Ab urbe coacta

Ab urbe coacta

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Approfondita analisi della romanità, tutta svolta a partire da un suo esponente, Ab urbe coacta di Mauro Ruvolo non riesce sempre a convincere nel suo mix tra realtà e finzione, ma il suo percorso di ricerca è dettato da un umanesimo sincero. In Italiana.doc al TFF.

Li passeracci, sò usignoli

In una Roma decaduta, dove la nevrosi dei tempi moderni si esprime attraverso un umorismo cinico e volgare, Mauro Bonanni, cresciuto nel quartiere periferico di Tor Pignattara, si affaccia alla vecchiaia con profondo disagio esistenziale. Patisce come tanti l’invasione di extracomunitari. Tuttavia questa sofferenza, non ideologica ma esistenziale, si rivela contraddittoria e aperta a soluzioni impreviste. [sinossi]

Disilluso con brio e autoironia, rumoroso e gioviale, dedito al turpiloquio per ragioni di cameratismo virile, dissidente sì, ma senza implicarsi troppo in un percorso verso il cambiamento, lo si può chiamare “razzista”, quando si lamenta degli immigrati, ma poi appena può gli dà una mano o li invita alla sua tavola. È il romano, specie antropologica spesso indagata dal cinema narrativo nostrano. Sopravvive prevalentemente nelle vaste periferie della capitale, al centro non ci va quasi più, parla spesso di soldi, ma quando ce li ha si affretta a spenderli, sospinto da un senso di colpa che è insito nella sua cultura cattolica, di cui si riconoscono sempre piuttosto bene le tracce, anche tra un profluvio di “Li mortacci tua” e “vattela a pià…”. È un’indagine etnografica approfondita sulla romanità e le sue ben sedimentate caratteristiche quella che Mauro Ruvolo mette in scena in Ab urbe coacta, suo esordio alla regia presentato al Torino Film Festival di Italiana.doc. Produttore musicale della scena elettronica londinese, montatore, collaboratore di Adriano Aprà per i suoi cinesaggi, Ruvolo firma in totale autonomia questa sua approfondita ricerca basata su un metodo induttivo, che dal particolare va verso l’universale, dall’individuo punta a descrivere una vasta fetta del tessuto sociale dell’Urbe.

Per adempiere a questa missione Ruvolo sceglie un individuo campione piuttosto rappresentativo, ma in grado anche di riservare interessanti sorprese. Si tratta di Mauro Bonanni – no, non stiamo parlando del montatore di Orson Welles e di Non essere cattivo – detto “Il Barella”, sfasciacarrozze del quartiere romano di Torpignattara, nato e cresciuto nelle baracche della Certosa. La sua officina di autodemolizione è il crocevia di incontri con una varia umanità, alla quale lui, rispettoso dei dettami della sua “specie antropologica” riserva cattiverie e gesti di altruismo, in pari misura. Ci sono i suoi due lavoratori extracomunitari, spesso oggetto di rimproveri e prese in giro delle tradizioni islamiche e c’è poi in principio quell’amico ubriacone che non riesce nemmeno più a tenere la sigaretta tra le mani, a lui Mauro offre un lavoro, ma gli dice anche: “Non è mejo che mori?”. Poi c’è una moglie assente, accanita fumatrice, ci sono i problemi di salute di entrambi e i suoi due amici del cuore, il Banana e Carmelo, con i quali ha fatto un patto: “Chi dei tre more prima, l’altri due se vanno a ubriacà”. E infine c’è l’amicizia di lunga data con un ex dipendente originario del Benin. Insieme a lui, Mauro Bonanni affronterà un viaggio in Africa, a Cotonou, dove presto al suo musicale turpiloquio e alle incessanti canzonature si sostituirà il silenzio, l’osservazione catartica dell'”altro” e forse la pace interiore.

Per raccontarci il suo personaggio e il relativo milieu, Ruvolo sceglie di utilizzare solo in parte le dinamiche abituali del genere documentario, concedendosi numerosi sforamenti nel fictionale. D’altronde quando un romano parla, che l’argomento sia la cattura di un topo di ingenti dimensioni o l’aneddotica sugli amici del passato, di certo non è facile distinguere tra realtà e finzione, tutto appare sempre caricato da un gusto narrativo votato all’eccesso, all’invenzione, a quell’enfasi che rende tutto, anche l’evento più minuto, leggendario.

Quello di Ab urbe coacta è uno stile elaborato, che non ricerca l’immediatezza da cinéma vérité, prediligendo una fotografia nitida, dove tutto è sempre ben a fuoco, il protagonista così come lo spazio che attraversa e i personaggi che incontra. Ruvolo si affida a un drone per esaltare la spazialità dell’oceano africano, si prodiga in rapidi camera car, sfoggia grandangoli onnicomprensivi e deformanti. Le musiche, firmate dall’autore stesso, a tratti ricercano il contrappunto con la realtà mostrata, in altri momenti invece sfociano del didascalico. Ascoltiamo in principio note di stampo carpenteriano (à la Distretto 13), poi percussioni tribali accompagnano, in maniera un po’ pleonastica, una rottamazione, la techno accompagna un viaggio verso l’autodromo (Bonanni ha una sua scuderia di moto da corsa), infine non convince quel ponte sonoro in cui al frastuono caratteristico della risonanza magnetica (il protagonista è in ospedale per delle analisi) si sostituisce il rombo di una moto pronta a entrare in pista. In altri momenti poi, la colonna sonora pare occhieggiare al thriller, senza che alcuna svolta narrativa vada però in quella direzione.

Quanto agli innesti con la finzione, alcuni risultano piuttosto stranianti, come quel tuffo notturno in piscina del Barella, che apre ad una rapida successione di immagini provenienti dal suo passato remoto, in stile lisergico e inquietante, un po’ alla Mulholland Drive. Dello stesso tono è poi la breve sequenza in cui Bonanni sembra volerci quasi accompagnare nella sua cantina, dove dietro a un pentolone nasconde la sua cassetta di sicurezza, dalla quale estrae mazzetti di denaro, utili poi a trasportarlo in Africa.
Dal ritratto individuale e d’insieme all’autocompiacimento o al didascalismo narrativo il passo è breve e Ab urbe coacta soffre di questo genere di sbilanciamenti, soprattutto quando Ruvolo si ritrova al cospetto di certi convivi virili con salsicce e karaoke, magari divertenti per gli aneddoti e le battutacce che si scambiano i presenti ma che, nel loro non aggiungere nulla alle caratteristiche dei personaggi, risultano del tutto decorativi.

Eppure quello di Ruvolo resta un lavoro ricco e coraggioso, proprio per il suo voler forzare le maglie del genere documentaristico, e trasuda l’onestà di una ricerca che appare incessante, su una tipologia umana da tempo data in estinzione, eppure più che mai viva e – nonostante le sue perpetue indecisioni – aperta al cambiamento.

Info
La scheda di Ab urbe coacta sul sito del Torino Film Festival.
Il trailer del film.
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