Intervista a Jérôme Reybaud

Intervista a Jérôme Reybaud

Tra le visioni più sorprendenti dell’ultima Mostra di Venezia si deve senza dubbio annoverare Jours de France, esordio alla regia di Jérôme Reybaud ospitato all’interno della Settimana Internazionale della Critica. Al Lido abbiamo avuto modo di incontrare il regista per parlare del suo film, di Paul Vecchiali e Arthur Rimbaud…

L’aspetto che salta subito agli occhi in Jours de France è la ‘fuga’ da Parigi, set per eccellenza del cinema francese, cui invece si preferisce il vagare nella Francia rurale e meno nota. Sei partito da questo punto per il film?

Jérôme Reybaud: Sì, è stato il mio punto di partenza: filmare la strada. Jours de France è un road movie nel senso letterale del termine: road movie, cioè un film sulla strada. D’altronde, normalmente questo genere di film non si dedica mai davvero alla strada; la vediamo, ma solo come strumento per dare un senso simbolico al racconto. Guardate i road movie: non sappiamo mai dove si trovino esattamente i personaggi, non sappiamo i nomi delle vie, e magari vediamo uno spostamento che non è realistico. Ed è per questo che invece è stato tanto complicato realizzare Jours de France, perché i nomi delle strade sono tutti veri, vale a dire che tutte le vie, tutti i villaggi sono veri. Abbiamo davvero girato là dove i personaggi si trovavano. Ed è stata una cosa molto complessa, perché tutti – dai tecnici al produttore – mi dicevano: “Vuoi una strada con degli alberi? Ma non c’è bisogno di fare 420 chilometri, ce n’è una proprio là dietro”. E io rispondevo: “No, perché è laggiù che voglio filmare e se non posso filmare lì, cambio la storia e cambio il percorso dei personaggi”. Ma il mio non era un capriccio, era proprio il senso di quello che dovevo e volevo fare. Perché la geografia è all’origine del film.

E la geografia stessa cambia i personaggi…

Jérôme Reybaud: Sì, assolutamente. Il protagonista, Pierre, viene cambiato da quello che vede, la realtà della strada lo cambia. Quando ad esempio va a sciacquarsi sulla riva del fiumiciattolo di montagna, pensi che è la prima volta che fa una cosa del genere, che non l’ha mai fatta, perché lui è un parigino, un professore alla Sorbona. Non si è mai misurato su queste cose.

Nel cinema di Chabrol, pur non avendo lui mai fatto dei road movie, c’è la figura ricorrente dell’inquadratura della strada, spesso però in funzione simbolica, come dicevi prima. Hai pensato a questo o comunque hai preso dei riferimenti da altri film di altri registi?

Jérôme Reybaud: No, Chabrol sicuramente no. Ho pensato invece a Weekend di Jean-Luc Godard, un film geniale, che io adoro, con un contenuto politico però, che è appassionante ma che è completamente assente nel mio film. Dunque, più che una referenza, è una contro-referenza. In fondo ho pensato di più a Professione: Reporter di Antonioni, perché lì – pur sviluppando dei discorsi completamente diversi rispetto a quelli che affronto io in Jours de France – c’è comunque l’idea di una fortissima presenza della terra, ci sono dei personaggi che sono come un’emanazione della terra che abitano e che lui invece, Jack Nicholson, si limita ad attraversare.

E i road movie americani?

Jérôme Reybaud: Li ho visti, ma non sono stati per me un riferimento. Perché spesso il viaggio in questi casi è una decorazione, una scusa, una metafora. Immagino che le persone possano rimanere sorprese nel trovarsi davanti un road movie alla francese, perché pensano che sia un genere americano. E in effetti è così, è un genere americano. Il road movie tradizionale in America però ha un’altra dimensione, più interiore. Ecco, forse, un’eccezione è The Straight Story di David Lynch, dove c’è un attraversamento reale del paesaggio.

Un regista europeo che negli anni Settanta ha fatto dei road movie eccentrici è Wim Wenders, in particolare con Alice nelle città e Nel corso del tempo.

Jérôme Reybaud: Ho visto Alice nelle città appositamente per la preparazione di Jours de france, e in quel film di Wenders vi è una lunga sequenza di ricerca nella periferia tedesca che ho trovato molto bella. Ma, ancora una volta, quello che lì è importante per Wenders è la relazione tra il protagonista e la ragazzina. In Jours de France invece, quando Pierre comincia a vagare senza una meta, è tutto solo, non ha direzione, non ha scopi, ed è per questo che secondo me il suo viaggio è più complicato ma anche più radicale. C’è solamente lui nella sua auto, non c’è niente che cerca e niente che vuole. Paul, invece, si mette alla ricerca di Pierre e dunque ha un obiettivo, ma lui – Pierre – non ha alcun fine, perché è in cerca del caso e vuole essere guidato da ciò che gli accade.

