Into the Inferno

Into the Inferno

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Al cospetto dei vulcani più turbolenti del mondo, Werner Herzog con il vulcanologo Clive Oppenheimer enuclea in Into the Inferno una serie di argute riflessioni sull’uomo, la natura e il sentimento che li unisce: la paura. Alla Festa del Cinema di Roma.

I vulcani ci guardano

Werner Herzog e il vulcanologo Clive Oppenheimer intraprendono un viaggio alla scoperta di alcuni dei vulcani più leggendari del mondo, dalla Corea del Nord all’Etiopia, dall’Islanda fino all’Arcipelago di Vanuatu. Confrontandosi sia con scienziati che con le popolazioni locali, cercano di scoprire il profondo rapporto tra l’uomo e una delle più grandi meraviglie della natura. [sinossi]

C’è una forza misteriosa, irrazionale che spinge le falene verso la luce, i lemming a migrare verso la morte, l’uomo a guardare ad occhi nudi la palla infuocata del sole. È la stessa pulsione che ha portato i due vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft a morire durante l’eruzione del Monte Unzen, in Giappone, nel 1991, dopo aver consegnato al mondo alcune delle immagini più suggestive che si siano mai viste sulla vita tumultuosa dei vulcani. Con Into the Inferno, presentato all’undicesima festa del Cinema di Roma e disponibile su Netflix a partire dal 28 ottobre, Werner Herzog, attraverso un percorso al fianco del vulcanologo Clive Oppenheimer tra i crateri più attivi della terra, si immerge in una riflessione sull’uomo, il suo rapporto con la natura, con la paura e la morte.
It’s better to burn out than to fade away cantava Neil Young in Hey Hey, My My, strofa divenuta poi tristemente celebre perché trascritta da Kurt Cobain nel suo ultimo messaggio al mondo. Si tratta di una frase che torna alla mente di fronte alle immagini di Into the Inferno e al cospetto dei personaggi che Herzog e Oppenheimer incontrano: siano questi vulcanologi o membri di tribù che, pur conoscendo il rischio, continuano a vivere alle pendici di un vulcano fa poca differenza, entrambe la categorie conoscono il piacere insopprimibile e profondamente umano che si prova di fronte alla possibilità di rubare prometeicamente alla natura quell’intensità di vita che solo il pericolo incombente della morte può dare. Un piacere che Werner Herzog conosce bene.

Era stato proprio lui d’altronde a sfidare il vulcano di La Soufrière nel documentario omonimo firmato nal 1977 e di cui tornano qui le immagini. In quell’occasione, Herzog e la sua troupe erano gli unici rimasti ad attendere l’annunciata eruzione del vulcano, mentre l’intera popolazione dell’isola di Guadalupe era evacuata, con l’eccezione di un unico abitante, che attendeva sdraiato sul suolo, accanto a un gatto, quello che c’era da attendere.
Into the Inferno è in tal senso fondamentalmente un film sulla paura, sul suo potere incantatore, la sua capacità di attrarre l’uomo e poi spingerlo a creare, che siano dei, leggende, film, dipinti, canzoni o grandi opere architettoniche ispirate dalla fede – e pazienza se poi queste ultime assomigliano, come succede nel film, a un pollo – non importa molto, quel che conta è quell’impeto che si prova di fronte all’ipotesi della fine e che solo sa colmare l’animo umano, seppur transitoriamente.

D’altronde, come Herzog ci comunica all’interno del film, il vulcano serve anche a ricordarci che viviamo nell’impermanenza, perché anche il suolo che calchiamo, si muove continuamente. Ma Into the Inferno è anche un film sulla reversibilità dello sguardo e della creazione, perché arriva a postulare, attraverso le parole di un capo tribù delle iole Vanuatu, che non siamo noi, anzi, nel dettaglio, i turisti, a guardare il vulcano, bensì lui ad osservarli e a disapprovarli, vendicandosi magari poi con un’eruzione. E non è un caso dunque che Herzog vada a recuperare anche le immagini del suo precedente lavoro sull’argomento, Incontri alla fine del mondo (2007), che segnò l’incontro con Oppenheimer e dove il regista teutonico sentiva la necessità di capovolgere la prospettiva, diventando oggetto dello sguardo e mostrandoci la sua paura di fronte ai sommovimenti lavici poco distanti da lui. Così come non è casuale che in Into the Inferno Herzog lasci per buona parte del film ad Oppenheimer, il testimone della voce narrante: d’altronde, come ben sappiamo, l’identificazione con l’oggetto di ogni sua ricerca è sempre immersiva e totalizzante, al pari della sua presenza sullo schermo. Solo la morte è irreversibile, tutto il resto è impermanenza e reversibilità, di sguardo, di identità, di percorsi di ricerca.

È quasi un compendio della produzione documentaristica di Werner Herzog degli ultimi vent’anni Into the Inferno (il concetto di reversibilità era d’altronde già al centro di L’ignoto spazio profondo, del 2005), ma non si deve pensare con ciò che l’autore finisca in qualche modo per ripetere se stesso, piuttosto si tratta in questo caso di un nuovo tassello nell’enciclopedia visiva e filosofica che negli anni ci sta consegnando. D’altronde, le immagini qui catturate, insieme al sodale direttore della fotografia Peter Zeitlinger, trasmettono la potenza di uno sguardo ancestrale e protervo sul mondo, tra sobbollire tonante di lava, erompere di lapilli, antichi rituali vanuatu e indonesiani, incredibili movimenti di macchina che cercano il confine tra il noi e l’altro, la vita e la morte.

Indimenticabile poi quella carrellata sul ciglio del dirupo per immortalare una fila di studenti nordcoreani intenti ad esprimere compostamente la loro goliardia (si tratta di un ossimoro) di fronte al lago vulcanico del monte Paektu. Herzog, tra i pochi occidentali ad avere la possibilità di girare in Nord Corea, torna qui a indagare sulla paternità dello sguardo, dal momento che siamo di fronte a una rappresentazione di una rappresentazione: quello che vediamo dei nordcoreani è esattamente il modo in cui loro vogliono essere rappresentati. E per loro d’altronde, la forza della natura non è niente rispetto a quella del loro padre della patria Kim Il-sung.
Torna inoltre in Into the Inferno, attraverso le parole del capo tribù delle Vanuatu, anche il cruccio fondamentale dell’antropologia, ovvero il problema dell’incontro con l’altro come momento inevitabile di perdita delle sue tradizioni. Argomento che Herzog aveva già affrontato in Ten Thousand Years Older (cortometraggio contenuto in Ten Minutes Older: The Trumpet) dove si raccontava di come nel 1981 la tribù brasiliana degli Amondauas fosse stata spazzata via in pochi topici minuti, quelli corrispondenti alla durata del primo filmato che li ritraeva. Il cinema uccide, l’arte anche, così come la natura, ma è lo stesso impossibile per l’uomo distogliere lo sguardo dal fuoco.
Sturm un drang dunque, tempesta e impeto. In questo percorso post-pre-romantico sulle umane paure, Werner Herzog punta a ricordarci quanto sia la natura, con la sua bellezza tumultuosa e seducente e con la sua sostanziale indifferenza alla piccolezza dell’umano, l’unica cosa che deve davvero spaventarci. Quanto all’inferno, d’altronde, quello l’abbiamo creato noi.

Info
Il sito della Festa del Cinema di Roma.

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