Le stagioni di Louise

Le stagioni di Louise

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Ennesimo prezioso tassello della nouvelle vague animata transalpina, Le stagioni di Louise di Jean-François Laguionie si stringe poeticamente e senza ipocrisie attorno alla terza età, alla solitudine che spesso accompagna la vecchiaia. Un’immersione pittorica e onirica nel tempo passato e nel tempo che passa lentamente, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione. Presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione autonoma Alice nella Città.

Il mare d’inverno

L’ultimo giorno di estate Louise, un’anziana donna, si rende conto che l’ultimo treno è partito senza di lei. Si ritrova così da sola in una piccola località balneare, abbandonata da tutti. Il tempo inizia a peggiorare e lei, fragile e civettuola, non è esattamente un Robinson Crusoe. Eppure, Louise prende questa situazione come una sfida, cercando di sopravvivere affrontando la natura così come i suoi ricordi… [sinossi]
Cos’è rimasto delle gioie
e dei miei improbabili dolori?
Dov’è finito il tempo
dei miei straordinari batticuori?
Roberto Vecchioni – Gli anni (1989)

Ritroviamo il mare, la sabbia, le alte scogliere e il consueto afflato poetico nel nuovo lungometraggio di Jean-François Laguionie, Le stagioni di Louise, presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione parallela e autonoma Alice nella Città. Ritroviamo le onde de La demoiselle et le violoncelliste, datato 1965, e La traversée de l’Atlantique à la rame (1978), primo e ultimo cortometraggio di un autore/animatore che si è poi cimentato con la dimensione produttiva/estetica/narrativa dei lungometraggi e che ha attraversato varie stagioni dell’industria animata francese.

Più di un fil rouge lega Le stagioni di Louise (Louise en hiver) alle opere precedenti e alle dinamiche dell’animazione transalpina. Narratore che impreziosisce le storie fantastiche e oniriche di poetico minimalismo, Laguionie si è via via smarcato da Paul Grimault, guida e fonte d’ispirazione, e si è faticosamente costruito una stabilità produttiva, grazie anche all’avventura de La Fabrique, casa di produzione nata con la sua opera prima Gwen, le livre de sable (1985) [1]. Ancora la sabbia, quei colori, l’animazione autoriale e ambiziosa.
Prossimo al traguardo degli ottant’anni, quatre-vingts ans, Laguionie tratteggia una delicata riflessione sulla terza età, sulla morte, sulla solitudine, sulla memoria. Un’immersione pittorica e onirica nel tempo passato e nel tempo che passa lentamente, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione. Guardando Le stagioni di Louise è naturale scorgere in trasparenza Il posto delle fragole, La leggenda di Narayama e La ballata di Narayama, Pioggia di ricordi. Ma anche il meno noto Rainbow Fireflies, con quel tratto volutamente tremolante e incompleto. Oppure l’impareggiabile delicatezza di Quartieri lontani di Jirō Taniguchi. Ma si rintracciano soprattutto le linee guida della nouvelle vague animata transalpina, dalla valenza pittorica delle tavole alla libertà grafica e cromatica, dall’umanesimo avventuroso a un minimalismo privo di un castrante target: Le stagioni di Louise non è solo il lungometraggio che segue la pellicola di maggior successo di Laguionie, La tela animata, ma si riallaccia alla medesima filosofia produttiva e/o artistica de La jeune fille sans mains, Tout en haut du monde, Ernest & Celestine

Tra gouache e richiami non troppo insistiti alle tele degli impressionisti, con quelle linee e quelle soluzioni cromatiche che hanno attraversato la lunga carriera e filmografia di Laguionie, non possono sfuggire la voluta e visibilissima corposità della carta e le tavole lasciate incomplete, con spazi bianchi e tratti sfumati. Altri fil rouge che ci fanno pensare a Takahata regista, La storia della principessa splendente, e a Takahata produttore, La tortue rouge. Pellicole con altri budget e altre ambizioni, ma sempre figlie di un’animazione che sceglie di percorrere sentieri meno battuti, di dare un senso compiuto all’espressione settima arte.
Linee e cromatismi si integrano con le scelte narrative, con l’afflato sognante della pellicola, con l’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio di Billigen-sur-Mer, la località balneare della naufraga Louise. Alle tecniche tradizionali Laguionie aggiunge sottili venature in computer grafica, discrete e funzionali. E poi le voci di Dominique Frot (Louise anziana), narrante e mai invasiva, di Diane Dassigny (Louise giovane) e dello stesso Laguionie (il fido Pépère); le musiche di Pierre Kellner e Pascal Le Pennec; il sogno che potrebbe essere di Raoul Servais o Georges Schwizgebel; i flashback delle merendine che non torneranno più, tra suggestioni orrorifiche adolescenziali e prime tensioni erotiche. E quel treno che è già partito. Così lontano dalle scogliere bianche. Dalle scogliere verdi.

Note
1. Meritano quantomeno una citazione i lungometraggi Le château des singes (1999), piuttosto alimentare, e il più riuscito L’île de Black Mór (2004). L’animazione francese di oggi nasce anche da queste due pellicole meno significative di Laguionie, dalla capacità (e caparbietà) di continuare a produrre, di cercare una propria identità estetica e narrativa.
Info
Il trailer originale de Le stagioni di Louise.
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