Nel tuo film c’è una grande precisione nei nomi dei luoghi, una sorta di ossessione per la cartografia, ma anche per il senso stesso della lingua, dei nomi delle cose. Pensiamo ad esempio anche alla bellissima scena del dettato.

Jérôme Reybaud: Questo perché io penso che via sia una continuità tra la letteratura, la lingua, e il paesaggio. La letteratura che mi coinvolge, che mi ‘tocca’, è quella che mi permette di vedere un mondo, e il mondo è un edificio, è l’architettura, è la natura. Ed è per questo ad esempio che nella libreria del giovane ragazzo che ospita Pierre per una notte si vede La certosa di Parma di Stendhal. Ci sono poi dei poemi che vengono evocati, come ad esempio il poema sugli alberi di Victor Hugo. Per me quindi vi è una continuità tra l’uno e l’altra, è la stessa cosa. La letteratura viene dal paesaggio e il paesaggio viene dalla letteratura. Si dice che il viso è ‘la scrittura di Dio’. Non credo in Dio, ma penso che questo sia interessante, perché i personaggi di Jours de France si ‘inscrivono’ nel paesaggio, non si possono astrarre da quello. Del resto, la questione non è se i due si amino o meno, se vi siano dei problemi relativamente alla loro storia, se sono depressi o se, in particolare, Pierre è depresso… La questione è che loro ‘si inscrivono’ in qualche cosa. Ed era questa per me la sfida del film. Si inscrivono in un paesaggio che a volte è anche estraneo rispetto a loro e dunque il loro rapporto verso questo paesaggio è tutt’altro che naturale. Ed è per l’appunto il rapporto con questo tipo di Francia un po’ estranea che mi interessava mostrare.

Quanto hai lavorato su questo progetto, e in particolare sulla sceneggiatura?

Jérôme Reybaud: Sulla sceneggiatura più o meno due anni, ma non posso dirlo in maniera precisa, perché non ci ho lavorato con continuità, visto che per guadagnarmi da vivere faccio il professore di francese. E dunque in alcuni periodi ho scritto molto, in altri meno, perciò è difficile da quantificare. Vi posso rispondere meglio sul periodo delle riprese che è durato ventinove giorni. Per la scrittura è più difficile, anche perché non sono partito da dei ruoli, quanto da delle persone che volevo filmare. Poi per far funzionare alcuni passaggi sono stato obbligato a scrivere appositamente qualche ruolo per il film, ma in generale sono partito da degli attori che conoscevo o che, anche se non li conoscevo personalmente, comunque amavo. Quindi sono partito da loro, e poi ho scritto il ruolo.

E qual è, al di là dei protagonisti, il primo attore/personaggio a cui hai pensato?

Jérôme Reybaud: È la prima persona che Pierre incontra nel suo vagare, cioè Fabienne Babe, la donna cui lui dà un passaggio perché ha la macchina in panne. Lei la conoscevo bene, aveva già lavorato con me, e dunque era naturale che fosse nel film. Il personaggio è creato con lei, quando risponde al gioco che fa con Pierre – uno dice una cosa, l’altra risponde con la prima cosa che le viene in mente – è lei. Quando poi alla fine si presenta e dice il nome del suo personaggio, Diane Querqueville, è lei e non poteva essere altri che lei. Con un’altra attrice sarebbe stato un ruolo completamente diverso. È la sua musica, la sua propria musicalità, il suo viso, queste cose qui. È a partire da questi elementi che ho immaginato una cantante che va a cantare nelle case di riposo. Non è che ho scritto il personaggio di una cantante di case di riposo, un po’ fragile, un po’ invecchiata, che ha una vita non troppo eccitante e che non è una grande cantante, e poi ho cercato qualcuno che potesse interpretarla. No, assolutamente, ho fatto il percorso contrario, partendo da Fabienne Babe. Facendo nel modo più consueto, non avrei avuto un personaggio, ma un’idea di personaggio, con un attore che poi avrebbe dovuto fare la caricatura di quello che avevo pensato io.

Pierre Thomas finisce il suo percorso al Colle dell’Agnello, al confine tra Francia e Italia…

Jérôme Reybaud: Ah, lo conoscete?

Sì, sì, è un luogo molto magico…

Jérôme Reybaud: Sì, e anche molto grafico. Sembra disegnato da un computer per come è preciso nella sua scansione dello spazio.

Paul però al contrario, nel cercare Pierre, finisce per arrivare al centro esatto della Francia. Queste differenti scelte riflettono le scelte dei protagonisti, le loro attitudini?

