Moonlight

Moonlight

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Dopo i passaggi nei festival di Telluride, Toronto, New York e Londra, Moonlight apre l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma: una storia di formazione e scoperta di sé, appesantita tuttavia da una stucchevole tendenza al formalismo.

Spezzato in tre

Il giovane Chiron cresce in un quartiere povero di Miami, tra droga, violenza e degrado. Attraverso tre fasi della sua esistenza (infanzia, adolescenza e maturità) Chiron cerca di trovare il proprio posto nel mondo, passando per esperienze traumatiche quali il lutto, la scoperta dell’identità sessuale e quella di un amore inconfessabile. [sinossi]

È visivamente accattivante, la locandina americana di Moonlight, descrizione grafica immediata di un film che ha l’obiettivo (dichiarato) di raccontare tre diverse fasi nella crescita di un essere umano. Tre nomi, Little, Chiron e Black, per tre stagioni della vita, in un coming of age rigidamente scandito, che per il suo protagonista diviene anche difficoltoso (e parziale) coming out. Il secondo lungometraggio di Barry Jenkins ha ambizioni linklateriane, nel suo tentativo di cogliere rituali e modelli della crescita, nel suo rapporto diretto col tempo e con l’idea di trasformazione; ma vuole anche farsi bozzetto sociale, affresco quasi neorealista di un preciso contesto e di una sottocultura ben individuata.
La critica d’oltreoceano, dopo la visione del film nei festival di Telluride, Toronto e New York, ha plaudito al risultato quasi unanimemente; già dato come possibile protagonista ai prossimi Academy Awards, Moonlight va ad aprire ora l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, ribadendo la predilezione per certo mainstream americano della gestione Monda, ma anche il suo rapporto diretto con quell’universo festivaliero.

Presenta una discreta varietà di registri, il film di Jenkins, varietà che si riflette nei tre segmenti (individuati dai tre nomi dati al protagonista) di cui la storia si compone: muovendo dal più classico romanzo di formazione, sullo sfondo di un contesto sociale degradato, passando per un college drama in cui fa capolino il tema dell’identità sessuale, fino a mettere in scena una love story sui generis che impatta il passato come materia viva e pulsante (plasticamente rappresentato dai sogni del protagonista), nonché il destino quale entità quasi trascendente.
In un lavoro così composito, la cifra principale della storia sembra essere quella del più crudo realismo: la fuga del giovanissimo protagonista nelle degradate periferie di Miami, la sua amicizia con uno spacciatore locale che gli fa da mentore, la secca resa del contesto familiare che accoglie la sua crescita, sono altrettante dichiarazioni d’intenti.
La tendenza al formalismo del regista, tuttavia, la sua continua ricerca dell’astrazione estetizzante, i frequenti intermezzi onirici di cui il film è disseminato, stridono in modo palese con l’asciuttezza che la sceneggiatura (tratta da una pièce teatrale di Tarell Alvin McCraney) sembra richiamare. Si ha l’impressione che Jenkins non abbia avuto il coraggio di ricondurre la vicenda alla sua materia essenziale, lasciandosi andare a una serie di sovrastrutture estetiche che finiscono per appesantire il risultato finale.

Non risultano amalgamate al meglio, le tre storie che compongono questo Moonlight: parliamo di tre storie non a caso, in quanto l’impressione che il film trasmette è proprio quella di tre segmenti separati, scollati e incapaci di costruire un insieme armonico. Se, da una parte, poteva risultare interessante la scelta di lasciare fuori campo alcuni dei principali snodi di trama (e degli eventi-chiave nell’esistenza del protagonista) va rilevato che le ellissi non vengono qui gestite al meglio, finendo per accentuare il senso di frammentazione e di scarsa unità che pervade il film. Su tutto grava l’attitudine allo svolazzo estetico del regista, all’inutile ipertrofia del montaggio, uniti a una fotografia che “ripulisce” inutilmente (finendo per renderla astratta) la fisicità richiamata dalla storia. In origine vicenda corporea, di carne e sangue e scoperta del proprio (e dell’altrui) corpo, quella portata avanti dal film di Jenkins diviene trattazione astratta (quanto sterile) sullo scorrere del tempo e sulle sue conseguenze. Mai centrata su un protagonista più che mai sfuggente (malgrado le buone prove dei suoi tre interpreti) il cui quid non viene mai afferrato appieno.
Non è un caso che le sequenze migliori del film (l’incontro sessuale, e la successiva esplosione di violenza) siano anche quelle in cui il film mette da parte i fronzoli e sceglie la cifra più fisica, quella più istintiva e priva di mediazioni.

Sembra la storia di un peso massimo annunciato, quella di Moonlight, a partire dai lusinghieri riscontri dei suoi passaggi festivalieri fino all’ipoteca sulla prossima Notte delle Stelle; risultato probabile di un soggetto legato a doppio filo al presente e al passato della società statunitense (e sappiamo quanto il cinema americano, nelle ultime stagioni, abbia teso a riflettere su identità e contraddizioni del proprio paese) ma anche a una confezione non priva di cura formale. Resta a nostro avviso, quello di Jenkins, un prodotto mancante di centro e compattezza, appesantito dalle sue stesse pretese, pervaso di un formalismo che risulta per larghi tratti stucchevole. Le buone intuizioni del suo soggetto, unite ad alcuni, singoli momenti riusciti, non bastano in sé a cancellarne i limiti.

Info
La scheda di Moonlight sul sito della Festa del Cinema di Roma.
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