Il sogno di Francesco

Il sogno di Francesco

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I registi francesi Renaud Fely e Artaud Louvet firmano con Il sogno di Francesco una blanda co-produzione internazionale che rilegge stancamente e per l’ennesima volta la figura del santo di Assisi, ma le ambizioni piuttosto consistenti fanno il paio con degli esiti a dir poco disastrosi.

La traccia inconsistente di un sogno

Francesco d’Assisi rompe con la tradizione istituzionale della Chiesa cattolica avvicinandosi ai poveri e ai loro bisogni con un’abnegazione totale. Nel suo sacrificio a favore degli ultimi Francesco non è solo, con al suo fianco un nucleo di fedeli confratelli. [sinossi]

All’alba del XIII secolo, nell’Italia del 1223, Francesco d’Assisi, con la sua vita semplice e il suo spirito di fratellanza portato alle estreme conseguenze, seduce gli strati più poveri della popolazione ma fatica enormemente a guadagnarsi l’approvazione dei piani alti della Chiesa Cattolica, che si limita a scrutare il suo operato con rancoroso e altezzoso sospetto. Circondato dai suoi confratelli e spinto da una fede incrollabile, Francesco fa di tutto per far sì che la sua idea di religione e di mondo trovi il più vasto seguito possibile, accompagnato, nella sua missione faticosa e dolorosa, da un gruppo di confratelli zelanti. In particolare Elia da Cortona, autentico fulcro, anche se naturalmente decentrato, di questa nuova versione per il cinema delle vicende biografiche di Francesco, rispetto alle quali si tenta di sviluppare un punto di vista nuovo e inedito.

Si rimane tuttavia interdetti e un po’ basiti, al cospetto di una co-produzione internazionale come Il sogno di Francesco, nella quale è entrata in gioco anche Rai Cinema. Un’operazione discutibile e farraginosa tanto nelle premesse quanto nei risultati, che mette in campo intenti mal riusciti, in verità piuttosto velleitari, per lasciarsi schiacciare malamente dalla calligrafismo e della componente illustrativa. I registi francesi Renaud Fely e Artaud Louvet si sono cimentati con l’ennesima riproposizione cinematografica della figura di San Francesco d’Assisi, interpretato da un Elio Germano ancora investito dai furori della mimesi leopardiana, smarrendo però perfino le coordinate basiche che l’abusata icona del santo umbro avrebbe richiesto per guadagnare una soglia anche minima di accettabilità e verosimiglianza.

Se Fely & Louvet dichiarano di aver voluto realizzare più un film con Francesco che un film su di lui, Il sogno di Francesco si presenta più che altro come un’operazione priva di un focus definito e di un baricentro rintracciabile, che anche a causa di una inefficace divisione in capitoli, smarrisce il bandolo della matassa e si abbandona alla caotica sovrapposizione di pulsioni eccentriche – l’attenzione rivolta a Elia da Cortona, ad esempio, mediatore tra la confraternita francescana e il Papato – e istanze attualizzanti. Col contemporaneo che dovrebbe stentatamente ricordare il Medioevo per l’inarrestabile centralità attribuita al flusso del denaro, immateriale e prepotente ieri come oggi, e per la tendenza del pensiero unico a monopolizzare la circolazione delle idee. Per non parlare del pragmatismo cieco e sordo dell’economia di mercato e del capitale.

Rimandi posticci nella loro ingenua letteralità, che si accompagnano a una messa in scena incolore e appiattente, dilettantesca e approssimativa, che dà la sensazione di non avere idee sufficienti nemmeno per gestire il delicato equilibrio interno alla gestione delle singole inquadrature, spesso talmente sfaldate e squilibrate da sconfinare nell’amatorialità pura e semplice. La recitazione, naturalmente, si accoda mestamente, con un Germano per una volta stonato e una Alba Rohrwacher ridotta a poco più di un cameo, per tacere del doppiaggio dell’edizione italiana del film (con Germano che ridoppia se stesso), che concorre ad amplificare la sensazione di spaesamento e delocalizzazione che permea l’intero prodotto da capo a piedi.

I due registi citano Georges Duby (“La traccia di un sogno non è meno reale di quella di un passo”), ma l’inconsistenza del loro tratto nel dar voce alla rivolta mite di Francesco non ha nulla dell’anima eterea e visionaria propria di tutte le ossessioni, anche le più brucianti e concrete (quella del Santo di Assisi, in fondo, si può inscrivere tra di esse). Il sogno di Francesco, a dispetto del titolo, rimane infatti ingabbiato in una prosaicità indefinibile, un territorio ibrido e respingente nel quale la brutta fiction incontra il romanzo storico e l’affresco oleografico si regge malamente sulle gambe malferme del racconto intimo. A mancare tragicamente, però, è in definitiva la sublimazione sentimentale e politica della parabola francescana, che avrebbe potuto portare tutto su un livello altro.

Info
Il trailer di Il sogno di Francesco su Youtube.
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