Per mio figlio

Per mio figlio

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Remake non dichiarato di Ucciderò un uomo di Claude Chabrol, Per mio figlio è un thriller al femminile largamente prevedibile e asfitticamente chiuso nell’essenzialità della sua trama.

Forse ucciderò una donna

Diane Kramer ha un’unica ossessione: trovare il conducente della Mercedes color caffè che ha investito e ucciso suo figlio, devastandole la vita. Con una valigia, poche cose e una pistola, si trasferisce nella città in cui abita l’elegante donna bionda, proprietaria di una profumeria, sospettata dell’omicidio. Diane, in cerca di vendetta, si insinua nella vita della donna. [sinossi]

Capita anche questo, e cioè che due film adattati da due romanzi diversi finiscano per somigliarsi in maniera inquietante. Infatti, Per mio figlio, secondo lungometraggio dello svizzero Frédéric Mermoud, si può annoverare senza tema di smentite alla stregua di un remake non dichiarato di Ucciderò un uomo di Claude Chabrol, film che traeva origine dal romanzo The Beast Must Die di Nicholas Blake, mentre a sua volta Mermoud si rifà al volume Moka, scritto da Tatiana de Rosnay. E dunque, nonostante le differenti origini, le similitudini appaiono sin troppo evidenti.
Certo, è pur vero che raccontare la vicenda di una donna (nel caso di Chabrol era un uomo) che si è messa in testa di assassinare la persona che crede abbia investito e ucciso suo figlio è a suo modo un intento quasi paradigmatico nella sua pregnanza da revenge movie. Va però aggiunto che il meccanismo stesso su cui è costruito il racconto in Per mio figlio è sostanzialmente identico rispetto a quel che si vedeva in Chabrol: la protagonista, dopo una serie di tentativi, individua l’auto ‘colpevole’, avvicina i proprietari, si insinua nelle loro vite, familiarizza con loro, nell’angosciante attesa di svelare il suo vero obiettivo, tutt’altro che amichevole, per poi trovarsi di fronte a una realtà completamente differente da quella che immaginava.

Ma, forse, è ancor di più sul piano stilistico che Mermoud prova a fare il verso a Chabrol: lunghi silenzi tra i personaggi, ritratto di una anonima vita di provincia, tentativo di scandagliare solitudini speculari, per uno sguardo insomma da entomologo. Che però Mermoud non ha, al contrario dell’autore di Gli innocenti dalle mani sporche. Laddove infatti l’interesse di Chabrol nel dirigere Ucciderò un uomo era quello di ragionare sul suo consueto tema – tipicamente langhiano – del “tutti siamo degli assassini potenziali”, in Per mio figlio questa chiave di lettura si perde, annacquata da un affettato sentimentalismo (la madre che vede il fantasma del figlio e che in qualche modo la spinge ad andare avanti nel fatale proponimento), come pure da un grossolano moralismo (nel complesso quel che ci si vuole dire è che le donne di mezza età finiscono per essere messe da parte e sono dunque delle vittime). E, allora, in tempi di retroguardia civile come quelli che ci troviamo a vivere, Per mio figlio finisce anche per essere reazionario, nel momento in cui, in relazione al suo proposito omicida, la protagonista (una Emmanuelle Devos sempre più lontana dai fasti del cinema di Desplechin) viene persino vista come modello positivo; mentre invece in Chabrol il padre furente capiva in ultimo di essere entrato in una spirale di odio da cui non poteva più liberarsi.

Troppo schematico nelle varie svolte narrative e nella descrizione dei personaggi principali come di quelli di contorno (la figura del giovane che viene usato dalla Devos sia come sfogo sessuale sia come tramite per rimediare un’arma), Per mio figlio non riesce a indagare l’intimo ferito e offeso di figure che, una volta persa la verginità dell’infanzia (con la morte del bambino, per l’appunto), non sanno più vedere al di là delle rispettive solitudini. E allora non resta che tornare a Chabrol.

Info
Il trailer di Per mio figlio su Youtube.
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