Under the Shadow

Under the Shadow

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Presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2016, e vincitore del premio Stars’ War, Under the Shadow di Babak Anvari è un’opera prima ammirevole, capace di intrecciare l’immaginario horror e i relativi meccanismi della messa in scena con un disperato e claustrofobico affresco politico e culturale dell’Iran khomeynista. Premiato in vari festival (Fantaspoa, Neuchâtel, Puchon, Viennale…), Under the Shadow è il rappresentante del Regno Unito nella corsa all’Oscar come miglior film straniero.

Si alza il vento

Teheran, 1988. Shideh e sua famiglia vivono nel caos del conflitto tra Iran e Iraq. Accusata di eversione dal governo post-rivoluzionario ed espulsa dalla facoltà di medicina, Shideh affronta un periodo difficile, che si acuisce quando suo marito viene arruolato e spedito al fronte, lasciandola da sola a occuparsi della figlioletta Dorsa. I bombardamenti sulla città e la sanguinaria ribellione nel paese allontanano madre e figlia l’una dall’altra: Dorsa mostra segnali di squilibrio, mentre la donna oscilla nelle sue ossessioni tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Mentre madre e figlia lottano per restare unite, una misteriosa forza maligna irrompe nella casa, minando il loro contatto con la realtà… [sinossi]

Il cinema horror si ciba (troppo) spesso di stereotipi, cannibalizzando luoghi, storie, idee, personaggi, finendo per restituirci scialbi simulacri, ennesime variazioni di un tema che nemmeno spaventa più. Alla sua opera d’esordio, Babak Anvari ha la forza di rovesciare questa malinconica premessa: prima ancora di essere la straziante metafora di una sconfitta politica, culturale e generazionale, Under the Shadow è un più che convincente meccanismo orrorifico, capace di giocare – e non solo – coi cliché, coi movimenti di macchina, con le attese del pubblico, con le regole di un genere che nel suo codice genetico deve contenere paura, angoscia, inquietudine. Come It Follows di David Robert Mitchell, altro cineasta giovane e di belle speranze, Under the Shadow ci resta appiccicato, sembra volerci seguire anche fuori dalla sala cinematografica, dal quel buio che si era fatto poco rassicurante. Horror che (ci) pedinano, che inseguono implacabilmente personaggi e spettatori.

Anvari non si limita a giocare coi cliché, ma lì adatta, rielabora e soprattutto gli infonde nuova vita, dalla fertile – e terribile – valenza metaforica. L’orrore di Under the Shadow arriva dal cielo, dai bombardamenti. Dalle viscere della Terra, dal passato, per proiettarsi nel futuro già scritto di Shideh e Dorsa. Nel futuro dell’Iran.
Anvari trova nel jinn, in questa entità soprannaturale, una sintesi perfetta. Mutevole, inafferrabile, il jinn riassume l’implacabilità della politica khomeynista, l’impossibilità di una fuga. Under the Shadow è la cronaca di una sconfitta definitiva, del nero che avvolge, ingloba e tutto inghiotte. L’orrore di Anvari si traveste, si confonde col rumore delle bombe che cadono, col suono del vento, in questo soffio che sembra diventare diabolico; l’orrore è nelle crepe che si sono aperte nei muri e che lasciano entrare il maligno. L’orrore è la disperazione, quella stessa disperazione che continua a nutrire il jinn, a dargli forma e forza.

Tra le immagini più significative di Under the Shadow, efficace anche quando vuole attivare i basilari meccanismi della paura, ricordiamo e ricorderemo a lungo il nastro adesivo che Shideh usa per cercare di fermare il passaggio del vento tra le crepe del soffitto: è questa la chiave di lettura e la cifra stilistica di una pellicola che dissemina simboli chiari, metafore evidenti, senza tralasciare il lato spettacolare, gli obiettivi genetici di un film di genere. Ed è per questo che, dopo i salti sulla poltrona e gli ottantaquattro minuti di palpabile e crescente tensione, Under the Shadow lascia un retrogusto amarissimo, un’inquietudine difficile da scacciare: il jinn prende la sua forma definitiva e si avvinghia alla Storia dell’Iran, alla Storia delle donne iraniane, degli studenti universitari, degli intellettuali. Il jinn è la terribile esecuzione dei prigionieri politici del 1988; è il cadavere putrefatto della rivoluzione iraniana; è la guerra Iran-Iraq combattuta tra il 1980 e il 1988. Il jinn è il velo islamico, l’imposizione dell’hijab – emblematica, in questo senso, la fuga notturna di Shideh senza velo, con tutte le conseguenze del caso.

Presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2016, e vincitore del premio Stars’ War [1], Under the Shadow di Babak Anvari è un’opera prima ammirevole, un altro prezioso tassello di una storia che il cinema e i cineasti cercano di raccontarci, tra animazione, horror, documentari e via discorrendo. Ci sono tracce dei jinna nel bianco e nero di Persepolis, nei film di Panahi, nei detour di A Dragon Arrives!, nella plastilina di Jasmine. Ci sono tracce oltre i confini iraniani, attraverso deserti e nazioni, come nelle immagini del tragico diario The War Show. I jinna sono un vento che non si placa.

Note
1. Alla sua prima edizione, il premio Stars’ War – Premio della critica web è assegnato dagli inviati di alcune testate italiane. Tra queste, oltre a Quinlan, citiamo quantomeno CineLapsus e Sentieri Selvaggi.
Info
Under the Shadow sul sito del Trieste Science+Fiction.
Il trailer di Under the Shadow.
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