Intervista ad Adam Nimoy e Terry Farrell

Intervista ad Adam Nimoy e Terry Farrell

Adam Nimoy, regista di serie televisive, è autore del documentario For the Love of Spock sulla vita del padre, il celeberrimo Leonard Nimoy che, con ciglia e orecchie appuntite è stato uno dei più popolari personaggi della fantascienza televisiva e cinematografica e della cultura pop, il vulcaniano Spock, protagonista del franchising SF più antico, quello di Star Trek. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo documentario al Trieste Science+Fiction, dove si è teletrasportato insieme con Terry Farrell, la mitica Jadzia Dax nella serie Star Trek: Deep Space Nine.
[Foto di ©Be360images]

Tuo padre ha scritto due libri autobiografici, che si intravedono in For the Love of Spock, il primo nel 1975 dal titolo I Am Not Spock e il secondo nel 1995 dal titolo I Am Spock. Puoi spiegarci il loro significato?

Adam Nimoy: I Am Not Spock è stato il primo libro, scritto nel 1975. Il titolo era sbagliato, frutto di un errore. Lui ha speso il resto della sua vita a scusarsi per questo con i suoi fan. Perché loro pensavano che quel titolo volesse dire: “Non mi piace Spock, posso fare ruoli più importanti di Spock, Spock non è importante per me. Spock è una cosa passata, finita, non farò mai più Spock”. Ma quello che voleva dire con quel titolo era che i suoi fan, incontrandolo per strada, lo confondevano con Spock, pensavano che lui fosse Spock e lui voleva solo dire loro: “Non sono di Vulcano, sono di Boston, ho la mia propria vita, mi chiamo Leonard Nimoy, piacere”, questo era. Ma se leggi il libro capisci che lui amava il personaggio di Spock, lo rispettava e lo interpretava sempre con piacere. I fan erano arrabbiati perché dopo la fine della serie, nel 1969, si pensava che non ci sarebbe stato più Star Trek e loro pensavano che il motivo fosse proprio dovuto al fatto che Leonard Nimoy non avrebbe mai più voluto fare Spock. Non era vero. Fino all’uscita di Star Trek: The Motion Picture nel 1979, quando i fan si calmarono un po’. Quindi vent’anni dopo scrisse una nuova autobiografia dal titolo I Am Spock. Per chiarire quell’errore. Ma davvero ha speso la propria vita nel spiegando che avrebbe dovuto dare un titolo diverso a quel primo libro.

[A Terry Farrell] Conosci la serie classica di Star Trek? E in qualche modo hai tenuto a modello quei personaggi nel creare Jadzia Dax?

Terry Farrell: Amo la serie originale, certo. Quando interpretavo il personaggio di Jadzia Dax, non pensavo in realtà alla prima serie perché le donne non erano personaggi forti. Quindi non ho preso molto da lì, credo che i personaggi femminili fossero molto donne oggetto nella serie originale. Al tempo della prima serie ero una bambina, negli anni Sessanta pesavo che da grande avrei fatto la spogliarellista (ride, N.d.R.) ma quella era l’immagine che si rappresentava delle donne in quegli anni. Per fortuna mia madre era una femminista. Non mi sono ispirata alla serie originale per questo aspetto, ma amo la serie classica.

Trovo che la serie classica riuscisse a compensare la sua povertà in effetti speciali con una grande potenza immaginifica e creativa. Da qui il suo grande successo. Voi cosa ne pensate?

Adam Nimoy: Si, certo era molto primitiva, ma il fatto è che c’erano delle storie molto forti, e temi altrettanto forti, sulla vita, sull’umanità, sui conflitti sociali e politici. Ma la cosa più importante credo sia l’intesa tra Spock, Kirk, McCoy, molto forte, molto potente, molto divertente anche. Credo che questa relazione abbia portato lo show a dove siamo ora, cinquant’anni dopo. Alla gente piace ancora vedere insieme Spock, Kirk, McCoy, io amo vederli insieme, è qualcosa senza tempo e i personaggi e le loro personalità sono molto forti. È quello che abbiamo esplorato in For The Love of Spock: il fatto che non potevano creare Spock senza il contraltare della grande personalità di Kirk, creata da Bill Shatner, un romantico e aggressivo. E senza DeForest Kelley e il suo acuto senso dell’umorismo. Sono stati tutti importanti per sviluppare il suo personaggio. Non avrebbero potuto svilupparsi se non reciprocamente, aiutandosi tra di loro. Avevano bisogno di loro così tanto. Questo è il motivo principale che rende la serie così interessante ancora oggi.