Jérôme Reybaud: Sì, necessariamente. Avete ragione. Pierre in qualche modo sente il richiamo della strada e, magari, lo spettatore vedendo il film può decidere che Pierre stia fuggendo. Ma io credo che lui parta perché è ‘chiamato’, sente che deve farlo. Dunque non perché è depresso, perché ha un problema o perché ha litigato con Paul. Può darsi, possiamo immaginare che sia successo qualcosa del genere, ma io come spettatore sento che lui parte perché ha subìto una qualche forma di richiamo. E dunque non può restare fermo. E quindi inizialmente si allontana dal centro storico e culturale della Francia, che è ovviamente Parigi, per lambire il centro reale della Francia e per poi lasciarsi trasportare da altre derive. Mentre Paul, per cercarlo, staziona proprio lì in quella piccola città che è il vero centro della Francia, quello geografico. Ed è questa l’idea della sceneggiatura: arrivare al centro. Un gesto che porta con sé non solo un elemento geografico, ma anche storico, visto che nella piazza c’è una rovina romana. E allora, accanto al percorso geografico e orizzontale, si inscrive anche un elemento verticale, più profondo, che è quello storico del reperto antico e delle radici.

Ad un certo punto l’anziana attrice, la zia di Paul, cita Breton e dice: “prendete la strada!” Pensi che questa suggestione sia scomparsa dal cinema francese, ma anche italiano e più in generale europeo, troppo spesso confortevolmente chiuso nei suoi interni?

Jérôme Reybaud: Per me naturalmente un interesse nel girare Jours de France era l’idea del viaggio, ma per esempio il mio film preferito di Paul Vecchiali è Femmes Femmes del 1974, che è interamente girato in un appartamento. Dunque non posso darvi una risposta generale perché in quel caso, attraverso l’appartamento, Vecchiali ‘apre’ il discorso, siamo tra quattro mura, ma il testo, gli attori ‘aprono’ il mondo. E quindi si può fare anche un film sulla strada che non vale niente. Ma, in senso più generale, sono d’accordo che i luoghi sono trattati male al cinema, non sono descritti bene, anche gli interni, non solo gli esterni. Questo perché il principio base del cinema sta nel barare, ed è normale una cosa del genere. Ma il fatto di barare ha un riflesso, che si sente, anche in maniera inconscia se vuoi. Quindi per esempio quando dovevamo girare nella macelleria, tutta la troupe ha cominciato a dire: “Ok, possiamo spostare questo di qua, possiamo mettere quest’altro di là, ecc.” Io li ho fermati e ho detto: “No, voglio che non spostiate niente, la voglio così com’è!” Normalmente si prende un luogo per reinventarlo, per ricrearlo. Invece io preferisco utilizzare il luogo così com’è. Il cinema sente questa necessità: cancellare il luogo in cui si trova e ricrearlo per la tecnica, per l’estetica. Io al contrario lo voglio riprendere così com’è, anche se c’è della spazzatura. Non mi importa. Al limite possiamo cambiare l’inquadratura, ma non il luogo. Comunque la mia non è una posizione morale sull’argomento. Sono fermamente convinto che, mistificando in questo modo i luoghi, li si priva della loro vita. E a proposito di questo penso a Eric Rohmer. Di lui si dice sempre che i suoi film sono solo dialoghi, eccetera. Invece io credo che Rohmer sia uno dei pochi cineasti che ha filmato veramente la Francia. I suoi paesaggi sono fondamentali. Lui è veramente un cineasta di luoghi. Ho visto dei filmati su di lui in cui lo si vedeva mentre era sul set: cercava proprio di salvaguardare il luogo. Lo faceva anche per delle questioni economiche, ovviamente, perché aveva sempre pochi soldi per fare i suoi film. Ma, soprattutto, vi erano in lui delle necessità più prettamente filosofiche. Per esempio la chiesa che ho filmato io è la chiesa così com’è, non era prevista nella sceneggiatura, ma l’abbiamo trovata lì e io l’ho voluta filmare così.

Rohmer e Vecchiali fanno spesso riferimento a Rimbaud e nel tuo film c’è un riferimento preciso a Rimbaud. Forse perché ha descritto la Francia più sincera, pura?

Jérôme Reybaud: Sì, ci sono molti modi di vedere Rimbaud. Spesso il Rimbaud che viene usato dal cinema francese è quello tormentato, filosofico. Adoro questo Rimbaud, ma preferisco il Rimbaud più prossimo alla terra, più vicino alle cose, quello delle piccole cose. Lui dice: la rugueuse réalité. Ed è il Rimbaud che descrive il reale che ho citato nel film.

La musica nel tuo film ha un ruolo molto importante. Come hai lavorato su questo aspetto?

