La nave delle donne maledette

La nave delle donne maledette

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Salvato miracolosamente dall’oblio, in una copia imperfetta ma che dimostra ancora tutta la sua potenza, La nave delle donne maledette è il capolavoro di Raffaello Matarazzo, un melodramma barocco che trasuda umori sensuali ed eversivi. Al Torino Film Festival 2016.

Porci, galeotte e marinai

Isabella, andata sposa ad un dignitario del Regno, s’è resa colpevole d’infanticidio: per sottrarla alle conseguenze della sua colpa, i parenti inducono, con false promesse, la giovane cugina Consuelo ad accusarsi del delitto. In seguito a tale macchinazione, Consuelo è condannata a dieci anni di carcere, da scontare nelle colonie. Sulla nave, che porta Consuelo e molte altre sventurate al loro triste destino, s’imbarca clandestinamente il giovane avvocato De Silva, il quale per incarico della famiglia, ha contribuito alla condanna della giovane ed ora vuol salvarla. Il caso vuole che anche Isabella e suo marito viaggino sullo stesso vascello… [sinossi]

E tornammo a riveder i colori… La proiezione de La nave delle donne maledette all’interno del folto palinsesto del Torino Film Festival, dove ha trovato ospitalità nella sotto-sezione “Festa Mobile/Festa Vintage”, non ha ottenuto molta visibilità nelle chiacchiere social, né la troverà sulla stampa. Eppure la proiezione (in DigiBeta, purtroppo, ma è probabile che fosse difficile ottenere di meglio) nella sala 5 del Reposi, accolta da applausi piuttosto convinti di un pubblico comunque decisamente esiguo, merita un discorso a parte. Per anni La nave delle donne maledette è stato, nomen omen, un film maledetto: reperire una copia era operazione a dir poco ardua, e quando la si otteneva si poteva godere di un grande film – sulla percezione critica dello stesso si tornerà più avanti – ma costretto in un innaturale bianco e nero. Per quanto fosse necessario fare di necessità virtù, vista l’impossibilità di fruire il film nelle modalità in cui era stato progettato e girato (ma il Gevacolor, il sistema belga sfruttato da Matarazzo e dal suo direttore della fotografia, fu ritirato dalla produzione proprio per la sua tendenza a far perdere smalto ai colori in tempi brevi), questo ha reso il rapporto tra la critica contemporanea e La nave delle donne maledette un ibrido tra desiderio e frustrazione. Un po’ come i sentimenti che smuovono le protagoniste di questo raro gioiello della cinematografia italiana, con ogni probabilità l’apice artistico di un regista Matarazzo, con troppa facilità relegato nel dimenticatoio e recuperato con colpevole ritardo solo dopo la sua morte.
La copia a colori de La nave delle donne maledette, portata a termine grazie a un lavoro certosino di recupero a partire da copie belghe e francesi, era stata già ammirata alla sessantaseiesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 2009. Eppure una kermesse come quella torinese sembra il naturale approdo di un’opera come quella di Matarazzo, presente sotto la Mole anche con Giuseppe Verdi, biografia molto romanzata del compositore parmigiano. Sui motivi che spinsero i critici degli anni Quaranta e Cinquanta a sminuire il valore artistico di Matarazzo, considerato addirittura “nocivo” da Umberto Barbaro sulle pagine de L’Unità, si potrebbero scrivere interi volumi. Si entra nel campo del momento, dell’opportunità politica, dell’interpretazione dogmatica dell’arte, dell’ideologia come pre-lettura di ciò che avviene attorno a sé e al proprio mondo.