Terry Farrell: erano personaggi così forti e ben definiti che le loro caratteristiche non si sovrapponevano mai.

Ci lavoravano anche scrittori di fantascienza, come Robert Bloch, Theodore Sturgeon, Richard Matheson, e i dialoghi contenevano spesso citazioni da grandi autori della storia dell’umanità come Shakespeare. Questo a riprova di come fosse in realtà un’opera complessa, non banale.

Adam Nimoy: Certo, questo è il punto. Gene Roddenberry puntava molto in alto con la sua scrittura, con le sue storie voleva dire qualcosa sulla condizione umana. Cosa vuol dire essere qui? Cosa vuol dire essere umani, e se invece si è diversi, cosa vuol dire essere diversi. Quindi gli alieni acquisivano un significato simbolico, una metafora di culture diverse, diverse razze che interagiscono tra di loro qui sulla Terra. Credo fosse la sua intenzione quella di nascondere questi conflitti e tematiche. Quelle attuali in quegli anni, gli anni Sessanta, e di nasconderle nel tessuto della fantascienza, così che per la gente non sarebbe stato troppo ovvio, ci sarebbe stato bisogno di pensarci. Questo perché aveva avuto tanti problemi in precedenza con i network quando aveva cercato di affrontare direttamente i temi di attualità. Quindi la sua idea è stata: “Farò finta che tutto questo avvenga nel futuro, e vediamo se riesco a ingannarli, a far credere loro che non sia la realtà ma fantascienza”. Ma non è una realtà diversa, è quello che viviamo tutti i giorni.

Hai mai conosciuto Gene Roddenberry?

Adam Nimoy: Solo velocemente in un paio di occasioni. Nello specifico quando fecero il primo film, c’ero all’anteprima a Washington e c’era anche lui.

Una curiosità su tuo padre. Lui aveva ricevuto una laurea honoris causa per, tra le altre cose, il suo attivismo nella memoria dell’Olocausto. Questo aumenta il suo spessore, ma esattamente cosa fece in questo senso?

Adam Nimoy: Certo, il suo contributo più significativo sul dibattito sull’Olocausto fu un film per la tv in cui era protagonista, dal titolo Condanna (Never Forget, 1991), che parlava di un certo Mel Mermelstein, un sopravvissuto all’Olocausto, che ha affrontato l’Institute for Historical Review, che negava che fosse mai avvenuto sfidando chiunque fosse stato in grado di provarne il contrario, vincendo in tribunale. Questo fu il tentativo da parte di un sopravvissuto di tenere viva la memoria dell’Olocausto. Mio padre interpretò il ruolo principale, è una straordinaria performance, credo, c’erano anche Dabney Coleman e Blythe Danner, è un film eccellente. È stato il suo contributo principale per tenere viva la memoria dell’Olocausto, questo è il motivo per cui gli hanno dato quell’onorificenza. L’Olocausto era molto importante per mio padre. I suoi genitori furono molto fortunati a lasciare la Russia prima della guerra mentre i genitori di mia madre lasciarono la Lettonia e la Lituania prima della guerra. Siamo stati fortunati a non perdere nessun parente nell’Olocausto, ma mio padre perse dei parenti nei progrom dei cosacchi dello Zar. Questo è molto importante per la piaga degli ebrei, la loro storia e la loro lotta per sopravvivere.

Hai diretto tuo padre nell’episodio I, Robot della serie Oltre i limiti, nel 1995, che era il remake della serie The Outer Limits del 1963, in cui Leonard Nimoy appariva sempre in quello stesso episodio. Che esperienza è stata?