Jérôme Reybaud: La musica l’ho scelta prima di girare. Tutti i compositori che ho scelto sono francesi, da Ravel a Emmanuel Chabrier. All’inizio volevo anche dei pezzi pop inglesi, ma poi mi sono accorto che costavano troppo, e quindi poi ho trovato un musicista francese che ha scritto tre pezzi per il film e che si chiama Léonard Lasry. Ma tutto è stato fatto prima, ancora prima di girare. Non so come si faccia ad avere le immagini e solo in un secondo momento la musica, non riesco a comprendere proprio come sia possibile, perché io ho bisogno di avere la musica già nella fase di scrittura. Quando scrivo una scena e ho bisogno di un brano musicale, se non riesco a trovarlo, allora non ho la scena. Perciò passo delle giornate intere ad ascoltare dischi e, solo quando trovo il pezzo che fa per me, riesco a scrivere. Un giorno la mia produttrice è venuta da me e mi ha detto: “Ma quindi come facciamo con la musica?”. Io le ho dato la lista, lei ha segnato quello che si poteva avere gratis e quello che bisognava pagare, e via, era già fatto. L’unica costrizione è che dovevano essere tutti compositori francesi, ma non per sciovinismo, quanto ancora per un discorso di luoghi. Per esempio ci sono alcuni brani di questo compositore della seconda metà dell’Ottocento, Emmanuel Chabrier che è nato nell’Alvernia [dove è ambientata parte del film, n.d.r.] e ha scritto dei brani che si chiamano pièces pittoresques e degli idilli, e dunque è ancora qualcosa che ha che fare con la terra.

Hai già parlato di Vecchiali, e su di lui hai girato anche un documentario, Qui êtes-vous Paul Vecchiali? Pensi che abbia avuto un’influenza sul tuo cinema?

Jérôme Reybaud: Non so se ho subito delle influenze da Vecchiali, ma se posso osare, direi che i cineasti a cui ho pensato di più erano due amici di Vecchiali, purtroppo sono morti entrambi, e sono Jean-Claude Guiguet e Jean-Claude Biette. Credo che il mio film sia più vicino al loro modo di concepire il cinema. Dirlo è un po’ un azzardo, perché li adoro. E poi c’è anche questa cineasta, Marie-Claude Treilhou. Lei fa il cinema più bizzarro in Francia e purtroppo non riesce più a dirigere film.

Hai già dei nuovi progetti?

Jérôme Reybaud: Sì, ho dei progetti. Più d’uno perché non ho ancora scelto quale fare. Ne ho cinque, ed è meglio averne tanti per capire poi quale possa partire. Perché ci vuole tempo per trovare soldi…

Info
La scheda di Jours de France sul sito della Settimana Internazionale della Critica.

Articoli correlati

  • Venezia 2016

    intervista-a-giona-a-nazzaro-cov932Intervista a Giona A. Nazzaro

    Al termine dei lavori della Settimana Internazionale della Critica abbiamo intervistato il delegato generale Giona A. Nazzaro, con il quale abbiamo parlato di cinema, democrazia, Rossellini e molto altro… All’intervista ha partecipato con alcuni interventi anche uno dei membri del comitato di selezione, Beatrice Fiorentino.
  • Venezia 2016

    jours-de-france-2016-jerome-reybaud-cov932Jours de France

    di Flânerie anti-urbana alla ricerca del ritorno ai 'fondamentali', come la geografia, il paesaggio e l'ortografia, Jours de France - film d'esordio di Jérôme Reybaud - è una riflessione sulla perdita del sé e l'annullamento nell'Altro. In concorso alla Settimana della Critica 2016.
  • Festival

    Venezia 2016Venezia 2016

    La Mostra del Cinema di Venezia 2016, dalla proiezione di preapertura di Tutti a casa di Comencini al Leone d’oro e alla cerimonia di chiusura: film, interviste, premi, il Concorso, Orizzonti, la Settimana della Critica, le Giornate degli Autori...
  • Festival

    settimana-della-critica-2016Settimana della Critica 2016

    Dopo l'edizione del trentennale si riparte da Giona Nazzaro, nuovo delegato generale, e da un gruppo di esordi anarcoidi e furiosi. La Settimana della Critica 2016, dal 31 agosto al 10 settembre.
  • Venezia 2016

    Settimana-della-Critica-2016-PresentazioneSettimana della Critica 2016 – Presentazione

    Dopo l'edizione del trentennale si riparte da Giona Nazzaro, nuovo delegato generale, e da un gruppo di esordi anarcoidi e furiosi. Il resoconto della presentazione della Settimana della Critica 2016, svoltasi come da tradizione a Roma.
  • Festival

    brooks-meadows-and-lovely-faces-medfilm-festivalAl via il MedFilm Festival

    Si tiene a Roma da oggi, 4 novembre, e fino al 12 la 22esima edizione del MedFilm Festival, rassegna dedicata al cinema del Mediterraneo e del Medio Oriente. Apertura con Brooks, Meadows and Lovely Faces, nuovo film di Yousry Nasrallah. In programma anche Monte di Amir Naderi.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento