La teoria svedese dell’amore

La teoria svedese dell’amore

di

L’essere umano è una fastidiosa variabile antiquata, l’autonomia e l’indipendenza trovano nella negazione della vita il loro rovescio. La teoria svedese dell’amore di Erik Gandini parte dal particolare della Svezia e la sua storia per allargare una riflessione universale su uomo e derive comunicative.

Il migliore dei suicidi possibili

Avamposto di welfare e progresso, la Svezia è anche uno dei paesi europei con le più alte percentuali di disagio. Al fondo, uno spirito nazionale fin troppo affezionato all’idea di indipendenza individuale. Muovendo da fondamentali e meritevoli riforme politiche avvenute nei primi anni Settanta, il film mostra il rovescio inquietante di una “terra promessa” in cui regna l’abbondanza, ma non la felicità. [sinossi]

Da decenni esiste un luogo comune ben diffuso che affida alla Svezia lo scomodo ruolo di terra dei suicidi, in cui il senso di isolamento e sconsolatezza spinge anche molti giovani a togliersi la vita pur avendo avuto la fortuna e il privilegio di nascere in uno degli avamposti più accreditati in Europa (e al mondo) di welfare e progresso. Faro culturale per un assonnato Vecchio Continente, la Svezia ha sempre ricoperto infatti il ruolo di testa di ponte per le maggiori innovazioni in ambito di diritti civili e pieno rispetto dell’individuo e delle sue scelte. Eppure il popolo svedese non sembra felice; sarà per il clima, sarà per le stagioni poco mutevoli, sarà che a Stoccolma non c’è il mare (liberi pastiche dagli Offlaga Disco Pax)… ma il problema è che invece a Stoccolma il mare c’è, ed evidentemente neanche questo basta.
Per il suo nuovo film Erik Gandini parte proprio dalle basi di tale luogo comune per condurre un discorso su una deriva nazionale (sineddoche estremistica di condizioni più o meno universali in Occidente) scatenata da un feticismo debordante nei confronti del concetto d’indipendenza.

A partire da politiche decisamente avanzate, e facendosi forte anche di invidiabili condizioni economiche, a poco a poco la Svezia ha messo al riparo i propri cittadini dalle intemperie della vita, garantendo un arbitrio pressoché totale sulla gestione delle proprie scelte, a tutto scapito però delle primarie esigenze del corpo umano. Sembra proprio il corpo il vero protagonista di La teoria svedese dell’amore, grande rimosso di un sistema culturale che più o meno indirettamente induce alla separazione dall’altro, nell’ottica di uno sfrenato individualismo che non sembra neanche più di tanto radicato in un’idea di capitalismo oltranzista, bensì prende le mosse dal pieno soddisfacimento, sulla carta assai meritevole, delle più avveniristiche esigenze dell’uomo.
Da quanto emerge dal film di Gandini, in Svezia l’essere umano e il suo corpo trovano precise risposte a qualsiasi istanza: dalla madre single che si feconda ricorrendo alla banca del seme con tanto di ordinativo effettuato online e consegna di sperma a domicilio tramite corriere, alle ricerche collettive di scomparsi messe in atto da gruppi di premurosi cittadini volontari che in Italia manderebbero disoccupata Federica Sciarelli in un batter d’occhio. Perché in una terra così felice è impossibile pure sparire, sottrarsi a tale modello onnicomprensivo. Sottrarre se stessi e il proprio corpo, ancorché isolato dagli altri, da una macchina così perfetta è inconcepibile. Al corpo non è garantito il diritto alla rinuncia, al massimo gli è concesso solo di morire in piena solitudine e in lunga decomposizione per essere ritrovato dopo un paio d’anni grazie all’opera di un altro pregevole servizio sociale, quelli che si occupano dei defunti in casa da soli, perché la Svezia è anche il paese europeo col più alto tasso di case occupate da un solo abitante, e nemmeno la puzza di morto turba troppo i vicini di casa. Per cui, in un marchingegno sociale così oliato e imperfettibile, il panorama è dato da file di asettici appartamenti in cui tutto è garantito men che il sostanziale: la vita. E ogni tanto magari il corpo avverte la sopravvenuta inutilità di se stesso, e va incontro all’ennesima scelta individuale, la più estrema, la definitiva, prendendo la via del suicidio. Se nemmeno sparire è possibile, non resta che morire.