Adam Nimoy: È stata un’esperienza meravigliosa. Stavo imparando la regia in quel periodo, stavamo facendo il remake di un episodio nel quale aveva recitato, un episodio molto speciale per me, I, Robot, con un robot di nome Adam, come me. Mi ricordo di quando ho guardato l’episodio originale da ragazzo, senza sapere che mio padre vi recitava. Faceva la parte di un giornalista e quando l’ho visto è stata una grande sorpresa per me. Fu una bellissima esperienza insieme a lui. Lui era estremamente rispettoso di me come regista, perché lui mi stava insegnando, mentre dirigevo lo show, ma me lo spiegava con calma dietro le quinte. Mi avvicinava e mi diceva sottovoce: “Avvicina la camera su di me, non tagliare per poi passare a un primo piano, basta che spingi la macchina da presa dentro la scena”, suggerimenti che mi permettevano di girare più in economia. Lo ascoltavo, aspettavo un paio di minuti poi andavo a prendermi una tazza di caffè e poi andavo dal direttore della fotografia e gli dicevo: “Sai cosa? Spingiamo la macchina da presa dentro la scena! E non facciamo più il taglio sul primo piano”. Non volevo che loro pensassero che Leonard Nimoy stava in realtà dirigendo l’episodio. Sai è una cosa che noi registi facciamo spesso, con i produttori che ci danno delle idee, gli attori, gli scrittori, il supervisore dello script, ma non accettiamo tutte queste idee subito altrimenti la gente penserebbe: ”Ah ma è il supervisore della sceneggiatura che sta dirigendo il set, è una follia! Leonard sta dirigendo l’episodio, è di Leonard, non di Adam”. Noi non vogliamo questo, vogliamo che la gente pensi che siamo noi a dirigere. Quindi ho imparato molto, mi ha aiutato con la sceneggiatura e mi dava molte idee mentre giravamo, ma era molto rispettoso, mi diceva solo: “Con calma, potresti voler cambiare quello che stai facendo, lo renderebbe più semplice per te”. Io dicevo “Ok” e seguivo il suo suggerimento.

Tra i tanti ruoli di tuo padre, ce n’è uno che molti in Italia ricordiamo, quello nello sceneggiato televisivo Marco Polo di Giuliano Montaldo, una coproduzione tra Italia e USA. Ti ha mai raccontato di quell’esperienza, dove peraltro aveva girato in Cina?

Adam Nimoy: Ha amato molto quell’esperienza. Lui faceva il ruolo di Achmath. La cosa interessante di quel ruolo è che si tratta di un personaggio davvero macchiavellico. Lui ha un piano ben preciso, si sta lavorando Marco Polo, manipola le cose. Ma la cosa importante è che anche chi può apparire come cattivo, perché ha un piano, ha in mente di fare qualcosa, non necessariamente si vede come cattivo. Lui ha cercato di giustificare il suo personaggio, perché forse il suo obbiettivo era fare ciò che fosse meglio per la Cina. Non era necessariamente il meglio per Marco Polo. O magari c’era qualcosa di Marco Polo che poteva usare per il bene della Cina o della sua carriera. La cosa importante per lui era che con Achmath non stava interpretando un personaggio cattivo, ma un uomo con un suo piano recondito col quale cercava di fare il meglio per tutti. Quello che è interessante, secondo me, è il suo approccio al personaggio. Perché gli ha offerto una possibilità nuova, diverso da quello che aveva fatto e gli aveva dato l’opportunità di andare in una location esotica, lavorare con una troupe cinematografica italiana, con un nuovo cineasta. Sono state tutte esperienze nuove e molto gratificanti per lui e credo fece un lavoro eccellente. Io non andai con lui sfortunatamente, frequentavo la scuola a quell’epoca, fu un’esperienza professionale davvero profonda.

L’episodio pilota della prima serie di Star Trek si intitola The Cage. Credi che per tuo padre Star Trek abbia rappresentato una gabbia alla sua carriera di attore?

Adam Nimoy: No, perché dal punto di vista di mio padre c’erano due lati della medaglia. Certo, tutti lo identificavano con Spock e in questo modo non lo si considerava come un attore di grande talento che avrebbe potuto interpretare qualsiasi personaggio. Ma allo stesso tempo tante opportunità gli sono arrivate a causa di questo successo come Spock. Questo è il motivo secondo me di tutti quei ruoli a teatro. Perché sarebbe andato bene al box office , era un nome di richiamo e ingaggiandolo avrebbero avuto successo, importante perché le compagnie teatrali fanno sempre fatica a sopravvivere. Il pubblico andava aspettandosi di vedere il signor Spock sul palco, ma si ritrovava un attore di grande talento, in tanti altri ruoli. Un uomo che era un artista. Un uomo che si era impegnato nell’idea di essere capace di interpretare ruoli diversi, di mettersi alla prova in questi diversi ruoli. Io credo che avesse capito questi due aspetti, e che senza la popolarità di Spock non avrebbe potuto dire alla Paramount: “Se volete Spock, allora io devo essere il regista del film” [allude a Star Trek III – Alla ricerca di Spock, n.d.r.]. Era la sua forma di influenza. Loro dissero: “Abbiamo bisogno di Spock, puoi fare il regista”. Un altro modo per mettersi alla prova come artista. Quindi credo che avesse capito che Spock gli portava tante opportunità che altrimenti non avrebbe mai potuto avere.

Info
Il trailer di For the Love of Spock.

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