavature patetiche e dalle derive pseudo-etiche di 21 grammi. Se lì con i loro singulti temporali e lacrimevoli Iñárritu e Arriaga, nel raccontare tra le altre cose anche di un cuore trapiantato, miravano a misurare nientemeno che “il peso dell’anima”, qui Katell Quillévéré, senza mai distaccarsi dai corpi dei suoi protagonisti, abbraccia con convinzione la misura di una scrittura che punta a raggiungere la leggerezza e la grazia del cardellino. La scena chiave del film, che serve alla regista per riaffermare il suo intento anti-lacrimevole e a posizionare la percezione dello spettatore sul versante della tragedia realistica, è infatti proprio quella in cui il dottore incarnato da Tahar Rahim si concede un momento di decompressione dallo stress lavorativo e, nel suo studio, osserva e ascolta un cardellino emettere il suo caratteristico canto, lodando poi le virtù del pennuto al cospetto di due infermiere.
Si tratta di una scena emblematica, che esemplifica le scelte fatte dalla regista nel corso dell’intero film, tutte dirette verso un racconto cronachistico, ma mai raggelato, che la porta a scorrere agile sugli eventi e a tratteggiare i personaggi soprattutto attraverso le azioni, le linee di dialogo, tenendo ben lontano ogni psicologismo.
Non si piange dunque in questa storia, almeno non è questo il fine della regista, si resta certo atterriti, immobili, aggrappati alla poltrona durante la lunga e dettagliata macro sequenza che ci espone l’espianto del cuore di Simon, il suo tragitto al seguito dei due medici, l’impianto nel torace di Claire (Anne Dorval). E Riparare i viventi d’altronde è soprattutto la storia, pulsante e chirurgica, di un cuore, suddivisa in tre parti: il prologo in cui l’organo batte all’interno di Simon, la parte in cui i genitori del ragazzo e l’équipe medica decidono del suo destino, infine il suo percorso verso Claire, che quel cuore può ora “riparare”. Ha quasi dunque il ritmo tripartito di un valzer questa tragedia contemporanea scientifica a asciutta, che travolge senza ricattare lo sguardo (le sequenze in sala operatoria sono davvero dure da sostenere) e la mente, prima che il cuore, dello spettatore.

Info
Il trailer originale di Riparare i viventi (Réparer les vivants).
La scheda di Riparare i viventi (Réparer les vivants) sul sito di Venezia 2016.
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