Benché l’utilizzo della musica a commento appaia spesso un po’ eccessivo e ridondante, Gandini compone il proprio materiale multiforme (repertorio, riprese originali, indecidibilità della fonte) giocando beffardamente con l’interazione immagine-suono, e ricorrendo altresì anche a contrapposizioni didascaliche e immediate. Suona ad esempio molto prevedibile la parentesi contrastiva dedicata alla vicenda del medico svedese fuggito in Africa, in cui si dà piena rilevanza a un rapporto società-corpo decisamente agli antipodi rispetto alle freddezze nordeuropee. Se da un lato il discorso sul corpo si conserva intelligente e appassionante (in Africa bisogna stimolare la fantasia per inventarsi strumenti da sala operatoria, dalle viti di mesticheria al trapano Black&Decker), dall’altro le conclusioni appaiono più banali di quanto ci si aspetterebbe.
Compiendo una completa circumnavigazione Gandini sembra partire da un luogo comune per ritornarci nella conclusione, scomodando addirittura Zygmunt Bauman convocato nel finale per tirare somme piuttosto risapute: l’assoluta indipendenza è la negazione del concetto stesso di società, l’eccessivo benessere è fonte di disagio e disperazione, laddove c’è povertà materiale vi è sicuramente ricchezza spirituale e stimolo alla scoperta.

Insomma, il welfare svedese uccide l’istinto alla vita e soffoca la vera dedizione all’altro che scaturisce da un vero incontro e confronto. Su tale linea si colloca anche l’inserzione della vicenda di un’insegnante di lingua svedese per stranieri che si occupa di migranti, canale narrativo a sua volta funzionale a un facile raffronto tra antitetici approcci alla vita (in cui però è contenuto uno degli spunti più interessanti: gli svedesi amano le risposte e i dialoghi brevi, dice l’insegnante). Tuttavia La teoria svedese dell’amore funziona piuttosto bene come grido d’allarme su una deriva socio-culturale che sembra voler gradualmente rimuovere l’elemento umano da un panorama che paradossalmente continua a chiamarsi antropologico. Chi vive da solo e muore, d’altra parte, rischia di essere scoperto con molto ritardo anche a causa degli addebiti diretti di bollette e utenze sui conti correnti, senza più l’obbligo di andare a pagarseli di persona alla posta.
Gandini allude dunque a tutto un “mondo del meccanismo”, fatto di azioni autonome e autoconcluse, in cui si bypassa nettamente l’intervento umano aprendo scenari di spettrale paradosso nel momento in cui interviene la morte, unico elemento umano rimasto con un suo margine di imprevedibilità.
Per lunghi tratti assai divertente, La teoria svedese dell’amore appare meno calibrato rispetto al precedente Videocracy (2009), ma riesce comunque a elevarsi oltre il proprio raggio narrativo, puntando a una riflessione sul mondo della comunicazione in senso lato. Finché ci sarà ancora qualche attore comunicativo, finché non resteranno solo le macchine a parlarsi tra loro, trascurando l’uomo, fastidiosa variabile in un orizzonte di perfette catene di domanda e risposta.

Info
La scheda di La teoria svedese dell’amore sul sito di Lab80.
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-01.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-02.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-03.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-04.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-05.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-06.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-07.jpg
  • la-teoria-svedese-dell-amore-2016-erik-gandini-08.jpg

Articoli correlati

  • Notizie

    uscite-in-sala-22-settembreUscite in Sala 22 settembre 2016

    In sala continuano ad approdare film presentati a Venezia: è il caso di Frantz e Spira mirabilis, senza dubbio i due titoli più interessanti della settimana.
  • DVD

    videocracy-basta-apparireVideocracy – Basta apparire

    di Dunque, cosa rimane di Videocracy - Basta apparire? Cos’è rimasto di questo film considerato talmente eversivo che la RAI, la nostra tv di stato, ha deciso di non mandare in onda il trailer?
  • Interviste

    intervista-a-erik-gandini-2009-cov932Intervista a Erik Gandini

    Abbiamo incontrato Erik Gandini subito dopo la presentazione veneziana di Videocracy. Un'occasione per parlare ancora del suo cinema e del suo approccio al documentario.
  • Archivio

    Videocracy (2009) di Erik Gandini - Recensione | Quinlan.itVideocracy – Basta apparire

    di Lele Mora, Simona Ventura, Flavio Briatore, Fabrizio Corona, aspiranti veline e tronisti sono i protagonisti di un affresco spietato che ritrae gli ultimi trent’anni della televisione (e della politica) italiana...
  • Interviste

    intervista-a-erik-gandini-2005-cov932Intervista a Erik Gandini

    In attesa di vedere Videocracy, il suo ultimo attesissimo lavoro presentato alla Settimana della Critica di Venezia 2009, ripubblichiamo un'intervista con il documentarista italo-svedese Erik Gandini.

