Intervista a István Szabó

Intervista a István Szabó

Esponente di spicco della new wave del cinema ungherese negli anni Sessanta, e poi artefice di grandi produzioni internazionali, tra cui la ‘trilogia Brandauer’ negli anni Ottanta, István Szabó è uno dei più grandi cineasti ungheresi. Da anni è frequentatore delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, dove lo abbiamo incontrato.
[La foto è di Paolo Jacob]

Siamo a un festival del cinema muto. Quali sensazioni ti provoca il muto e quali sono i tuoi sentimenti a riguardo?

István Szabó: L’origine del cinema, anche quello contemporaneo, è il cinema muto. Perché il film muto ci mostra come esprimerci solo con immagini vive in movimento, non attraverso dialoghi o parole. Anche le emozioni umane, nel modo in cui cambiano e diventano altre emozioni, sono bellissime da vedere nel cinema muto perché le persone che realizzavano i film muti volevano esprimere tutto. Queste emozioni si esprimono senza parole. Dunque l’origine di tutto sono i film muti che mi piace vedere in condizioni ottimali. All’inizio di questo festival le copie proiettate non sempre erano perfette ma ora tutte le copie sono ottime, dopo i restauri, e si vedono benissimo.

Un grande dibattito sulle copie qui proiettate riguarda l’uso di proiezioni in digitale mediante dcp invece della pellicola [ne abbiamo parlato con Jay Weissberg]. Tu cosa ne pensi?

István Szabó: È una differenza enorme quella tra una scena scritta a mano libera o con la macchina da scrivere o un computer? Le novità tecniche sono sempre state molto importanti fin dai tempi dei fratelli Lumière il 28 dicembre 1895. Mostrarono immagini in movimento dicendo che sarebbe stato qualcosa di nuovo. Potevano esprimere volti umani viventi, emozioni nate nel pubblico e che si potevano trasformare in altre emozioni. Non solo una situazione congelata ma il movimento delle emozioni, e non importa quale tecnica si usi per questo.

Il tuo cinema è sempre stato incentrato sulla storia ungherese ed europea. Con Il padre per esempio avevi trattato della rivoluzione ungherese del 1956, con Mephisto e A torto o a ragione del nazismo, con Dolce Emma, cara Bobe sei stato tra i primi a parlare dell’assetto dopo la caduta del muro. Cosa ne pensi di questo turbolento momento che sta attraversando l’Ungheria sfociato nel recente referendum e della politica di Orban? E come credi che la situazione attuale si inserisca nella storia ungherese?

István Szabó: Innanzitutto, non ero a Budapest quando c’è stato il referendum, che è diventato qualcosa di talmente complicato che non ne ho una vera e propria visione, ho solo la mia posizione personale. La mia posizione è quella di avere avuto esperienza di tanti eventi terribili dell’Europa centrale. Sono un sopravvissuto della Seconda guerra mondiale e ho visto tante altre cose, tipo Stalin, ecc. Non posso giudicare così velocemente [schiocca le dita, n.d.a.], vedo tante diverse parti del problema, dunque la mia posizione è un punto di vista umano, una specie di solidarietà. Ma la politica non è la mia professione.

Sempre in A torto o a ragione metti in scena una sorta di processo alla storia. In generale cosa rappresenta la storia nella tua poetica e come può il cinema dialogare con essa?

István Szabó: Sono nato e vivo ancora in una parte del mondo in cui la vita di ognuno è profondamente influenzata da movimenti politici e storici, o più precisamente dalle ideologie, che cercano di influenzare anche le vite private delle persone. Quindi, ho visto la storia dei miei genitori e dei miei nonni e ho avuto così esperienza diretta di quanto sia stata negativa l’influenza della storia nelle loro vite. Credo che dobbiamo raccontare storie. Non sono interessato a storie “storiche”, mi interessa raccontare storie di persone che possano spiegare al pubblico, o spiegare tramite le emozioni, cosa è successo ad altri esseri umani, cosa è successo alle relazioni nella condizione umana, cosa è successo quando la storia è entrata nelle vite delle persone e ha tirato fuori il peggio dai sentimenti delle persone. Cerco di raccontare solo esperienze.

Dagli anni Ottanta sei sempre stato coinvolto in co-produzioni tra vari paesi e ormai hai assunto lo status di regista internazionale. Dal tuo punto di vista, possiamo dire che esiste un cinema europeo?

István Szabó: Sì, credo che il cinema europeo esista. Solo che il cinema creato dall’Europa era più potente qualche anno fa. Negli anni Sessanta era come l’Himalaya, più tardi negli anni Settanta e Ottanta era abbastanza importante. Però adesso, esattamente come in politica, il mercato è cambiato. Il mercato è influenzato da cose diverse, i film americani – e non parlo ora della qualità perché personalmente amo enormemente alcuni film americani – parlano solo di vincitori. Anche se muoiono, i loro protagonisti sono vincitori morali. I film europei, a causa delle nostre esperienze, delle esperienze personali dei cineasti e delle loro famiglie, parlano sempre di perdenti, che perdono la guerra, perdono le rivoluzioni, perdono nelle questioni sociali, perdono il lavoro. Per esempio uno dei film più belli della storia del cinema è stato Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. È un film che parla di perdenti. Un altro suo grande film, Umberto D., parla di qualcuno che sta perdendo il lavoro e la vita. Potrei continuare con gli esempi, film di Rossellini e Antonioni, anche film francesi, tedeschi, polacchi, cechi. Perdenti, perdenti, perdenti nelle strade d’Europa. Ma visto che il pubblico giovane non vuole vedere storie di perdenti, ma di vincitori, il cinema americano ha più successo. Questo è tutto, ma noi non possiamo fare cose diverse o vivere diversamente solo per raccontare cose diverse.

Nei contesti internazionali cerchi di portare la tua cultura ungherese/europea?

István Szabó: Non posso fare diversamente. Io come una persona nel privato, sono composto dalla mia educazione, e la mia educazione viene dalla mia famiglia e la mia famiglia viene da questa cultura. Come sto parlando e sono seduto e sto mangiando, come parlo con che parole e ritmo, le mie emozioni e le mie reazioni, tutto questo viene dalla cultura europea.

Agli inizi della tua carriera hai subito la grande influenza del teorico Béla Balázs. Pensi che sia ancora una figura di riferimento?

István Szabó: Béla Balázs è stato una persona molto importante per la teoria del film, e noi siamo molto orgogliosi delle sue origini ungheresi. Ha scritto anche in Germania e in Russia, non solo in Ungheria, dove ha passato gli ultimi anni della sua vita e ha fondato l’Accademia Cinematografica all’interno del dipartimento degli studi universitari. Anche il circolo dei giovani registi ha preso il nome da Béla Balázs. La sua opera più importante riguarda proprio il cinema muto, il titolo del suo libro più importante è Der Sichtbare Mensch, L’uomo visibile. Fondamentale per comprendere che vedere un volto vivente è molto importante.

Info
Il sito de Le Giornate del Cinema Muto.

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