Questo approccio ha inevitabilmente costretto Matarazzo in un ruolo subalterno, di regista di successo la cui eco si sarebbe smarrita in fretta e furia con il passare degli anni. Ovviamente, e la presenza torinese di due film del regista romana lo testimonia al di là di ogni (ir)ragionevole dubbio, la storia è andata in tutt’altra direzione, grazie in primis a personalità come Adriano Aprà, Tatti Sanguineti e Aldo Grasso. Matarazzo, guardato con malcelato disprezzo per la sua volontà di muoversi nel torbido dolore degli affetti, sradicando in superficie una lettura della società, è stato un maestro del melodramma, non solo italiano. Ha sposato desideri e bisogni di una classe che si muoveva tra il proletariato e la media borghesia per raffigurare rapporti impossibili, delusioni, tradimenti, sensi di colpa; tutti elementi che tornano con forza anche ne La nave delle donne maledette. A distanza di più di sessant’anni appare quasi miracoloso che il film, nonostante evidenti tagli alla censura e un divieto ai minori di 16 anni che all’epoca era la massima punizione riservabile a un’opera cinematografica, abbia potuto raggiungere il pubblico, che ovviamente gli tributò il solito successo, con oltre trecentocinquanta milioni di lire di incasso.
Non si fa in questo caso solo riferimento ai seni nudi, al sadomasochismo di alcune sequenze, alla sensualità evidente che trasuda la ribellione al femminile, alla messa in scena della donna che, seppur peccatrice (la duplice chiave di lettura democristiana e socialista potrà apparire semplicistica, ma non è per niente creata sul nulla), ha il diritto anzi il dovere di prendersi le libertà che la società non le concede. La nave delle donne maledette è un film nettamente in anticipo sui tempi, per le tematiche che sembrano occhieggiare a quell’universo di “donne in vincoli” che troverà il successo dall’altra parte dell’oceano un ventennio più tardi, e anche se la regia può apparire a prima vista statica questa sta lì a testimoniare un furore del racconto che porta alle estreme conseguenze il discorso sulla colpa, sulla redenzione e sulla liberazione, in ogni concezione possibile e immaginabile.

La visione a colori permette di dare ancora maggior sfogo a un formalismo deflagrante, che respira una vitalità immensa. Le donne che, dopo le frustate ricevute dalla derelitta Consuelo per colpa dell’infida Isabella – il femminile trova ne La nave delle donne maledette tre diverse rappresentazioni: la donna che mira solo al potere, la donna che difende l’onore al di là di ogni profitto personale e la donna che ricerca la propria espressione al di fuori delle logiche maschili – decidono di prendere il possesso della nave che le sta portando ai lavori forzati, hanno dentro di loro una furia magari sadica e omicida, ma per la quale Matarazzo parteggia senza alcun indugio. I loro baccanali sono sì la rappresentazione dell’incapacità della rivoluzione di ripristinare davvero un “ordine nuovo” ma vivono sullo schermo di una sensualità debordante, che attira e di fronte alla quale non si può far altro che sposare la causa, come i marinai che si ammutinano. Non si ammutinano solo perché le donne promettono loro sesso, amore, rapporto, ma perché quelle donne parlano la loro stessa lingua. Una lingua fatta di umiliazioni, una lingua che è sempre stata ridotta al silenzio. Peggio, all’obbedienza. E allora gli uomini scelgono la parte, anche consci di andare incontro al disastro. Scelgono la parte che a loro pertiene, contro quel potere costituito che li ha sempre guardati dall’alto in basso, e non ha vergogna a frustare, condannare, vilipendere chi non ha difese.
I colori de La nave delle donne maledette sono il senso del film. Rappresentano la carne, il sangue, gli umori, gli odori di un’opera che non ha eguali nella storia del cinema italiano ed europeo. Un’opera che osa, che ha il coraggio di mostrare laddove con troppa facilità si fa ricorso alla reticenza. Le donne non sono maledette per decisione divina, lo sono solo e soltanto per abitudine dell’uomo al potere, alla sopraffazione, alla difesa di sé attraverso la messa al bando o alla gogna del femminile, ridotto a puro esercizio del piacere, e alla riproduzione della famiglia – il matrimonio di interesse sarà pure il pensiero dominante di Isabella, ma è stato raggiunto solo ed esclusivamente per permettere al padre della ragazza di ripianare i suoi debiti.
La nave delle donne maledette conferma una volta di più lo straordinario potere dell’immagine lavorata da Matarazzo, e la sua strana appartenenza al genere storico, prossimo al cappa e spada, lo rende un’opera aliena, che non assomiglia a nulla, ma si impianta negli occhi dello spettatore, lasciandolo senza fiato. Sudato e tremante. Maledetto a sua volta, per sempre.

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La nave delle donne maledette, una breve clip.
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