6 Commenti

  1. Sebastiano Curcio 10/08/2017
    Rispondi

    1 – Io, non ho visto il documentario. Me ne ha parlato la figlia, che lo ha visto in Puglia (io risiedo a Milano). Non ne avevo mai sentito parlare prima. Da quello che ho letto (recensioni di riviste, giornali, associazioni, ecc.), ne ho tratto l’idea che tutta l’impostazione trova il suo fulcro su un’asse “sociologico”. Da questo punto di vista, a quanto si descrive, il documentario “funziona”, è fatto con cura e con piena onestà intellettuale. Ce ne fossero di validi epigoni di questo autore. Detto questo, bisogna considerare, non i limiti del documentario, ma i limiti che ha la “sociologia” nell’esaminare i “fenomeni umani”, sapendo darne una corretta e piena lettura.

  2. Sebastiano Curcio 10/08/2017
    Rispondi

    2 – Io penso che, fenomeni complessi come il funzionamento di una società, di uno stato, di una nazione, di un popolo, di una etnia, dipendano, oggi, da uno studio ed un’analisi che sappia trovare la giusta metodologia basandosi su una multidisciplinarietà (sociologia, psicologia, economia, etnologia, filosofia, religione, ecc. ecc.). Fuori, o lontano da una siffatta multidisciplinarietà, il fiato corto di una sola disciplina (nel caso di specie, la semplice sociologia, che rischia di scadere nel puro sociologismo) non si va molto lontano.

  3. Sebastiano Curcio 10/08/2017
    Rispondi

    3 – Il “documentario” di cui qui si discute, “The Swedish theory of love”, soffre, per l’appunto, di questi precisi limiti. A sentirne parlare, mi viene in mente quella sorta di documentario che titola “Selvaggio a chi?”, là ove si racconta di soggetti appartenenti a società tribali della Melanesia che vengono catapultati a Londra piuttosto che a Parigi. Con passaggi narrativi che trovo assai indovinati quanto convincenti. Per non parlare, poi, di lavori importantissimi, in tema di “famiglia” e “vita sociale” di “individui” e di “gruppi sociali” o “tribù”, come descritti, ad esempio, da Bronislaw Malinoswky, che, studiando un gruppo umano dell’India, (sub continente asiatico) ha scritto il bellissimo lavoro intitolato “Il Ghotul – La vita sessuale dei selvaggi nella Melanesia nord-occidentale”.

  4. Sebastiano Curcio 10/08/2017
    Rispondi

    4 – Con esiti, quanto allo studio dei rapporti interparentali e di gruppo sociale, che né la Svezia, né qualsiasi paese cosiddetto “civile” (detti “civili” soltanto perché tecnologicamente evoluti), possono mai pensare di raggiungere per via di loro insostenibili “contraddizioni in termini”. Si pensi solo alla “mercificazione” dei “bisogni”, individuali e collettivi, che urtano, impattano, esplosivamente negandoli, con il più elementare “diritto” al loro soddisfacimento per via delle famose “leggi di mercato”. Faccio solo un esempio: nel documentario “Selvaggio a chi?, il “selvaggio” di turno faceva osservare, in tema di diritto alla “casa”, di come, in Inghilterra, aveva potuto osservare il fenomeno dei “barboni” che dormono per la strada (e, d’inverno, pure ci muoiono, di freddo).

  5. Sebastiano Curcio 10/08/2017
    Rispondi

    5 – “Al nostro villaggio”, lui notava, quando qualcuno ha bisogno di “mettere su casa”, tutto il villaggio, gratia et amore dei, si mobilita nel soddisfare questo elementare “bisogno”, senza nulla chiedere in cambio!
    Questo, detto senza voler togliere al nostro autore i meriti documentaristici che gli vanno riconosciuti. Ma, da qui, a farne una sorta di “bibbia” per l’universo mondo, ce ne corre. Quindi invito tutti a voler dare all’argomento un approccio più compiutamente “strutturato”.

  6. Sebastiano Curcio 10/08/2017
    Rispondi

    6 – Diversamente, si finisce per scivolare sul terreno assai sdrucciolevole di un certo sociologismo che, per volersi allontanare da certi schemi, alla maniera dei soliti “luoghi comuni”, finisce, solo, per fabbricarne altri. Diversi, magari, ma ugualmente erronei quanto inconsistenti.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento